Il 12 aprile Viktor Orbán potrebbe perdere le elezioni per la prima volta dopo sedici anni, ma questo non basterebbe a smantellare il sistema che ha costruito finora. Da quando è tornato al potere nel 2010, il premier ungherese ha reso il suo paese una perfetta democrazia illiberale. In quattro legislature, Orbán ha riscritto la costituzione, modificato la legge elettorale, ridisegnato le circoscrizioni e soprattutto collocato uomini di fiducia nei punti chiave dello Stato, dalla Corte costituzionale alla procura, dalle autorità di controllo fino agli organismi che regolano i media. Ha progressivamente ridotto gli spazi di autonomia delle istituzioni indipendenti, trasformato l’informazione in un sistema fortemente sbilanciato a favore del governo e costruito meccanismi che legano decisioni cruciali, come il bilancio, a organi non eletti ma nominati durante i suoi mandati. E gran parte di queste leggi possono essere modificate solo con il voto di due terzi del Parlamento.
Per questo motivo non è cruciale solo capire se il suo sfidante Péter Magyar vincerà le elezioni, ma di quanto. Al momento, gli ultimi sondaggi degli istituti indipendenti mostrano un vantaggio netto di Tisza: al 56 per cento secondo il 21 Research Centre, 51 per cento secondo il Závecz Research Institute, contro il 37-38 per cento di Fidesz, il partito di Orbán. Però questo dato rileva le preferenze degli ungheresi che hanno già deciso cosa votare. La vera partita sarà convincere la quota alta di indecisi, tra il 20 e il 26 per cento. Anche così si spiega la recente visita a Budapest del vice presidente degli Stati Uniti JD Vance. Non a caso l’Ungheria è uno dei pochi paesi europei indicati nella Strategia di sicurezza nazionale americana come terreno su cui esercitare un’influenza politica diretta: insieme a Polonia, Austria e Italia. Budapest è considerata la leva per indebolire la coesione dell’Unione europea da Washington, ma anche un po’ da Mosca.
Le interferenze elettorali, palesi o nascoste, potrebbero essere più efficaci grazie alla legge elettorale approvata dal governo Orbán tra il 2011 e il 2013. Il premier ungherese non solo ha ridotto il numero dei parlamentari da 386 a 199, ma ha ridisegnato in modo asimmetrico i collegi uninominali, quelli che assegnano il seggio con un sistema secco, chi prende un voto in più vince tutto, in modo da favorire sistematicamente Fidesz. A Budapest e nelle grandi città, dove l’opposizione è più forte, i confini sono stati tracciati in modo da concentrare gli elettori anti-governativi in pochi collegi sicuri, vinti con margini ampi, oltre il 60 per cento. Mentre nelle contee come Borsod-Abaúj-Zemplén o Szabolcs-Szatmár-Bereg, nel nord-est dell’Ungheria, Fidesz ha spesso vinto con percentuali attorno al 45-50 per cento dei voti grazie alla divisione delle opposizioni. Anche nella cintura della contea di Pest, dove i collegi uniscono periferie urbane densamente popolate e aree rurali più conservatrici, la distribuzione territoriale del voto tende a favorire il partito di Orbán.
Risultato: l’opposizione spreca voti dove vince largamente, mentre Fidesz trasforma vantaggi più piccoli in molti più seggi. Il capolavoro lo si è visto nel 2018: con poco meno del 50 per cento dei voti, Fidesz ha ottenuto 91 seggi sui 106 collegi uninominali disponibili: una sovrarappresentazione enorme rispetto al consenso reale. Oltre al danno dell’uninominale c’è la beffa del proporzionale che assegna gli altri 93 seggi. Il sistema ungherese prevede un meccanismo di compensazione che include non solo i voti dei candidati sconfitti nei collegi uninominali, ma anche quelli in eccesso dei candidati vincitori, cioè i voti ottenuti oltre la soglia necessaria per battere l’avversario. In pratica, Fidesz beneficia due volte della sua forza nei territori: prima vincendo i seggi locali, poi trasformando anche i voti già sufficienti alla vittoria in ulteriori seggi proporzionali. Se ve lo state chiedendo: sì, per modificare la legge elettorale serve una maggioranza dei due terzi del Parlamento.
In questi sedici anni di democrazia illiberale, Orbán ha nominato uomini fidati ai vertici di quasi tutti gli organi chiave dello Stato, spesso con mandati che vanno oltre il ciclo elettorale. Vale per i quindici giudici della Corte costituzionale, così come per il procuratore generale, Péter Polt, ex parlamentare di Fidesz, riconfermato nel 2019 per un mandato di nove anni. In particolare il nuovo governo dovrà fare i conti, in tutti i sensi, con il Consiglio fiscale, l’organo che deve approvare il bilancio dello Stato. Se il nuovo parlamento a maggioranza anti orbaniana non riuscirà ad approvare la finanziaria entro il 31 marzo, il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, eletto grazie a Fidesz, potrà sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni.
Anche la Corte costituzionale non sembra così neutrale. Negli anni è intervenuta più volte a favore di Orbán. L’ultimo caso è del 13 marzo, quando ha annullato una sentenza della Corte suprema ungherese, la Curia, che aveva imposto ai media pubblici ungheresi di garantire una copertura equilibrata tra i partiti durante la campagna elettorale. Secondo i giudici della Corte costituzionale, la Curia aveva introdotto un vincolo eccessivo sull’autonomia editoriale dei media pubblici e non trovava un fondamento diretto nella Costituzione.
Oltre la ragnatela istituzionale c’è il problema dell’informazione. Negli ultimi quindici anni il panorama mediatico ungherese è stato addomesticato dal governo Orbán attraverso leggi, acquisizioni pilotate e gestione partigiana dei fondi pubblici. Centinaia tra giornali locali, televisioni, radio e siti online sono confluite nella fondazione KESMA (Central European Press and Media Foundation), creata nel 2018 e controllata da figure vicine al governo, che riunisce oltre 400 media sotto un’unica struttura. Gli investimenti statali nella pubblicità si concentrano in larga parte sui media favorevoli al governo, mentre quelli indipendenti faticano ad accedere a queste risorse, con effetti diretti sulla loro sostenibilità Le conseguenze sono particolarmente visibili fuori da Budapest. In molte aree rurali e nelle piccole città ungheresi, i giornali locali e le emittenti disponibili appartengono quasi esclusivamente al circuito pro-governativo, e l’accesso a fonti di informazione alternative è limitato.
Infine Orbán avrebbe una mina vagante in grado di ingaggiare una battaglia dopo l’altra per destabilizzare un eventuale governo Magyar. Si tratta dell’Ufficio per la protezione della sovranità, istituito nel 2024 dal governo, per indagare su presunte interferenze straniere nella politica ungherese. In pratica può esaminare l’attività di media, ONG e organizzazioni civiche accusate di ricevere fondi dall’estero o di influenzare il dibattito pubblico. Non ha poteri sanzionatori diretti, ma dispone di strumenti comunque incisivi: può richiedere documenti, raccogliere dati, avviare indagini e pubblicare rapporti ufficiali. Nei primi mesi di attività, l’ufficio ha già preso di mira alcune delle principali organizzazioni indipendenti, come il centro di giornalismo investigativo Átlátszó e Transparency International Ungheria, accusandole di operare come gruppi di pressione legati a interessi stranieri.