Il 16 luglio del 1950, al Maracanã di Rio de Janeiro c’è un clima fantastico. Il Brasile sta per diventare campione del mondo in casa. Basta un pareggio contro l’Uruguay. In campo è Davide contro Golia, ma tutti tifano per il gigante. Sugli spalti ci sono circa duecentodiecimila persone, il sindaco Ângelo Mendes de Moraes parla ai giocatori come se la vittoria fosse una formalità: «Ho mantenuto la mia promessa costruendo questo stadio. Ora fate il vostro dovere, vincendo la Coppa del Mondo». Il Brasile passa in vantaggio e il nervosismo si permette di diventare entusiasmo. Poi l’Uruguay pareggia con Schiaffino e al settantanovesimo Alcides Ghiggia sorprende il portiere brasiliano Barbosa sul primo palo. Il Maracanã si spegne e si passa dalla samba al requiem. Anni dopo, Ghiggia dirà che solo tre persone sono riuscite a zittire quello stadio: Frank Sinatra, il Papa e lui.
Quella sconfitta passerà alla storia come il Maracanaço. Per Barbosa, il destino è segnato. Sarà per sempre l’unico volto di quella sconfitta. Molti anni dopo confesserà: «In Brasile la pena massima è di trent’anni, ma io sto pagando da molto più tempo per un crimine che non ho commesso». Com’è possibile che il sentimento di un popolo, il modo in cui si percepisce e fa percepire dagli altri, sia influenzato da una partita di calcio di novanta minuti, giocata ogni quattro anni? Perché il calcio non è solo calcio. E i Mondiali non sono solo un torneo. Non esiste un evento sportivo capace di produrre da solo così tanta memoria, politica, epica, dolore e identità.
Nel quarto episodio di Scenari 2026, il podcast di Linkiesta per Intesa Sanpaolo On Air, Andrea Fioravanti parte dal racconto di quella ferita per raccontare perché i Mondiali di calcio siano diventati l’evento sportivo più grande di sempre.
Nati nel 1930 per dare al calcio un palcoscenico autonomo rispetto ai Giochi olimpici, i Mondiali sono diventati strumento per ottenere una vetrina internazionale o l’occasione perfetta per regolare i conti con la storia. L’Italia fascista del 1934, l’Argentina della dittatura nel 1978, la Francia “black-blanc-beur” del 1998, il Qatar del 2022: ogni edizione dice qualcosa del Paese che la ospita e del mondo che la guarda. Poi ci sono le partite e i gesti che restano più dei trofei. Italia-Germania 4-3, la Mano de Dios e il Gol del Secolo di Maradona, la testata di Zidane a Materazzi, la parata di Dibu Martínez su Kolo Muani nella finale tra Argentina e Francia.
Nel podcast interviene anche Giuseppe Pastore, giornalista sportivo di “Cronache di Spogliatoio”, per raccontare uno dei momenti entrati nella storia popolare dei Mondiali. Se pensate che non abbia senso perdere tempo a guardare ventidue imbecilli che corrono dietro a un pallone, questo episodio è per voi. Se invece pensate che farlo sia la cosa più bella del mondo, lo è ancora di più.
Puoi ascoltare l’episodio completo di Scenari 2026, il podcast di Linkiesta per Intesa Sanpaolo On Air, su Spotify: