Mompracem – Il mondo è tutto ciò che accadeGli italiani credono in Monti più degli spagnoli in Rajoy, che però è stato eletto

Gli italiani hanno una fiducia maggiore nel governo Monti di quanto abbiano gli spagnoli in Mariano Rajoy che, a differenza del nostro premier, è passato al vaglio delle urne. È uno dei dati che pi...

Gli italiani hanno una fiducia maggiore nel governo Monti di quanto abbiano gli spagnoli in Mariano Rajoy che, a differenza del nostro premier, è passato al vaglio delle urne. È uno dei dati che più colpiscono della ricerca dell’Edelman Trust Barometer che sarà presentata in quell’inutile kermesse della classe dirigente che è il World Economic Forum di Davos (e anticipata oggi dal Financial Times) che inizia dopodomani.

Forse il dato lo si meglio comprende se si pensa che la ricerca riguarda solo le élite, visto che si tratta di interviste a 5.600 «benestanti, ben educati e bene informati» (li definisce così l’FT) in 25 paesi.

I risultati della ricerca sulla fiducia nei governi di vari paesi

Facile pensare che in caso di un campione più vasto, il risultato sarebbe differente, ma si tratta di una pura congettura. Per restare ai dati, a parte quindi Irlanda, India e Stati Uniti, in tutti gli altri la fiducia nella classe politica o resta invariata (è il solo caso della Germania) oppure crolla. E non è solo la crisi del debito a provocare questa erosione. La ricerca spiega infatti che nel caso del Giappone è Fukishima a creare questa sfiducia mentre nel caso del Brasile è invece la corruzione a togliere fede nella classe politica che sta guidando il boom carioca (che fra l’altro nel terzo trimestre ha mostrato chiari segni di rallentamento).

Ora c’è qualche ubriaco come Richard Edelman, presidente della società che ha fatto la ricerca, che dice che questi dati danno al business «una licenza per fare da leadership» spingendo lo stesso giornale a ricordargli che la fiducia in imprese e banche «in Europa occidentale è caduta pesantemente». Una tesi quella di Edelman seguita anche da Paul Polman, Ceo del colosso anglo-olandese Unilever, secondo cui «il business ha un ruolo da giocare» proprio perché l’ incapacità della politica di risolvere i problemi aprirebbe un varco per le imprese per far sentire di più la loro voce. Ma, come detto, sembra roba da ubriachi. Una delle domande che ci si sente fare più spesso a Londra è come sia possibile che in Italia abbiamo un banchiere al governo, Corrado Passera, visto che da quelle parti sarebbe pressoché impossibile. La stessa ricerca fatta per Davos mostra poi come, a livello globale, la fiducia nel mondo dell’impresa abbia perso tre punti (dal 56 al 53%) e come oltre la metà degli interpellati voglia più regole e non meno (la deregulation italiana di questi giorni, in questo quadro, suona come un’eccezione).

Ma questo non è di per sé un dato incoraggiante. Negli anni ’80, dopo la sbornia del decennio precedente, avvenne quello che Ralf Darhendorf chiamò «ritorno al privato» vale a dire che sparì la fiducia nell’azione collettiva che aveva contraddistinto gli anni’70 per lasciare l’illusione, a chi cresceva in quegli anni, che si potesse essere monadi, che si potesse stare ognuno per sé, che non ci fosse bisogno di unirsi con altri per cambiare le cose. Come se potessimo alzare noi stessi per i nostri capelli. Ma se il pendolo ora non va né a favore del pubblico né del privato, né dello Stato né dell’impresa, si apre un vuoto che tale non può essere e che sarà necessariamente colmato, prima o poi. Ma da chi? In quale forma?

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