AnamorfosiSono diventate quarantasei. Le donne uccise

Sono diventate quarantasei le donne uccise dall’inizio dell’anno. Ne scrive Adriano Sofri su Repubblica, in un bell’articolo che potete leggere qui: http://www.repubblica.it/cronaca/2012/03/27/new...

Sono diventate quarantasei le donne uccise dall’inizio dell’anno. Ne scrive Adriano Sofri su Repubblica, in un bell’articolo che potete leggere qui:

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/03/27/news/l_uomo_in_casa_diventa_assassino_una_donna_uccisa_ogni_due_giorni-32260263/

Ben lungi dallo scadere nella solita tiritera sociologica che tratta la violenza contro le donne sul versante delle nuove forme del maschilismo, Sofri trova che la parola “femminicidio” sia stata coniata per dire di una terribile mistificazione culturale, esitata in una tradizione artistica e letteraria lunga un millennio; quella che eleva l’omicidio della donna amata a sublime espressione del tragico, in un’estetica della morte che, se incorniciata dall’amore, pare persino bella.
Tutto questo è – scrive Sofri – una “stortura”. Perché è un colossale fraintendimento connotare come conseguenza d’amore un fenomeno (chiamiamolo pure “femminicidio”) che in realtà rappresenta l’estrema manifestazione di una gravissima patologia dei legami, più che degli individui. Occorre dunque che chi lavora per produrre informazione, sui giornali come alla televisione, rinunci alla suggestione delle belle parole per chiamare le cose con il loro nome. La cultura è tradizione, ma al contempo è costruzione che molto deve al linguaggio; ed è (non solo, ma anche) occupandosi del linguaggio – soprattutto quello che circola nel sociale – che si può cominciare ad introdurre una differenza.

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