
Le parole di Giuseppe Conte sulla minaccia russa inventata dall’Europa come scusa per riarmarsi hanno sollevato molte polemiche. Conte si è difeso sostenendo di avere semplicemente citato un generale Nato, Alexus G. Grynkewich, secondo il quale la Russia non rappresenterebbe una minaccia. Ma il generale Nato non aveva detto che la Russia non era una minaccia, bensì che non avrebbe attaccato la Nato perché consapevole delle conseguenze, e come ha fatto prontamente notare su Linkiesta Marco Taradash c’è una grossa differenza fra il non essere una minaccia e il non cercare il conflitto per timore delle conseguenze: «Nel primo caso il pericolo non esiste, quindi armarsi sarebbe superfluo. Nel secondo il pericolo esiste, ed è proprio la capacità dissuasiva dell’Alleanza a tenerlo a bada».
Ad ogni modo, sabato il Foglio ha sentito direttamente il portavoce del generale, che ha detto testualmente: «La Russia rappresenta chiaramente una minaccia per la sicurezza euro-atlantica (…) il punto decisivo è essere preparati ad affrontarla come Alleanza difensiva». Ciò nonostante, Marco Travaglio sul Fatto di domenica ha scritto che Conte ha detto un’ovvietà e persino che la smentita pubblicata sul Foglio non smentisce niente, o qualcosa del genere: «I poveretti del Foglio, affranti, han cercato un portavoce per fargli “smentire le balle di Conte”. Ma invano…». A meno che con quell’«invano» Travaglio non intendesse proprio rivendicare il fatto che qualunque testimonianza, dimostrazione o controprova è ormai del tutto inutile, in un dibattito a tal punto inquinato dalle mistificazioni di propagandisti che non si fanno alcun problema nel negare anche l’evidenza.
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P.S. Torno sul caso sollevato dalle parole di Giuseppe Conte a Napoli perché mi pare che la polemica sulla minaccia russa (vedi sopra) abbia messo in secondo piano la parte più significativa del suo intervento, e cioè l’insistenza sulla necessità di una svolta negoziale con Vladimir Putin (che i «bellicisti» europei come Mario Draghi avrebbero impedito). È un argomento che ho già affrontato qui mercoledì e di cui sabato Nona Mikhelidze ha scritto sul Foglio un’ampia e puntuale contestazione. Ci torno solo per aggiungere un’osservazione, al tempo stesso banalissima e sconvolgente, come prova dell’assoluta impermeabilità alla realtà del nostro dibattito pubblico. Il punto è questo: l’argomento secondo cui si sarebbe potuto e dovuto fermare Putin non con le armi, ma con la diplomazia, per quanto risibile e infondato, poteva ancora mantenere una parvenza di credibilità prima che Donald Trump non tentasse per un anno intero proprio quella strada, e nel modo più sfacciatamente favorevole agli interessi dei russi e più apertamente ostile a Volodymyr Zelensky e agli ucraini. Dopo il fallimento di quel tentativo, per la determinazione di Putin nel rifiutare persino le concessioni più vergognose, che cosa mai si pensa che dovrebbero fare i governi europei o addirittura un governo italiano, che non abbia già tentato Trump, con gli esiti che si sono visti?