Quando si parla di hotellerie di lusso e di strutture di accoglienza ai vertici degli standard internazionali è naturale imbattersi in sfumature millimetriche di dettagli, servizi e attenzioni. Non tutti i marchi sono in grado di far emergere le proprie peculiarità perché non tutti possiedono un’identità di brand così chiara e solida. Alcuni player del settore hanno più presa su mercati internazionali che non su quelli europei, messaggi e valori più vicini ad altri Paesi e culture rispetto che alla nostra. Non è sempre scontato che un grande nome arrivi e spicchi il volo, anzi. In alcuni casi l’apertura di un primo outlet sul suolo italiano può arrivare in maniera più silenziosa – ma in ogni caso efficace – e impiegare più tempo per avere successo.
Un caso di studio particolarmente interessante in questo senso riguarda Six Senses. Nato nel 1995 per mano di Sonu ed Eva Shivdasani, questo marchio si è posto fin da subito come antesignano rispetto ai valori di sostenibilità, benessere e design. Parole che oggi sembrano parte di un vocabolario consunto e spogliato di un significato profondo ma che trentuno anni fa erano quasi pioneristiche. «Questo è il primo vero esempio di barefoot luxury» ci spiega Toan Ly, Executive Assistant Manager Commercial presso il Six Senses Crans-Montana «dove la scelta di basare un progetto di ospitalità sui pilastri di longevità, sostenibilità e relazione con il territorio è stata un atto di coraggio da parte di fondatori».

Il logo stesso, fatto di sei punti o cerchi pieni, trae origine dai gesti di benedizione che i monaci buddisti thailandesi compiono con le dita in occasione dei rituali religiosi. I tre sensi principali – vista, udito e tatto – sono collocati alla base della piramide. Il secondo livello rappresenta invece l’armonia tra gusto e olfatto. Il punto al vertice rappresenta il sesto senso, ovvero l’intuizione. Tendenzialmente rappresentato in color porpora, il colore del logo suggerisce speranza, spiritualità, equilibrio e visione. Non a caso, infatti, la missione principale del brand è quella di aiutare gli ospiti a distaccarsi dalle proprie distrazioni per ritrovare sé stessi e riconnettersi, con mente, corpo, anima, in sintonia con la natura che ci circonda.
In un momento in cui la maggioranza delle strutture punta ad avere un reparto food and beverage blasonato, con un grande nome in cucina, un cocktail bar di successo e una proposta articolata su più outlet per i vari momenti della giornata, tutto questo per Six Senses non è un drive prioritario. Resta un focus, ma non è un elemento trainante e anzi, necessita di un pensiero distaccato dal resto degli ingranaggi in quanto i pilastri sui quali si è costruita la filosofia dell’hotel sono differenti rispetto a dove tendono a orientarsi le mode.
Come marchio, Six Senses ha introdotto una serie di valori e asset di gestione che in qualche modo arricchiscono il vocabolario dell’esperienza alberghiera, portandoci inevitabilmente a parlare di ospitalità emotiva, ascolto e interpretazione. «Le persone dimenticano quello che dici, dimenticano quello che fai, ma non dimenticano come le hai fatte sentire» afferma Renate Hermes, Wellness Director del resort alpino di Crans Montana. «Six Senses è stato – e per certi aspetti continua ad esserlo (senza eguali) – come marchio trend setter e innovativo verso la definizione di un concetto di benessere olistico. Siamo riusciti a colmare tutte quelle piccole intersezioni mancanti, coniando un modello di benessere integrato a 360 gradi e non inserendo una semplice spa da massaggi e trattamenti nel basement dei nostri hotel» spiega Hermes. È qui, ad esempio, che la proposta gastronomica prende una sua precisa deriva nell’ottica di una cucina salutare, leggera, equilibrata, gustosa, positiva per il nostro organismo e funzionale al tipo di esperienza e soggiorno che si costruisce intorno all’ospite.

«Il novanta per cento di ciò che produciamo in ogni nostra struttura viene riutilizzato e riciclato e oltre a questo lo 0,05 per cento del nostro volume di affari viene destinato a progetti a sostegno di comunità, associazioni e artigianalità locali. Aspetti che oggi sembrano normalizzati ma che realmente Six Senses ha trasformato in un mantra a partire dal 1995» spiega Toan. In un momento storico come quello in cui stiamo vivendo, di grandi incertezze politiche ed economiche, anche le strategie di comunicazione e marketing all’interno di queste strutture si adattano di conseguenza. Il focus, in questo momento, sono i mercati di prossimità, proprio perché dall’Asia c’è stato un forte arresto e anche gli ospiti americani sono diminuiti. Se il turista oltreoceano ricerca benessere, relax, buon cibo e ottimo vino, il turista europeo è più attratto da destinazioni con un taglio lifestyle, un appeal modaiolo e possibilmente non troppo lontane da raggiungere.
Ancora una volta vince il detto «less is more» che, per un brand come Six Senses, tocca l’ospite nel profondo. Un modello di ospitalità non per tutti, pensato e sviluppato su livelli di servizio ed esperienza.