FruttofiliLa domanda di frutta sta cambiando, e le coltivazioni pure

Dopo un decennio di crisi dei consumi, la frutticoltura italiana sta imparando a dare valore alla sostanza più che all’apparenza, riportando aspetti dimenticati: il gusto e la qualità sostenibile

Foto di Waldemar Brandt su Unsplash

Nelle campagne della pianura romagnola del dopoguerra la povertà era lo status di molti. C’era la terra e l’essenziale per vivere. Succedeva quindi che per il compleanno di una figlia il regalo più speciale che ci si potesse permettere fosse un frutto. Nel corso della storia questi prodotti non sono mai stati solo cibo. Datteri e fichi erano segno di potere e abbondanza già nell’Antico Egitto, così anche nel Medioevo; si prosegue fino all’Ottocento, quando l’ananas veniva persino affittato per affermare uno status sociale. Nel libro “Il formaggio con le pere”, lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari espone il valore sociale e culturale della frutta, esempio di cibo delicato e lussuoso, destinato alle tavole dei ricchi.

La percezione della frutta in Italia conserva ancora oggi un valore che va oltre la questione alimentare, nonostante un decennio in cui il calo dei consumi è stato una costante e il mercato ha modificato i propri interessi. A questo si aggiungono le nuove frontiere dell’agricoltura e i cambiamenti climatici, che stanno riscrivendo le coordinate della frutta per come la conosciamo, cambiandone geografia e stagioni.

Siamo (tornati) alla frutta
Il 2024 ha segnato, così, secondo il Report sul consumo di Ortofrutta di Cso Italy, un’inedita stabilità di mercato. Per la prima volta dopo un decennio di contrazioni, i volumi di acquisto hanno smesso di scendere (2,69 milioni di tonnellate), per arrivare nel 2025 a un primo segno positivo. Secondo i dati disponibili relativi ai consumi dello scorso anno, si intravede una graduale ripresa, sebbene il mercato rimanga condizionato da prezzi in costante ascesa. Ad agosto 2025, la crescita del comparto frutta è del due per cento, indicando un aumento dei volumi rispetto agli anni precedenti.

A trainare la crescita sembrano essere le componenti in grado di fornire qualità e servizio ai prodotti agricoli. Aspetti come il biologico, la quarta gamma, il marketing, hanno maggiore presa sul consumatore.

Per decenni, la frutticoltura è scivolata nel tunnel dell’ossessione estetica: abbiamo inseguito frutti perfetti, dalla conservabilità infinita e il colore da catalogo, finendo per vendere oggetti che avevano smesso di essere cibo. Abbiamo dimenticato che, come suggeriva Pablo Neruda nelle “Odi elementari”, mordere un frutto è l’atto più semplice e universale della terra, un legame tra l’uomo e il cosmo che non può essere tradito dal sapore di cartone.

Oggi, spinti dal cambiamento climatico, da costi di produzione elevati e da un consumatore che non accetta più l’inganno, le filiere agricole stanno riscrivendo le regole del gioco. Alla preoccupazione per i volumi si affianca l’attenzione al valore, e la frutticoltura italiana sembra spostarsi verso un modello di sostanza più che di apparenza.

Succose fragole “modello Basilicata”
La Basilicata sta conquistando il titolo di regione d’eccellenza per la coltivazione delle fragole. Circa 1200 ettari sono destinati alla coltivazione di 500 mila quintali di prodotto che generano annualmente un valore di mercato di oltre 150 milioni di euro.

Nicofruit è una delle aziende specializzate in questa coltivazione. Nata nel 1993 con tre ettari coltivati a Scanzano Ionico, oggi rappresenta il brand dell’Organizzazione di Produttori Frutthera Growers, raggiungendo una superficie agricola di oltre 90 ettari e integrando 30 produttori associati per la coltivazione di fragole, comprese le Fragole della Basilicata Igp, e i kiwi di Matera.

La fragola è stata tra i frutti che hanno subito importanti perdite di volumi negli scorsi anni, ma un cambio di approccio sta migliorando la qualità del frutto e lasciando crescere la domanda. «Ci siamo concentrati inizialmente sui mercati internazionali, lavorando con l’Est Europa, il Nord Europa e in Asia. Successivamente abbiamo scelto di puntare sulla qualità delle fragole piuttosto che sulla quantità, spostando il baricentro sul mercato nazionale. Oggi siamo presenti nelle grandi catene della Gdo e nei principali mercati ortofrutticoli in tutta Italia» racconta Christian Nicodemo, head of marketing e brand strategy di Nicofruit. Per farlo, l’azienda ha iniziato dalla selezione varietale, puntando su fragole più resistenti, e ha investito nelle tecniche di coltivazione fuori suolo, in cui le piante non crescono in terra ma in sistemi con materiale inerte come la fibra di cocco. «Questo permette di far riposare i terreni stanchi e di coltivare anche dove il suolo non sarebbe ottimale. Sensori e sonde controllano il bisogno di acqua della pianta; nel fuori suolo l’acqua non assorbita viene raccolta, purificata e rimessa in circolo, abbattendo lo spreco idrico. Utilizziamo la lotta integrata con insetti utili per attaccare i parassiti senza chimica e usiamo i bombi per l’impollinazione naturale». È un modello che sta portando i primi risultati e offre una visione aggiornata dell’agricoltura che, prima ancora di fatica, è fatta di investimenti e visione. Secondo Nicodemo «l’agricoltura oggi ha un livello di innovazione tecnologica altissimo».

