Camillo di Christian RoccaE se Obama non fosse capace di gestire la crisi?

Il presidente americano Barack Obama ha ottenuto il lasciapassare del Congresso sul piano speciale di stimolo dell’economia da 787 miliardi di dollari (e mille pagine). Il voto finale era previsto nella tarda notte di ieri, con la possibilità di slittare a oggi al Senato, senza però alcuna sorpresa sull’esito finale. Con la firma presidenziale, l’American Recovery and Reinvestment Act diventerà legge presumibilmente già lunedì.
Il primo grande obiettivo della presidenza Obama, quindi, è stato raggiunto in poco meno di un mese, ma non si trova nessuno disposto a esultare, nemmeno alla Casa Bianca. A destra come a sinistra si levano voci di delusione, anche se attutite dalla straordinaria popolarità del presidente, ma anche i centristi e i moderati sono convinti di aver perso un’occasione, specie rispetto alle ricche aspettative della vigilia, secondo cui l’era Obama avrebbe inaugurato una nuova stagione di unità bipartisan e di saldatura delle divisioni ideologiche.
Wall Street, inoltre, non sembra convinta dalla vaghezza del piano di salvataggio delle banche da mille e cinquecento miliardi predisposto dal ministro del Tesoro Tim Geithner, esprimendo gli stessi dubbi e incertezze riservate ai precedenti interventi di Bush. I grandi giornali economici, dal Wall Street Journal al Financial Times all’Economist, sospettano che la soluzione finale approntata da Obama, Geithner e dal Congresso democratico sia quantomeno problematica. Anche obamiani senza se e senza ma, come gli editorialisti del New York Times, concedono che il piano è un passo in avanti, ma spiegano che non è il caso di brindare o accendere sigari perché il risultato è ampiamente insufficiente.
Il premio Nobel Paul Krugman ha scritto che la vittoria di Obama in realtà è una “sconfitta” e che il piano di stimolo dell’economia sarà certamente “di aiuto”, ma risulta “inadeguato”, specie se si aggiunge “il deludente piano di salvataggio delle banche” preparato da Geithner. Analisti libertari, come Bruce Bartlett, spiegano invece che il piano Obama, così come è successo durante tutte le recessioni del dopoguerra, rischia di incidere poco e di diventare operativo troppo tardi per poter provocare effetti benefici sull’economia. I dati del National Bureau of Economic Research, scrive Bartlett, mostrano come storicamente la tempistica dei piani di stimolo sia un indicatore abbastanza accurato del fatto che nel momento dell’approvazione dei piani anti recessione si è già raggiunto il picco più basso del ciclo economico, vale a dire che a questo punto l’economia è destinata a riprendersi anche se il governo non farà nulla.
La tesi di Obama è opposta. Il presidente è convinto che, se non si agisce al più presto, la crisi rischia di diventare irreversibile, un’ipotesi non condivisa da tutti gli economisti e ridicolizzata dall’Economist in edicola ieri, ma soprattutto in chiara contraddizione con l’ormai leggendario messaggio obamiano ottimista e di speranza, contrapposto alla politica della paura di cui era accusata la precedente amministrazione Bush.
Una volta entrato alla Casa Bianca, Obama però ha cominciato ad alzare il tono della sfida, a immaginare scenari apocalittici e a spiegare l’urgente necessità di un piano di rilancio dell’economia destinato a creare o salvare tre o quattro milioni di posti di lavoro.
I sondaggi gli hanno dato ragione, gli americani stanno con lui e il Congresso alla fine un testo lo avrà approvato, anche perché una chiara e coerente alternativa al piano del presidente non esiste, fatta eccezione per la tradizionale ricetta conservatrice di puntare tutto sul taglio delle tasse.
La legge che arriverà sulla scrivania di Obama è una via di mezzo concordata per conquistare i tre voti repubblicani al Senato necessari a evitare l’ostruzionismo, ma resta una soluzione che scontenta quasi tutti, perché costruita intorno a una mediazione – 38 per cento di tagli di tasse, un 38 per cento di aiuti sociali e un 24 per cento di spesa diretta in infrastrutture – non a una linea d’azione ben definita.
