
Conflitti e commerci marittimi abitano le pagine di cronaca come le leggende. Appartengono alla storia come al mito. Popoli, alleanze, navi, equipaggi hanno cavalcato il tempo e le onde, rincorrendo potere e ricchezze. Secondo Tucidide nella Guerra del Peloponneso, già nel XVI secolo a.C. Creta conobbe il suo massimo splendore grazie alla sua flotta commerciale. E, nei secoli a seguire, non sono mancati i racconti di potenze forgiate con il favore di venti propizi, vascelli robusti e marinai coraggiosi.
Da allora sono cambiati i nomi di approdi, le tecnologie impiegate e le merci scambiate, ma non il ruolo di equipaggi, flotte e passaggi strategici: il mare, bene comune globale, resta una dimensione ineludibile delle relazioni tra popoli. Ciò vale, purtroppo, anche per i rapporti conflittuali. Sicché, anche le cause e le conseguenze delle guerre sul mare attraversano i secoli, talvolta riproducendosi in forme immutate, talaltra manifestandosi attraverso dinamiche nuove e imprevedibili.
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Se, a distanza di migliaia di anni, alcuni punti nevralgici sulle mappe continuano a destare attenzione, è perché la storia dei popoli non smette di essere modellata dal mare. Oggi si chiamano choke points, ovvero “colli di bottiglia”, passaggi strategici dove si intrecciano linee commerciali e si addensano interessi politici, regionali come globali: seguendo importanti rotte, ne abbiamo scelti alcuni – Suez, Bab el-Mandeb, Hormuz, gli stretti turchi, Malacca – per l’importanza militare e commerciale che rivestono. Tuttavia, il pianeta non smette di riservare sorprese, svelando nuove aree “calde”: tra queste, l’Artico dimostra come anche il riscaldamento globale rappresenti un fattore determinante nello scacchiere politico ed economico internazionale. Era impensabile alcuni secoli e, forse, anche solo diversi decenni fa, che alcune partite si sarebbero giocate in luoghi così remoti e inospitali come tra i ghiacci polari: eppure, poiché le ambizioni scorrono lungo le vie d’acqua, nuovi spazi navigabili schiudono facilmente inediti scenari di potere. È quindi inevitabile che, nel rodeo della globalizzazione, alcuni fazzoletti di mare particolarmente appetibili – e, come tali, contesi – forniscano l’occasione per misurare rapporti di forza e rivendicare ruoli.
A fare le spese di tali tensioni sono spesso la libera navigazione e la pacifica fruibilità del mare. Molti degli attuali scenari di crisi e conflitto celano infatti uno scontro tra rivendicazioni di maggior controllo sugli spazi marittimi e tentativi di riaffermazione della libertà dei mari. Gli Stati sposano alternativamente l’una e l’altra causa e non di rado cambiano partito, nel perseguimento dei propri interessi essenziali. A garantire il contemperamento di questi interessi contrapposti, come per altri global commons, interviene il diritto internazionale, chiamato a disciplinare i rapporti sul mare anche quando degenerano in crisi e conflitti armati. Eppure, i compromessi trovati si rivelano talvolta fragili e faticano a reggere l’urto delle sfide contemporanee.
Così, tra attacchi missilistici al naviglio in transito nel Mar Rosso, mine navali collocate nel Mar Nero e tensioni nel Mar Cinese Meridionale, le navi – con i loro equipaggi e carichi – si trovano sempre più spesso costrette a optare per ben più lunghi percorsi alternativi. Le scelte degli armatori delle navi – portatrici di interessi economici spesso non indifferenti agli Stati costieri dei porti di scalo o transito – devono quindi fare necessariamente i conti con la geografia fisica e politica, disegnando le proprie linee commerciali in funzione delle minacce lungo i percorsi e gli snodi strategici.
Tuttavia, i choke points non si limitano alla superficie, nascondendosi anche – e sempre di più – negli abissi: i fondali, che ospitano cavi per le telecomunicazioni e condotte energetiche da cui transitano il 95% dei dati internet e flussi enormi di gas o elettricità, sono diventati nuove frontiere di potere e competizione a migliaia di leghe sotto i mari. Con questo sguardo, si coglie il significato di quanto è accaduto, ad esempio, il 26 settembre 2022 al gasdotto Nord Stream nel Baltico, con la fuoriuscita di ottocento milioni di metri cubi di gas; oppure il 18 novembre 2024 al cavo sottomarino C-Lion, con l’interruzione delle comunicazioni tra Finlandia e Germania. La sicurezza marittima, quindi, scandaglia le profondità, aggiungendo dimensioni inedite a quelle tradizionali: pur se in maniera apparentemente invisibile, rotte di dati ed energia collegano regioni e continenti, assumendo anch’esse un valore geostrategico fondamentale.
Varie sono le affinità tra le mappe dello shipping e quelle delle infrastrutture strategiche subacquee, entrambe imprescindibili industrie di rete che garantiscono lo scambio di beni e servizi e che, allo stesso tempo, si espongono a rischi e minacce globali. In condizioni di pace, infatti, la presenza capillare e la dimensione di interdipendenza delle reti riducono le distanze e rendono il pianeta più piccolo; in condizioni di crisi, invece, singoli eventi straordinari possono essere sufficienti per paralizzare ingranaggi regionali e planetari. A maggior ragione, quando un conflitto arriva a coinvolgere direttamente un’arteria strategica del sistema energetico mondiale, le ripercussioni sull’economia globale diventano inevitabili. È il caso della chiusura dello stretto di Hormuz nel quadro del conflitto tra gli Stati Uniti, Israele e Iran. Per questo motivo, le arterie dell’informazione e dell’energia – esattamente come il naviglio o le strutture portuali – sono potenziali obiettivi di atti ostili, su cui peraltro resta sempre arduo indagare.
Ma a pagare il prezzo dei sinistri, troppo spesso avvolti da fitte coltri di mistero anche per la complessità e opacità dei processi investigativi durante le crisi, sono anche l’ambiente e le persone. I rischi ambientali assumono uno straordinario rilievo nei contesti di conflitto, e non solo per gli attacchi alle navi o alle infrastrutture subacquee. Dighe, porti, piattaforme di trivellazione, depositi energetici diventano obiettivi di attacchi militari i cui danni si riversano inevitabilmente sulle coste e gli ecosistemi marini. A risentirne, a seconda della vicinanza alle coste e delle latitudini, sono aree marine protette e zone di pesca, uccelli migratori e mangrovie. E, se lontane possono sembrare le immagini delle fuoriuscite di petrolio durante le Guerre del Golfo Persico a fine secolo scorso, molto più ingombranti nell’immaginario devono invece essere le cronache di questi anni. I diversi episodi riportati nel Mar Nero, negli stretti di Bab el-Mandeb e Hormuz e a Gaza – aree, queste, vulnerabili anche dal punto di vista ambientale – ci ricordano che non esistono argini tra terra e mare, tra rischi ambientali marittimi e terrestri, tra flora, fauna e popolazioni costiere.
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