
Il piano israeliano per portare Mahmoud Ahmadinejad al vertice dell’Iran sembrava perfetto sulla carta: sfruttare l’ambizione dell’ex presidente della Repubblica, alla guida del Paese dal 2005 al 2013, e ormai emarginato dalla cerchia del capo supremo Ali Khamenei, per attribuire un volto iraniano a un cambio di regime concepito e sostenuto dall’esterno. L’operazione è fallita nel momento decisivo. Dopo essere stato sottratto alla sorveglianza dei Guardiani della Rivoluzione e trasferito in una casa sicura del Mossad, Ahmadinejad si è allontanato misteriosamente dal proposito, mentre l’offensiva delle milizie curde che avrebbe dovuto aprire un fronte interno non è mai cominciata. Senza defezioni nell’apparato di sicurezza e senza una base territoriale, Israele si è ritrovato con un candidato alla successione, ma senza gli strumenti per insediarlo. Il New York Times ha ricostruito che cosa è andato storto nei piani di Gerusalemme, raccontando dettagli finora sconosciuti di un piano la cui esistenza era stata rivelata dallo stesso quotidiano a maggio. L’operazione era stata pianificata anni prima ed è tramontata il 28 febbraio, nei primi giorni della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
La scelta di puntare su Ahmadinejad sembrava controintuitiva: durante i suoi due mandati il presidente era stato uno dei dirigenti iraniani più ostili a Israele. Aveva sostenuto l’espansione del programma nucleare, moltiplicato le dichiarazioni contro lo Stato ebraico e negato la realtà storica della Shoah. Nel 2009, dopo una rielezione contestata dall’opposizione, il suo governo aveva partecipato alla repressione del Movimento verde, la più grande mobilitazione antigovernativa conosciuta dall’Iran dalla rivoluzione del 1979. Le proteste furono soffocate dai Guardiani della Rivoluzione e dalla milizia Basij, con arresti di massa e violenze che avrebbero segnato per anni la politica iraniana.
Proprio quel passato offriva però un vantaggio che mancava agli oppositori in esilio. Ahmadinejad proveniva dal sistema, ne conosceva i centri decisionali e conservava una base di consenso tra una parte delle classi popolari. La sua immagine di politico vicino agli iraniani meno abbienti era sopravvissuta alla presidenza, alimentata dai programmi di sussidi e da una comunicazione deliberatamente informale. Per una strategia di cambio di regime, la sua biografia avrebbe potuto attenuare l’impressione che la nuova leadership fosse stata semplicemente scelta a Washington o a Gerusalemme.
Negli anni successivi alla presidenza Ahmadinejad aveva inoltre costruito una posizione sempre più distante dal potere. La Repubblica islamica non è una presidenza autoritaria nel senso convenzionale. Il capo del governo eletto amministra il Paese, ma resta subordinato alla Guida suprema, che controlla le forze armate e nomina i vertici della magistratura. Khamenei, in carica dal 1989, aveva progressivamente affidato ai Guardiani della Rivoluzione la protezione del sistema e la repressione del dissenso. Il rapporto tra i due uomini si era deteriorato già negli ultimi anni della presidenza. Ahmadinejad aveva tentato più volte di candidarsi nuovamente, ma il Consiglio dei Guardiani, l’organismo religioso incaricato di selezionare chi può partecipare alle elezioni, lo aveva escluso dalla competizione elettorale.
L’emarginazione ha modificato il suo linguaggio. Ahmadinejad ha attenuato la retorica contro Israele, cominciando a criticare la corruzione delle élite, gli abusi delle forze di sicurezza e la distanza tra i governanti e la popolazione. Si è presentato con abiti più curati, ha studiato l’inglese, ricevendo ogni mattina cittadini nel proprio ufficio di Teheran, intervenendo presso ministeri e amministrazioni per risolvere problemi burocratici.
L’intelligence israeliana avrebbe individuato in quel risentimento il punto di accesso. Secondo il New York Times, alcuni contatti potrebbero essere avvenuti già durante un viaggio compiuto da Ahmadinejad in Guatemala nel 2023. L’ex presidente era stato invitato a una conferenza ambientale e aveva dovuto inscenare un sit-in nell’aeroporto di Teheran dopo che le autorità avevano cercato di impedirgli la partenza. Il Guatemala, uno degli alleati più fedeli di Israele in America Latina, offriva un ambiente favorevole per incontri lontani dalla sorveglianza diretta degli apparati iraniani.
Il passaggio più rilevante è avvenuto a Budapest, all’inizio del 2024, quando un alto funzionario ungherese chiese a Gergely Deli, rettore della Ludovika University of Public Service, di organizzare una conferenza sul clima e invitare Ahmadinejad. L’evento avrebbe dovuto giustificare pubblicamente il viaggio dell’ex presidente, mentre la finalità reale era permettergli di incontrare emissari israeliani. Deli ha raccontato al Times di avere accettato nonostante i rischi per la reputazione dell’università, nella convinzione che facilitare un colloquio tra due nemici potesse evitare nuove violenze. David Barnea, che ha guidato il Mossad fino a questo giugno, si era recato personalmente nella capitale per incontrare Ahmadinejad. Poco dopo, secondo ex funzionari statunitensi, Israele avrebbe informato la Cia dell’esistenza dei contatti.
