Camillo di Christian RoccaObama smantella tre pilastri del sistema antiterrore di Bush, ma si prende sei mesi per decidere

New York. Al secondo giorno, Barack Obama ha cominciato a smantellare tre pilastri dell’architettura antiterrorismo che l’Amministrazione Bush aveva elaborato all’indomani degli attacchi islamisti dell’11 settembre. Chiuderà entro un anno il carcere extraterritoriale di Guantanamo, saranno chiuse le prigioni segrete della Cia e, infine, i servizi americani non potranno ricorrere a sistemi di interrogatorio speciali. Il neopresidente, firmando quattro ordini esecutivi, ha pienamente esaudito la sua promessa elettorale di cambiare corso rispetto alla politica antiterrorismo di George W. Bush, anche se tramite il consigliere legale della Casa Bianca, Greg Craig, ha riconosciuto che tra i dirigenti della Cia c’è scetticismo e anche una certa preoccupazione per il futuro delle attività di prevenzione del terrorismo. In discussione non c’è la tortura, vietata esplicitamente dal 2006, ma la possibilità di usufruire di una certa flessibilità sul campo. Gli attuali vertici della comunità d’intelligence, Mike McConnell (Dni) e Michael Hayden (Cia), pronti a essere sostituiti da Obama con l’ammiraglio Dennis Blair e Leon Panetta, condividono la preoccupazione e in questi giorni hanno ribadito la necessità di non privare i servizi segreti di strumenti ritenuti utili e efficaci anche dai principali consiglieri di sicurezza nazionale del neo presidente.
I provvedimenti di Obama, per questo motivo, sono cauti, nonostante il clamore mediatico con cui sono stati presentati e accolti. Guantanamo rimane aperto ancora un anno (“è l’obiettivo finale, ma non il primo passo”, ha detto la Casa Bianca) e l’Amministrazione non ha ancora deciso che cosa fare dei 245 detenuti in quel carcere, né dove trasferirli né come e se processarli. Greg Craig, l’autore materiale dei quattro decreti presidenziali, ha garantito ai membri del Congresso che la Casa Bianca è disponibile ad andare incontro alle richieste della Cia, ma negli ordini esecutivi non se ne fa cenno. Le extraordinary rendition, cioè la cattura di terroristi in paesi stranieri e il trasferimento in paesi terzi, rimarranno in vigore.
In sostanza Obama ha preso tempo. La gran parte delle decisioni è rimandata ai prossimi sei mesi, quando le nuove task force interministeriali che ha appena creato gli forniranno i suggerimenti politici, legali e investigativi per continuare la guerra al terrorismo. “Il messaggio che stiamo mandando al mondo – ha detto il presidente – è che gli Stati Uniti intendono perseguire la battaglia in corso contro la violenza e il terrorismo e che lo faranno in modo attento e in una maniera efficace e coerente con i nostri valori e i nostri ideali”.
La cosa certa è che, entro un anno, chiuderà Guantanamo. Ma se per quella data ci saranno ancora prigionieri, Obama ha stabilito che dovranno essere “rimpatriati o rilasciati o trasferiti in un paese terzo o in una struttura americana conforme alla legge e agli interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti”. La precedente Amministrazione ha rimpatriato, rilasciato o trasferito a paesi terzi oltre cinquecento degli ottocento detenuti di Guantanamo, ma per i rimanenti 245 non ha trovato una soluzione. Obama ha ordinato una revisione dei dossier di ciascuno dei prigionieri, poi deciderà sulla base dei suggerimenti della task force. La gran parte dei detenuti sono pericolosi terroristi che l’America vorrà continuare a tenere in qualche modo in custodia. Altri saranno trasferiti in paesi terzi, sempre che si trovi qualcuno disposto ad ospitarli. Nella gran parte dei casi, non possono essere trasferiti nei loro paesi d’origine perché sarebbero sottoposti a tortura. Obama, infine, ha fermato i processi in corso e, anche su questo, aspetta indicazioni dalla task force su come procedere. L’ipotesi più probabile è che una buona parte dei prigionieri sarà giudicata da corti militari speciali simili a quelle create dal Congresso su iniziativa di Bush e indicazione della Corte suprema. Più improbabile, anche se non è escluso, che Obama riconosca agli architetti dell’11 settembre gli stessi diritti garantiti agli americani.

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