
Il continuo stallo dello stretto di Hormuz sta diventando una tragedia politica per Trump, ma potrebbe rivelarsi un ottimo insegnamento per chi arriverà dopo di lui alla Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti continua a sostenere che il passaggio sia completamente aperto, ma la realtà continua a smentirlo. L’Iran ne rivendica il controllo e pretende che le navi ottengano un’autorizzazione. Domenica soltanto sei imbarcazioni hanno attraversato lo stretto, il numero più basso delle ultime cinque settimane. Nessuna nave adibita al trasporto di gas naturale liquefatto risultava visibile. Molte delle petroliere e delle metaniere che continuano a transitare disattivano inoltre il sistema automatico di identificazione, il transponder, per rendere più difficile seguirne i movimenti e ridurre l’esposizione a possibili attacchi o sequestri.
La guerra che avrebbe dovuto ridurre la capacità dell’Iran di condizionare il Medio Oriente ha invece consegnato a Teheran una leva economica alla quale non intende rinunciare e che Washington, nonostante la propria superiorità militare, non è riuscita a neutralizzare. Il memorandum firmato a giugno in Svizzera avrebbe dovuto aprire una finestra di sessanta giorni per negoziare un accordo permanente, ma la tregua destinata a sostenere quel processo è già saltata. I Guardiani della rivoluzione hanno dichiarato di aver colpito installazioni militari americane in Bahrein e Kuwait. Hanno inoltre rivendicato attacchi contro sistemi radar in Oman e contro depositi di carburante e munizioni in una base giordana. Gli Stati Uniti hanno risposto colpendo difese aeree iraniane, radar costieri e capacità missilistiche. Nel mirino sono entrati anche impianti per droni e piccole unità navali. Il Comando centrale americano sostiene di avere attaccato più di 300 obiettivi iraniani in tre notti, 140 dei quali nella sola operazione annunciata sabato.
Questo stallo all’iraniana sembra difficile da sbloccare: entrambe le parti possono continuare a danneggiarsi senza riuscire a modificare in modo decisivo il comportamento dell’avversario. Come ne può uscire Trump? Il Foreign Affairs ha provato a rispondere a questo dilemma proponendo un cambio di prospettiva: smettere di considerare la caduta della Repubblica Islamica come il presupposto di qualsiasi intesa e cominciare a costruire una coesistenza regolata.
La stessa cosa accaduta nella guerra del Vietnam. Dopo anni di tentativi, gli Stati Uniti riconobbero che la pressione non avrebbe cancellato il regime di Hanoi e che una normalizzazione graduale poteva servire meglio i loro interessi. Il riavvicinamento non richiese una riconciliazione politica. Cominciò con passaggi limitati, dalla riduzione dell’isolamento economico agli accordi consolari, fino al ristabilimento delle relazioni diplomatiche nel 1995. Secondo Foreign Affairs, una via d’uscita simile per l’Iran partirebbe da obiettivi più modesti di un grande accordo: mantenere aperto lo stretto, creare un canale stabile tra i due apparati militari e legare l’alleggerimento delle sanzioni a obblighi nucleari verificabili.
C’è una differenza decisiva che potrebbe giocare a favore degli Stati Uniti: il riavvicinamento con il Vietnam arrivò dopo una sconfitta ormai irreversibile. Mentre Washington e Teheran sono ancora immerse nel conflitto e continuano a usare la forza per migliorare la propria posizione negoziale. Proprio per questo il primo obiettivo non sarebbe una normalizzazione diplomatica, ma la costruzione di un limite operativo alla guerra. Un collegamento diretto tra il Comando centrale americano e i Guardiani della rivoluzione ridurrebbe il rischio che un incidente nello stretto o un attacco contro una base producano una nuova sequenza di rappresaglie. Sarebbe il primo canale militare stabile tra i due paesi dalla crisi dell’ambasciata americana a Teheran del 1979.