Ahmadinejad era tornato a Budapest nel giugno 2025, pochi giorni prima dell’inizio di un precedente conflitto tra Iran e Israele. Le guardie dell’unità Ansar, il reparto dei Guardiani della Rivoluzione incaricato di proteggere gli ex presidenti iraniani, avevano riferito che per almeno due volte era riuscito a sottrarsi alla loro sorveglianza per partecipare a incontri prolungati. Quando gli chiesero dove fosse stato, rispose di avere parlato con professori dell’università. Se avesse preso il potere, secondo il New York Times, l’ex presidente iraniano avrebbe anche prospettato il riconoscimento di Israele e l’adesione agli Accordi di Abramo, il quadro diplomatico promosso da Donald Trump per normalizzare le relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi.
Durante i primi attacchi statunitensi e israeliani lo scorso 28 febbraio, un bombardamento colpì il complesso in cui viveva Ahmadinejad nel quartiere di Narmak, nella zona nordorientale di Teheran. Furono presi di mira l’edificio occupato dalle guardie e il suo veicolo blindato. Le immagini satellitari esaminate dopo l’attacco hanno confermato la distruzione della postazione di sicurezza, anche se inizialmente alcuni media iraniani avevano ipotizzato che l’obiettivo fosse uccidere l’ex presidente.
Poco dopo il raid, secondo quattro alti funzionari iraniani citati dal Times, una Peugeot nera è arrivata al complesso e ha portato via Ahmadinejad. L’automobile sarebbe stata guidata da operativi del Mossad, che lo hanno trasferito in una casa sicura all’interno dell’Iran. Non condurlo immediatamente all’estero è stata una scelta politica per poter rivendicare la guida del Paese. Ahmadinejad doveva apparire come il protagonista di una rottura nata a Teheran, non come un esule riportato al potere sui mezzi militari di uno Stato straniero. L’ex presidente però sarebbe rimasto turbato dalla concitazione dell’operazione e avrebbe manifestato crescenti dubbi sul piano israeliano, lasciando infine il rifugio in circostanze che il New York Times non è riuscito a chiarire davvero. Non è noto se si sia consegnato volontariamente, se abbia cercato un’intesa con le autorità o se sia stato rintracciato dai servizi iraniani.
Il suo intervento avrebbe dovuto coincidere con l’apertura di un fronte nell’Iran occidentale. Il piano prevedeva che gruppi curdi iraniani, da anni rifugiati e organizzati nel Kurdistan autonomo dell’Iraq, attraversassero il confine, occupassero alcune aree e costringessero i Guardiani della Rivoluzione a disperdere le proprie forze. Da quelle posizioni avrebbero dovuto alimentare un movimento diretto verso Teheran.
Tamir Hayman, già capo dell’intelligence militare israeliana e oggi direttore dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, ha confermato pubblicamente che Ahmadinejad faceva parte di una «sequenza di operazioni speciali». Ha definito l’intervento curdo il fulcro del progetto e attribuito a Trump la decisione di cancellarlo. Un’inchiesta di Reuters ha ricostruito le ragioni per cui i combattenti curdi sono rimasti oltre il confine. Washington aveva inviato segnali contraddittori sulla durata del proprio sostegno. Teheran colpì le basi dell’opposizione con missili e droni, minacciando conseguenze più ampie per il Kurdistan iracheno. Il governo regionale di Erbil, che dipende dagli Stati Uniti per la sicurezza ma deve convivere con l’influenza dell’Iran nel resto dell’Iraq, rifiutò di trasformare il proprio territorio nella piattaforma di una guerra contro la Repubblica islamica.
Senza quell’incursione, il piano ha perso la sola componente capace di trasformare gli attacchi aerei in controllo del territorio. L’ex presidente è rimasto così un candidato privo di un esercito. Il malcontento contro la Repubblica islamica era ed è profondo, ma non coincide con il sostegno ad Ahmadinejad. Per molti iraniani l’ex presidente restava legato alla repressione del 2009 e agli anni in cui le sanzioni internazionali avevano aggravato l’isolamento economico del Paese. I riformisti lo consideravano parte integrante del sistema. I conservatori vicini alla Guida suprema lo vedevano ormai come un rivale inaffidabile.
Ahmadinejad è ricomparso sulla scena pubblica una settimana fa, il 6 luglio nel corteo funebre per Ali Khamenei. Indossava una giacca pesante nonostante il caldo di Teheran, teneva una mascherina abbassata sotto il mento e camminava a capo chino, circondato da uomini che sembravano appartenere alle forze di sicurezza. Ahmadinejad si troverebbe ora sotto il controllo dell’intelligence dei Guardiani della Rivoluzione e sarebbe sottoposto agli arresti domiciliari. Il suo status preciso resta incerto. Il progetto che avrebbe dovuto trasformarlo nel volto di un nuovo Iran si è così concluso con il suo ritorno sotto la custodia dell’istituzione che Israele non era riuscito a disarticolare.