Evoluzione di un suonoLe svolte estetiche, politiche e spirituali di oltre un secolo di musica afroamericana

In “Black Beauty. Storie di musica nera” (EdizioniLOW, 2026), Nicola Gaeta ricostruisce i ritratti delle voci più note del jazz, gospel, il blues, il soul, il funk, il rap, la house, l’avant-garde e delle musiche spirituali

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Il 7 dicembre 1941 le forze aeronavali giapponesi attaccarono, a Pearl Harbor, la flotta militare statunitense. Gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale. Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia e il 25 luglio dello stesso anno Mussolini venne destituito e arrestato (fu poi liberato dai tedeschi a settembre). Il 4 giugno 1944 Roma venne liberata da parte delle forze Alleate. L’anno successivo Hiroshima e Nagasaki vennero bombardate (con ordigni atomici), a settembre finì la Seconda guerra mondiale. 

Nel giugno 1947 gli Stati Uniti annunciarono il piano Marshall per la ricostruzione europea del Dopoguerra. Il 4 aprile 1949 venne fondata l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato), che coinvolgeva i Paesi del cosiddetto blocco occidentale. Due sono gli avvenimenti che hanno reso speciale questo decennio nella storia della musica nera. Il primo è l’esplosione del bebop: il jazz in quel momento ruppe con il suo passato di musica da intrattenimento e diventò arte moderna. Il secondo è l’interesse concreto che l’industria discografica mostrò per la black music, che iniziò a parlare con la propria voce, fuori dai circuiti dominati dai bianchi. All’inizio degli anni Quaranta un gruppo di giovani musicisti neri – Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Bud Powell, Max Roach – ruppero gli schemi dello swing e, muovendosi tra Harlem e la 52esima Strada di New York, inventarono il bebop, un genere di musica nervoso, veloce, intellettuale, in cui l’improvvisazione aveva un ruolo fondamentale. 

Un genere di musica elitario che si rifiutava di essere musica da ballo e da intrattenimento, per proporsi come una vera e propria arte afroamericana autonoma e sofisticata. Si comprese che le grandi big band avevano costi di gestione esagerati e le piccole formazioni (combo per lo più di cinque persone) divennero il nuovo standard. Le orchestre di Duke Ellington e di Count Basie dovettero così reinventarsi; emersero cantanti come Sarah Vaughan, Billy Eckstine, Etta Jones, mentre le big band gestite da bianchi continuavano ad attingere al repertorio e agli arrangiamenti dei neri. Billie Holiday da un lato e Ella Fitzgerald dall’altro furono le queen di quel periodo e i cantanti acquisirono un grande controllo dinamico e stilistico. 

Stava, in fieri, avvenendo la transizione verso il soul e l’r&b. Si affermò il gospel così come lo conosciamo oggi – un linguaggio che diventò la base del soul degli anni a venire – con artisti come Thomas A. Dorsey e Mahalia Jackson. Si parlò poi di race music – alcune etichette discografiche pubblicavano i race records – che alla fine del decennio venne ribattezzata con il termine di rhythm & blues, e artisti come Louis Jordan, Wynonie Harris, Big Joe Turner, Ruth Brown dettero forma a uno stile che aveva in sé il preludio del rock’n’roll. Alla fine del decennio il mercato tirò fuori i dischi in vinile (a 33 e a 45 giri) che rivoluzionarono la fruizione della musica. 

La musica nera rafforzò la sua coscienza sociale e politica: Billie Holiday aveva da poco inciso Strange Fruit, alcuni jazzisti si stavano avvicinando a ideali progressisti attirando l’attenzione dell’Fbi. Si rafforzò anche il legame tra il jazz e la musica afrocubana: Machito, Mario Bauzà e Dizzy Gillespie (che, con Chano Pozo, incise Manteca) dettero vita al latin jazz. I musicisti afroamericani iniziarono a essere ascoltati anche in Europa, paradossalmente anche grazie alla Seconda guerra mondiale, e in America Latina. 

Charlie Parker (1920-1955) e Dizzy Gillespie (1917-1993): i due lati del fulmine chiamato bebop Music is your own experience, your thoughts, your wisdom. If you don’t live it, it won’t come out of your horn. [Charlie Parker] 30. Savoy, King, Modern, Specialty, Aladdin. [126] [127] No them without us. No jazz without Africa. [Dizzy Gillespie] Il jazz, negli anni Quaranta, era a un bivio. Da una parte il ballo, le grandi orchestre, il sorriso forzato. Dall’altra una strada buia, stretta, fatta di improvvisazione, libertà e pericolo. Due uomini presero quest’ultima strada. Non per scelta. Per necessità. 

