Il sogno di Martin Luther King, vittima di un malefico sortilegio, pare destinato a non avverarsi mai e s’infrange, impietosamente, contro una realtà che l’America pensava di avere definitivamente archiviato con l’elezione di Barack Obama.
Era il 1963 quando l’appassionato reverendo King gridava al mondo, in un discorso rimasto memorabile, il suo meraviglioso auspicio di un’uguaglianza universale. Erano gli anni in cui avere la pelle nera, oltre ad essere una discriminante, era pericoloso.
Oggi, paradossalmente, nel Paese in cui il diritto alla felicità è sancito dalla Costituzione, avere la pelle nera è ancora rischioso e per gli afroamericani non c’è né giustizia né pace.
Per le strade di un’America in bianco e nero tornata a marciare e protestare, gli slogan sono rimasti gli stessi di cinquant’anni fa, quando il Sud del Paese bruciava e a Rosa Parks veniva intimato sull’autobus di lasciare il posto ai bianchi.
E siccome c’è sempre un momento che definisce la storia, anche stavolta c’è un simbolo e si chiama Trayvon Martin. Il 26 febbraio scorso a Sanford, in Florida, Trayvon, un tranquillo ragazzino di diciassette anni, veniva ucciso da un vigilante che lo riteneva minaccioso anche perché aveva il cappuccio della felpa calato sulla testa. L’uomo, George Zimmerman, un ventottenne ispanico, è finito sotto inchiesta ma è libero, mentre l’America si è tristemente riscoperta in preda ai suoi fantasmi.
Ieri a Tulsa, in Oklahoma, due giovani bianchi hanno sparato uccidendo tre afroamericani e ferendone altri due, per l’assurda, stupida, ragione che avevano il colore della pelle diversa dalla loro.
Per gli Stati Uniti si riapre quindi dolorosamente un capitolo che sembrava chiuso, ma la questione razziale resta, invece, dolorosamente, aperta. Talmente tanto aperta, da essere tenuta lontana dalla campagna elettorale. Eppure, le statistiche parlano chiaro: la vita media degli afroamericani è di otto anni inferiore a quella dei bianchi e la disoccupazione ha raggiunto il diciassette per cento, laddove la media nazionale è inferiore di ben otto punti percentuali.
Sul caso del ragazzino ucciso in Florida Obama, prima di esprimersi, ha aspettato e poi ha detto: “Se avessi un figlio sarebbe come Trayvon”, una frase ponderata per settimane. Gli altri candidati repubblicani il problema razziale lo hanno evitato perché, anche solo parlarne, è difficilissimo.
Intanto, incappucciata, in segno di protesta, come Trayvon o come il Ku Kux Clan, l’America continua a marciare, come cinquanta anni fa, ai tempi dei diritti civili, quando il settanta per cento degli afroamericani era convinto che la razza non avrebbe più rappresentato un problema.
Evidentemente si sbagliava.