Mettere a dimora un ettaro di fragole con questi sistemi costa tra gli ottanta e i centomila euro. Solo lo scorso anno Nicofruit ha venduto 8,5 milioni di cestini di Fragola Matera® e generato un fatturato di oltre ventiquattro milioni di euro per tutte le produzioni.

Uva senza semi, angurie mini
Se da un lato cambiano i campi e le tecniche, grandi cambiamenti passano per il seme. Ernesto Fornari, direttore generale del Gruppo Apofruit, delinea una rivoluzione del settore frutticolo all’insegna del sapore e della comodità d’uso. «La frutta deve essere buona». Il concetto è semplice ma va dritto al punto. «Per anni abbiamo perseguito selezioni varietali che puntavano all’estetica perfetta e alla conservabilità senza soddisfare il palato. Abbiamo perso il consumatore». Secondo Fornari bisogna ricostruire la credibilità offrendo selezioni varietali che siano piacevoli al gusto, nonostante la stagionalità. Il gusto rimane un driver fondamentale della scelta insieme alla comodità d’uso, altro aspetto su cui la selezione varietale sta facendo un lavoro sempre più mirato.

Le varietà di uva senza semi (apirene), inizialmente guardate con scetticismo in Italia, hanno ormai soppiantato quelle con i semi grazie alla croccantezza, alla dolcezza e a un calendario commerciale ampio. Anche l’anguria, da grande frutto di oltre dieci chili, sta cedendo il passo a varietà più piccole. Secondo i dati Cso Italy, nel 2025 il sessanta per cento delle angurie vendute in Gdo era di tipologia mini.

Per Fornari questi cambiamenti vanno affrontati attraverso un lavoro corale che riunisce produttori e filiera: «Piccolo è bello – riferendosi alle realtà agricole – non funziona più, se non per le sagre di paese», suggerisce, invitando le aziende ad aggregarsi per sostenere i costi di ricerca, innovazione e difesa climatica.

Questioni spinose
Semplificare l’agricoltura è uno sbaglio che commettiamo tutti. Per molto tempo abbiamo pensato che coltivare fosse un gesto naturale e che i problemi nei campi si risolvessero in modo semplice. La terra oggi smentisce: non c’è niente di più complesso della natura. A questo si aggiunge la richiesta di chi la frutta deve mangiarla.

Paolo Piccinni, agronomo di formazione e responsabile commerciale di Agricola Azzurra, realtà con oltre 500 ettari coltivati legata al Gruppo Orsero, offre uno sguardo sulla trasformazione che sta vivendo l’ortofrutta italiana. Non si parla più solo di agricoltura, ma di una catena di servizio che porta il prodotto dal campo al banco, cercando di intercettare un consumatore meno incline allo spreco.

«Oggi cerchiamo il fresco, il buono, la qualità sostenibile. Siamo passati dal comprare due chili di frutta generica al cercare singoli frutti, ma che siano buoni perché il nuovo lusso è la garanzia del gusto». Per Piccinni la qualità deve affiancarsi alla componente di servizio, vero driver dei consumi. «Attraverso la quarta gamma trasformiamo un frutto spinoso come il fico d’India in uno snack moderno».

Per l’agronomo, la Sicilia può preservare le colture tradizionali, sempre più marginalizzate rispetto alla frutta tropicale, attraverso la capacità delle aziende di fornire servizi, accorciando le distanze.

Campi d’azione
Il calo dei consumi è stato lo stimolo più incisivo per richiedere una revisione al settore della frutta. Ora bisogna instillare nuovamente la cultura del consumo mentre le aziende e la filiera lavorano a un cambiamento già in parte in atto.

Tecnologia e sostenibilità guidano le scelte di campo e di consumo. Anche la comunicazione in agricoltura può tuttavia fare la differenza. Inizia a diventare fuori luogo storcere il naso davanti a un frutto senza semi o a una porzione di mango già tagliato: sono selezioni e servizi che seguono le richieste di mercato, aumentando l’effettivo consumo.

Diventa fondamentale per agricoltori e consumatori adattarsi ai cambiamenti. Cambieranno la geografia delle coltivazioni e le pratiche agricole. Cambierà il calendario delle stagioni e l’aspetto della frutta. Bisogna guardare a tutto questo senza preconcetti e ricominciare a parlare con il fruttivendolo per scoprire che cosa significa buona frutta e buona agricoltura oggi.

Questo è un articolo del primo numero di Gastronomika Mag, presente all’interno di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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