
Il 27 gennaio 2026, a New Delhi, l’Unione europea e l’India hanno firmato due accordi. Il primo era atteso da vent’anni: un accordo di libero scambio che chiude una trattativa cominciata nel 2007 e bloccatasi più volte su tariffe, standard, dati, accesso ai mercati. Il secondo è passato quasi inosservato: un partenariato di sicurezza e difesa. Eppure, è quello che cambia davvero qualcosa nel modo in cui Europa e India si guardano.
Per capire perché, bisogna partire da dove si è rotta la logica precedente. L’India acquista armi dalla Russia dai tempi della Guerra fredda. Caccia Sukhoi, MiG, sottomarini, carri armati, elicotteri: larga parte dell’arsenale indiano viene da lì, e quella catena di manutenzione e ricambistica non si sostituisce in poco tempo. Tra il 2016 e il 2020, Mosca copriva ancora quasi la metà delle importazioni di difesa indiane. Non per nostalgia ideologica, ma per ragioni pratiche: prezzi favorevoli, disponibilità a trasferire tecnologie sensibili, interoperabilità costruita su decenni.
Il problema è che quella dipendenza è diventata un rischio operativo. La guerra in Ucraina ha prosciugato le forniture russe: Mosca ha bisogno dei propri sistemi d’arma e non può permettersi di distrarre capacità produttive verso contratti esteri. Diverse piattaforme di prima linea (Su-30 MKI, elicotteri, sottomarini) hanno accumulato ritardi nei momenti in cui la prontezza operativa era più necessaria. Nel maggio 2025, l’Operazione Sindoor, scattata dopo un attacco terroristico in Kashmir, ha messo alla prova le catene di fornitura indiane in condizioni di stress reale. Le fragilità erano strutturali, non contingenti.
New Delhi ha accelerato quello che stava già facendo: diversificare. Tra il 2016-2020 e il 2021- 2025, la quota russa nelle importazioni di difesa indiane è scesa dal cinquantuno al quaranta per cento; quella francese è salita al ventinove per cento (dati Sipri). I trentasei Rafale acquistati nel 2016 sono diventati un contratto per altri ventisei, poi uno per centoquattordici, di cui novanta da costruire in India con contenuto locale vicino al cinquanta per cento. Airbus, in partnership con Tata, produce elicotteri a Bengaluru e sta avviando la produzione del trasporto militare C295. Con la Germania si trattano sottomarini Type-214 a propulsione indipendente dall’aria, fondamentali per tenere testa alla presenza navale cinese nell’Oceano Indiano. Tutto questo è cooperazione bilaterale. Il passaggio del 27 gennaio è un altro: per la prima volta, la difesa entra nella relazione UE-India come tema strutturato a livello di blocco, non più delegato ai singoli stati membri. Il partenariato copre la sicurezza marittima, il cyber, l’intelligenza artificiale, le minacce ibride, il contrasto al terrorismo, la protezione delle infrastrutture critiche, la non proliferazione, lo spazio. Sarà implementato attraverso un dialogo annuale dedicato. Non è un documento operativo, è un quadro. Ma i quadri contano: definiscono l’ambizione politica e creano le strutture dentro cui si costruisce la cooperazione pratica. Fino al 27 gennaio, quella struttura non esisteva a livello Ue. Bruxelles aveva già concluso accordi analoghi con il Giappone e la Corea del Sud. Con l’India, la più grande economia della regione e il Paese più popoloso del mondo, il livello era rimasto quello del dialogo bilaterale tra singoli stati europei.
Perché proprio adesso? La risposta è in larga parte Washington.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha cambiato i calcoli di entrambe le parti. Per l’Europa, l’uso dei dazi come strumento di pressione – anche contro gli alleati, anche in modo improvviso – ha reso urgente costruire alternative credibili. L’India è uno dei pochissimi Paesi che combina scala, crescita e indipendenza strategica in modo commercialmente rilevante e politicamente affidabile.
Per l’India, la relazione con Washington si è complicata su più fronti in poco tempo. I dazi hanno colpito le esportazioni indiane. Le pressioni sugli acquisti di petrolio russo, con aliquote cumulative fino al cinquanta per cento, sono state percepite come punitive, soprattutto perché la Cina, che importava quantità molto maggiori di energia russa, ne era stata esentata. Poi è arrivata la crisi con il Pakistan: quando Trump ha rivendicato il merito di averla risolta e ha chiesto di essere candidato al Nobel, l’India si è rifiutata di avallare la narrazione. Il Pakistan aveva accettato. Il rifiuto indiano è stato letto come un segnale preciso: New Delhi non intende comprimere la propria autonomia per compiacere chiunque stia a Washington.
Sullo sfondo c’è la Cina. L’India ha un contenzioso di confine irrisolto con Pechino che risale al 1962 e produce periodiche tensioni militari. La cooperazione sino-pakistana si approfondisce, creando quello che a New Delhi viene letto come un fronte a due dimensioni. Ridurre la dipendenza da Mosca, che è anche un partner di Pechino, smette così di essere solo una questione industriale e diventa una scelta di posizionamento strategico.
Per l’Europa, l’India è anche un potenziale hub manifatturiero per la difesa, in un momento in cui il continente sta cercando di ricostruire la propria capacità industriale militare. Il meccanismo Safe, da centocinquanta miliardi di euro, prevede acquisti comuni di munizioni, artiglieria, sistemi di difesa aerea e droni, con un margine del trentacinque per cento riservato a partner non UE come l’India. Contractor americani, francesi e israeliani hanno già incorporato fornitori indiani nelle loro filiere. E dopo l’Operazione Sindoor, le competenze indiane in missili, droni e sistemi di difesa aerea hanno attirato interesse anche sui mercati di esportazione.
La tensione strutturale del partenariato ruota intorno alla Russia. L’Europa guarda con qualche cautela alla persistente vicinanza di New Delhi a Mosca. L’India ha ragioni storiche solide per mantenerla: il rapporto va ben oltre la fornitura di armi. Mosca ha sostenuto l’India al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Kashmir in modo sistematico, una contropartita che pesa molto per un Paese senza seggio permanente e con una disputa territoriale aperta. Non è un legame che si scioglie per decreto, né che un accordo con Bruxelles si propone di rimpiazzare. Il 27 gennaio non ha preteso di risolvere queste divergenze: ha costruito un quadro che permette di sviluppare la cooperazione pratica senza chiedere allineamenti politici che non sarebbero nell’interesse di nessuno.
Quello che è cambiato è la geometria della relazione. La difesa UE-India non è più affidata al solo canale bilaterale ma diventa una voce strutturata nell’agenda del blocco. È un passo modesto in termini operativi, significativo in termini istituzionali. E in diplomazia, dove le strutture spesso precedono i contenuti, non è poco.