A uscirne a pezzi, dopo un mese di battaglia politica, è il tocco magico di Obama di cui si parlava in campagna elettorale e durante i primi giorni del mandato. Il presidente ha cercato di creare un clima di unità nazionale, senza riuscirci. I repubblicani, salvo le eccezioni al Senato, si sono mostrati compatti nell’opposizione al piano e, semmai, con loro si sono schierati più democratici centristi di quanti deputati conservatori abbiano deciso di votare a favore della proposta del presidente.
Obama, per dire, non è riuscito nemmeno a convincere un suo ministro, il senatore repubblicano Judd Gregg, che aveva scelto per sostituire la sua prima scelta Bill Richardson, costretto a rinunciare per guai giudiziari nel suo stato del New Mexico. Anche Gregg s’è ritirato, perché non se l’è sentita di votare un piano di rilancio dell’economia che non  condivide. La Casa Bianca, con un comunicato irrituale nei toni e nei modi, ha accusato Gregg di essersi auto-proposto per il posto di segretario al Commercio e poi di non aver mantenuto i patti sul piano di rilancio dell’economia. In realtà, la squadra obamiana alla Casa Bianca, malgrado l’esperienza congressuale e politica di alcuni suoi membri chiave, come Rahm Emanuel, è stata messa sotto scacco sia dai repubblicani, rimasti indifferenti alla retorica bipartisan di Obama non accompagnata da passi concreti verso l’unità, sia dalla speaker della Camera Nancy Pelosi che ha approfittato dell’incertezza iniziale della Casa Bianca per riempire il progetto di legge obamiano di una serie di proposte sociali e di spesa pubblica rivolte prevalentemente a soddisfare la base elettorale liberal e interessi speciali dei democratici, piuttosto che a costruire un piano coerente per rilanciare l’economia. La Casa Bianca ha subìto l’offensiva della leader democratica alla Camera e ha anche provato a contrastarla sottotraccia, incoraggiando gli undici democratici che hanno votato contro e i 48 che con una lettera hanno criticato la gestione Pelosi.
L’Economist ha scritto che Obama ha commesso un grave errore, a cedere il controllo del piano ai democratici del Congresso, perché ha trasformato in una battaglia ideologica un progetto che invece avrebbe dovuto avere un ampio sostegno da entrambi i partiti. Obama non ha solo perso la sfida sul controllo del piano, e non si è limitato al fallimento dell’incursione in area repubblicana, ma ha ricevuto aspre critiche dall’ala più radicale del mondo liberal, anche dalle pagine degli editoriali del New York Times, per aver sprecato tempo ed energie a inseguire miraggi bipartisan. Le critiche da sinistra, ieri giustificate da Rahm Emanuel, sono aumentate nel momento in cui il compromesso raggiunto al Senato tra l’ala moderata del partito democratico e tre senatori repubblicani ha ampliato il ricorso ai benefici fiscali e tagliato una fetta di spesa pubblica non destinata direttamente allo stimolo dell’economia.
Il secondo pilastro per il rilancio dell’economia, ovvero il piano Geithner per le banche, secondo l’Economist è vago, timido nel prendere decisioni serie e pieno di dubbi su come andare avanti, esattamente come il piano precedente elaborato da Hank Paulson, Ben Bernanke e dallo stesso Geithner, allora capo della Fed di New York, durante gli ultimi mesi di presidenza Bush. E’ ancora troppo presto per fare bilanci definitivi, per decretare la prima sconfitta di Obama e cominciare a dare credito a chi già dice che di questo passo la presidenza Obama è destinata a durare un solo mandato. La settimana prossima il presidente avrà comunque a disposizione un piano di intervento e montagne di dollari su cui costruire la risposta governativa alla crisi, poi continuerà a girare il paese e a rassicurare gli americani con il primo discorso a Congresso riunito in seduta comune, il prossimo 24 febbraio. Resta però il dubbio che il candidato centrista, circondato da consiglieri liberisti durante i primi passi alla Casa Bianca, sia stato costretto dal suo partito a tornare sulle posizioni economiche di quando era il senatore più di sinistra di Washington.

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