ParsifalBossi azzoppato dal molto italiano “tengo famiglia”

Circa un anno fa, per naturale cortesia, chiesi di vedere Umberto Bossi per dargli una copia del libro che avevo scritto su di lui all’insaputa di tutti i leghisti. Una biografia critica e “non aut...

Circa un anno fa, per naturale cortesia, chiesi di vedere Umberto Bossi per dargli una copia del libro che avevo scritto su di lui all’insaputa di tutti i leghisti. Una biografia critica e “non autorizzata” dove, con la prefazione di Giuseppe De Rita, si ricostruiva la storia del personaggio,la sua lunga avventura politica, errori compresi. Lo trovai sofferente (non l’incontravo da prima dell’ictus) e tuttavia ancora lucido e curioso. E convenne che uno dei suoi errori, forse il più grave, fosse stato l’aver messo in piedi un “partito personale”, anche se “…non potevo fare diversamente, perché altrimenti avrebbero soffocato oltre a me l’ideale politico che avevamo concepito e promosso”…

Non solo un partito personale, ma anche di chi “tiene famiglia” e ai congiunti più stretti si affida ciecamente, menomato com’è nel fisico che non può concedere da tempo la pienezza del gravoso impegno politico. Ed è forse il “familismo amorale” (in verità poco nordico e molto “italiano”) che lo costringe adesso a gettare la spugna, a passare la mano per ragioni non commendevoli e in sostanza per le misere questioni di denari sciupati.

Anche per i suoi più acerrimi avversari politici è un’uscita di scena che da solo malinconia: il giudizio vero lo darà la Storia, quella storia nella quale il Senatur c’è già entrato, magari da una porticina secondaria. Perché in fondo questo “strano” politico, dall’eloquio sempre sopra le righe, dalla rozzezza cercata , ma anche dalla furbizia popolana, aveva comunque alzato la bandiera del Nord produttivo, mettendo il dito nella piaga della drammatica inefficienza dello Stato.
E i motivi che avevano consentito la nascita e la crescita della Lega restano lì, tutti vivi, acuiti e irrisolti. E semmai il Carroccio si dibatte nelle sue interne contraddizioni, perché rimane una corposa “Incompiuta”. In fondo la Lega era arrivata al traguardo, quando nel 2005 aveva portato a compimento la riforma costituzionale della Devoluzione, proprio mentre il suo padre-padrone si riprendeva a fatica nella riabilitazione dopo la malattia.

Quella riforma, oltre al federalismo regionale, prevedeva la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari e il rafforzamento dell’esecutivo, tutti elementi necessari e che si continuano tutt’ora a dibattere. Erano già fatti, ma vennero respinti da un referendum popolare alimentato dagli immobilisti di tutte le conservazioni. Dopo di allora la Lega sembrò perdere la sua vera “ragione sociale” e di sedersi nella logica di apparato, in cui faceva premio l’amministrazione sul progetto, il potere diffuso e ramificato più che la cultura del rinnovamento. E così, come capita a tutte le forze che superano la fase movimentista e perdono l’obiettivo, la degenerazione diventa fatale e si preferisce nuotare (come appunto il Trota) nelle acque fangose dei privilegi immeritati. La famiglia è insieme la forza e la dannazione: però il Bossi forse non merita di finire soltanto così….

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