L’arte del dissensoIl cinema iraniano racconta la resistenza e il coraggio di chi lotta contro l’oppressione

Dal 24 giugno al 7 luglio 2026, al cinema Arlecchino, sei film accompagneranno il pubblico in un viaggio attraverso storie di memoria, identità e libertà, offrendo uno sguardo profondo sulla società iraniana di oggi

AP/Lapresse

Da oltre quarant’anni il regime iraniano cerca di controllare non solo la politica, ma anche la cultura, l’informazione e l’immaginario collettivo. Eppure proprio dall’Iran sono emersi alcuni dei registi più apprezzati del mondo, capaci di raccontare la società iraniana, le sue contraddizioni e le sue ferite senza rinunciare alla libertà artistica. È dentro questa apparente contraddizione che si inserisce “Cinema iraniano: l’arte del dissenso”, la rassegna organizzata dall’Associazione Maanà in collaborazione con Cineteca Milano, in programma dal 24 giugno al 7 luglio al cinema Arlecchino.

Sei film accompagneranno il pubblico in un viaggio attraverso l’Iran contemporaneo, raccontando storie di repressione, memoria, diritti civili, libertà religiosa e resistenza. Un percorso che arriva in un momento particolarmente delicato per il Paese, reduce da mesi di tensioni interne e internazionali e da una nuova ondata di repressione del dissenso.

La rassegna nasce dall’idea che il cinema possa diventare uno strumento per comprendere una realtà spesso raccontata soltanto attraverso la lente della geopolitica. «Ogni film è una testimonianza viva di coraggio, resistenza e dignità di fronte a un sistema autoritario e repressivo», spiega a Linkiesta l’attivista Rayhane Tabrizi, voce degli iraniani della diaspora in Italia. «Raccontare queste storie significa scegliere di non distogliere lo sguardo».

L’appuntamento inaugurale, il 24 giugno, vedrà la proiezione di “Le donne che hanno detto di NO”, dedicato alla persecuzione della comunità bahá’í, la più grande minoranza religiosa non musulmana del Paese. Alla proiezione parteciperanno la regista Sepehr Atefi e la testimone Yeganeh Agahi, oggi rifugiata in Germania, che ha conosciuto in prima persona la repressione del regime. Il film racconta la storia di dieci donne bahá’í arrestate e impiccate negli anni Ottanta per essersi rifiutate di rinnegare la propria fede: una storia che apre uno spazio di memoria e testimonianza, in cui ogni voce, ogni immagine e ogni singolo momento rappresentano una presenza forte. Le storie di queste donne fanno parte di una narrazione storica più ampia, poiché molte persone sono state e continuano a essere uccise a causa della loro fede o delle loro convinzioni politiche.

Tra le opere in programma ci saranno anche film dedicati al tema della pena di morte e della repressione politica, compreso un lavoro del regista dissidente Mohammad Rasoulof, costretto negli ultimi anni a lasciare l’Iran dopo le persecuzioni subite dalle autorità.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979, il controllo statale sulla produzione culturale è diventato sempre più rigido. Musica, cinema, editoria e informazione sono sottoposti a un sistema di autorizzazioni e censura che limita fortemente la libertà espressiva. Secondo Freedom House, l’Iran è oggi tra i Paesi meno liberi al mondo anche sul piano digitale, mentre decine di giornalisti e artisti continuano a essere arrestati e condannati a morte ogni anno.

Proprio all’interno di queste restrizioni è nata una delle tradizioni cinematografiche più influenti del nostro tempo. Un recente saggio pubblicato dal Gulf International Forum descrive questo fenomeno attraverso il concetto di “Third Space”, il terzo spazio: una zona grigia in cui artisti e registi riescono a esprimere critica sociale e politica senza ricorrere a un’opposizione frontale che verrebbe immediatamente censurata.

Più che dire apertamente ciò che non può essere detto, molti autori iraniani hanno imparato a lavorare sulle metafore, sulle ambiguità e sui significati multipli. Lo stesso meccanismo si ritrova in molte altre forme artistiche. Dopo le grandi proteste del 2025, represse nel sangue dalle autorità, diversi artisti iraniani trasformarono l’immagine simbolo delle manifestazioni – un uomo solo seduto davanti alle forze speciali – in opere grafiche e digitali che evitavano slogan diretti ma evocavano comunque l’idea della resistenza individuale contro il potere. Un linguaggio visivo volutamente ambiguo che permetteva alle opere di circolare nonostante la censura.

«In Iran qualcosa continua a muoversi», racconta ancora Rayhane Tabrizi. «Le proteste non si sono completamente spente, nonostante la repressione e le difficoltà. Ma oggi gran parte del lavoro viene portato avanti all’estero, attraverso campagne contro le esecuzioni e per la liberazione dei prigionieri politici».

In questo senso la rassegna milanese non è soltanto un evento culturale. È anche un’occasione per osservare da vicino come l’arte continui a sopravvivere dentro sistemi autoritari e come il cinema possa diventare, allo stesso tempo, memoria, testimonianza e lotta contro l’oppressione del regime.

 

X