Camillo di Christian RoccaAugurare buon anno a Teheran

Barack Obama si è rivolto al popolo e ai leader iraniani con un messagio video postato sul sito della Casa Bianca e sottotitolato in farsi (anche il presidente israeliano Shimon Peres ha fatto la stessa cosa). L’occasione è stata il Nowruz, il capodanno persiano. L’intento era di dimostrare ancora una volta a Teheran e al mondo la nuova disponibilità al dialogo con gli ayatollah, come era stato preannunciato in campagna elettorale e ribadito nel giorno dell’insediamento alla Casa Bianca, quando ha annunciato che l’America sarebbe pronta a tendere la mano, qualora gli iraniani smettessero di serrare il pugno. La risposta, allora, fu di chiusura e anche recentemente gli ayatollah hanno sottolineato la continuità fra Obama e Bush.
La campagna obamiana di marketing è rivolta non soltanto agli iraniani, ma anche al pubblico occidentale, felice di avere finalmente un presidente che parla di dialogo. La strategia obamiana è identica a quella dell’intervista al canale satellitare Al Arabiya, pochi giorni dopo l’insediamento del 20 gennaio, in cui il presidente ha spiegato al mondo arabo che l’America è pronta a mettere da parte la politica degli ultimi trent’anni.
Nella sostanza, al di là della grande operazione mediatica, ancora è cambiato poco. La settimana scorsa, facendo appello a un’“emergenza nazionale” che continua dal 1995, Obama ha rinnovato l’imposizione delle sanzioni all’Iran, motivandole con “l’insolita e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale, alla politica estera e all’economia degli Stati Uniti costituita dalle azioni e dalle politiche del governo iraniano”. Washington, in realtà, sta provando ad accerchiare Teheran, chiedendo agli europei di appoggiare un piano di sanzioni internazionali e ai russi di non aiutare i piani nucleari iraniani. In gioco, oltre all’atomica, c’è l’influenza degli ayatollah nello scacchiere mediorientale, dalla Palestina (con Hamas) al Libano (con Hezbollah), fino alla Siria e ai due paesi, Iraq e Afghanistan, dove gli americani hanno una presenza militare consistente.

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