Ovviamente gli Stati Uniti non dovrebbero rinunciare a contrastare le attività iraniane che considerano destabilizzanti, ma abbandonare l’ingenua iidea che ogni pressione debba avere come obiettivo finale il cedimento del regime. Sanzioni mirate, verifiche internazionali e incentivi reversibili permettono di modificare il comportamento dell’avversario senza legare l’intera strategia americana a un cambio di governo che Donald Trump non è riuscito a provocare.
Nessuno immagina ingenuamente una riconciliazione tra due governi separati da quasi mezzo secolo di ostilità. L’obiettivo più realistico sarebbe una coesistenza regolata, costruita attorno a limiti verificabili e canali capaci di resistere alle crisi. L’Iran resterebbe un avversario degli Stati Uniti e Washington continuerebbe a usare sanzioni e altri strumenti di pressione. Cambierebbe però la funzione di questi strumenti: non più mezzi per provocare il collasso della Repubblica Islamica, ma leve inserite in un sistema di regole destinato a contenere il conflitto. Un simile assetto dovrebbe impedire che ogni attacco locale produca una nuova escalation regionale e che lo stretto di Hormuz rimanga il punto attraverso cui Teheran può trasferire sull’economia mondiale il costo della propria vulnerabilità.
L’accordo sul nucleare del 2015, voluto da Barack Obama e abbandonato da Trump nel 2018, offre il precedente più utile per capire come potrebbe funzionare una coesistenza regolata tra Washington e Teheran. L’Iran accettò di ridurre le proprie scorte di uranio arricchito, limitare l’attività delle centrifughe e consentire controlli internazionali più estesi. In cambio, gli Stati Uniti e le altre potenze coinvolte alleggerirono una parte delle sanzioni. L’intesa non risolse le altre dispute tra i due paesi e non trasformò la Repubblica Islamica in un interlocutore affidabile. Stabilì però un rapporto chiaro tra obblighi verificabili e benefici economici.
Quando Trump ritirò unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo e ripristinò la politica della massima pressione era convinto che nuove restrizioni economiche avrebbero costretto Teheran ad accettare condizioni più severe, oppure avrebbero indebolito il regime al punto da metterne in pericolo la sopravvivenza. Le sanzioni provocarono danni pesanti, ridussero gli investimenti e limitarono le esportazioni iraniane, ma non produssero il risultato politico atteso. La Repubblica Islamica rimase al potere, tornò ad ampliare il programma nucleare e consegnò maggiore influenza alle componenti che avevano sempre considerato inutile il compromesso con Washington.
Il problema non era la pressione in sé, ma l’assenza di una via d’uscita credibile. Nel negoziato del 2015 l’Iran conosceva le condizioni necessarie per ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Dopo il ritiro americano, le restrizioni continuarono invece ad accumularsi senza che Teheran potesse sapere quali concessioni sarebbero state considerate sufficienti. In quelle condizioni, rispettare gli impegni perdeva valore politico. Per i dirigenti favorevoli al dialogo diventava più difficile sostenere che un accordo con gli Stati Uniti avrebbe prodotto vantaggi duraturi.
Una nuova intesa dovrebbe evitare lo stesso errore. L’alleggerimento delle sanzioni dovrebbe procedere per fasi, in rapporto a impegni controllabili sul programma nucleare e alla sicurezza della navigazione. Le misure potrebbero essere ripristinate in caso di violazioni, ma i benefici dovrebbero diventare concreti quando l’Iran rispetta quanto concordato. Solo così Washington conserverebbe una leva efficace e Teheran avrebbe un interesse materiale a non tornare alla coercizione.
Rimarrebbe comunque una fragilità politica che l’accordo del 2015 non riuscì a superare. Un’intesa sostenuta soltanto dal presidente americano in carica può essere cancellata dal suo successore, come Trump ha già dimostrato. Per durare, un nuovo accordo dovrebbe avere una base più ampia negli Stati Uniti e produrre risultati abbastanza visibili da rendere costoso smantellarlo. In Iran dovrebbe garantire benefici che la popolazione possa percepire, sottraendo argomenti a chi presenta ogni apertura verso Washington come una resa senza contropartite.