Charlie Parker era il vento del deserto: arrivava, suonava, scompariva. Poche parole, molte note che cadevano addosso come schegge. Aveva dentro di sé il blues, la dissonanza, la grazia ma anche la dannazione. Quando suonava il suo sax contralto (aveva iniziato con il baritono) il tempo si deformava. Fraseggiava come se stesse parlando con sé stesso. Ascoltava Lester Young e studiava armonia da solo, da autodidatta; nessuno della sua famiglia era dotato musicalmente. Il suo soprannome, Bird, diventò leggenda. Dizzy Gillespie era il fuoco controllato: la tromba all’insù, le guance esplose, il cervello che correva più veloce del mondo che lo circondava. Era genio, strategia e comicità. Un atteggiamento di facciata? Probabilmente sì. Una specie di Zio Tom? Assolutamente no. Dietro quell’atteggiamento, sorridente, accattivante, volutamente clownesco c’era un architetto, un rivoluzionario. Dizzy, o Diz, scriveva arrangiamenti come progetti di fuga, costruiva ponti tra l’Africa e Harlem, tra la clave cubana e i cromatismi di Monk. La sua famiglia era povera ma musicalmente attiva (suo padre era un musicista dilettante) e lui aveva studiato la tromba (ma aveva iniziato con il trombone) anche dal punto di vista teorico, spesato dal padre. 

Fu lui, in realtà, il grande divulgatore del bebop. Avevano due personalità opposte: Parker era un genio tormentato, autodistruttivo, combattuto tra estasi musicale e dipendenza (eroina e alcol). Viveva ai margini, anche quando lo celebravano. Gillespie era disciplinato, organizzato, politicamente consapevole. Ed era un figo, rappresentava con il suo look (doppiopetti, berretti, mosca) buona parte della iconografia hipster che oggi è tornata di gran moda. Quando si incontrarono a New York, nei primi anni Quaranta, al Minton’s Playhouse e al Monroe’s Uptown House, non parlavano la stessa lingua. La inventarono. Era un linguaggio nuovo, il bebop: consonanti dure, ritmi spaccati, armonie impossibili. Suonavano in locali fumosi, non per far ballare, ma per pensare. E anche per combattere, per liberarsi. Bird e Diz erano i due estremi della stessa visione: uno disordinato, una poesia che brucia e si ci consuma, l’altro lucido, un costruttore di mondi futuri. 

Insieme cambiarono tutto. Sino ad allora avevano avuto esperienze diverse ma estremamente formative. Bird veniva da Kansas City (Kansas) e si era formato a Kansas City (Missouri) nell’orchestra di Jay McShann che poi si trasferì a New York, dove iniziò ad arrangiarsi anche con lavoretti umili: sembra fosse dedito all’uso di stupefacenti già dall’età di quindici anni, per cui aveva un bisogno continuo di soldi. C’è un aneddoto che colora la sua storia perché non tutti all’inizio apprezzavano il suo modo di suonare: una volta, mentre suonava nella band di Count Basie, il batterista Jo Jo Jones, sentendolo suonare, gli tirò addosso i piatti in segno di protesta e d’ira. 

Parker scese dal palco piangendo. Per alcuni giorni i suoi occhi furono rossi e gonfi di pianto. Diz veniva invece da Cheraw (South Carolina) e si era fatto le ossa nella band di Teddy Hill dove aveva preso il posto del suo mito, Roy Eldridge. La band era uscita dall’orchestra di Luis Russell che, a sua volta, nel 1929, l’aveva rilevata da King Oliver. Quindi c’era un filo rosso che univa Gillespie alla tradizione di New Orleans e del dixieland. Nel 1939 divenne membro dell’orchestra di Cab Calloway, che non gradiva il suo modo di suonare e neanche il fatto che fosse sempre pronto a fare scherzi. La sua famosa tromba, con la campana rivolta verso l’alto, deve la sua origine a un’incidente durante un ballo per il compleanno di sua moglie Lorraine: qualcuno inciampò sullo strumento che si storse e assunse quella forma che tutti conosciamo. 

Seppur irritato, il trombettista provò a suonarla e quello che venne fuori non gli dispiacque. Da quel momento quello è rimasto il suo marchio di fabbrica. Quando i due si incontrarono al Minton’s la band residente era formata dal pianista Thelonious Monk, dal chitarrista Charlie Christian, dal trombettista Joe Guy, dal batterista Kenny Clarke e dal contrabbassista Nick Fenton. In due anni scrissero insieme capolavori come Salt Peanuts, Shaw ’Nuff, Hot House, A Night in Tunisia. 

Dopo il 1947 le loro carriere presero strade diverse. Parker iniziò a incidere per la Dial e per la Verve, con piccoli gruppi, continuando a spingere il jazz in territori sempre più lirici e complessi. Compose Now’s the Time, Ko-Ko, Ornithology, Parker’s Mood. Gillespie fondò grandi formazioni integrando il jazz con la musica afrocubana (con Chano Pozo), diventando ambasciatore culturale degli States nel mondo. Compose Manteca, Con Alma, Tin Tin Deo e tenne viva la fiamma del bebop anche negli anni del cool e del free. Parker volò via troppo in fretta. Morì a 34 anni, consumato da tutto ciò che non si poteva dire con la musica; il medico che ne certificò la morte pensava ne avesse almeno sessanta. Dizzy restò, con il suo sorriso, raccontando storie, formando giovani e continuando a soffiare nelle sue guance la libertà. 

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Black Beauty, Cover

Tratto da “Black Beauty”, di Nicola Gaeta, EdizioniLOW, 2026, 25€, 800 pagine

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