CongiunturaL’euro viene rifiutato (informalmente) anche dalla Polonia

«L’euro? Fino a quando non sarà riparato, non ci pensiamo». La Polonia chiude così le porte alla moneta unica europea. Quello del ministro delle Finanze Jacek Rostowski non è un rifiuto definitivo,...

«L’euro? Fino a quando non sarà riparato, non ci pensiamo». La Polonia chiude così le porte alla moneta unica europea. Quello del ministro delle Finanze Jacek Rostowski non è un rifiuto definitivo, ma poco ci manca. Non è la prima volta, ma è la più significativa, perché Varsavia ha informalmente detto che non è interessata alla divisa comunitaria nel breve termine. Figuriamoci nel lungo, verrebbe da pensare. Nel frattempo, emergono nuovi dettagli su una possibile uscita dalla zona euro da parte di uno dei suoi membri. Il quotidiano ellenico Ekathimerini ha infatti scovato che la Banca europea per gli investimenti (Bei) ha introdotto delle clausole molto particolari nei contratti per i prestiti a Grecia, Irlanda e Portogallo. L’obiettivo? Proteggersi dal ritorno delle monete nazionali.

L’euro, forse, passerà alla storia per essere la moneta più odiata e ripudiata. A innervosire i mercati finanziari europei non ci hanno pensato solo la Francia, impegnata con le elezioni presidenziali, o l’Olanda, che sta fronteggiando una crisi politica che ha portato alle dimissioni del premier Mark Rutte. No, ci ha pensato anche la Polonia. Il numero uno delle Finanze, Rostowski, è infatti tornato a parlare dell’introduzione dell’euro da parte del suo Paese. E la doccia fredda è stata servita. «Abbiamo lo zloty, la nostra moneta, il nostro credo. E non credo che si possa passare all’euro fino a quando questo non avrà dimostrato di poter sopravvivere», ha detto Rostowski. Come dire “Cari europei, tante grazie, ma non c’è nulla da fare, tenetevi la vostra valuta che noi manteniamo la nostra”.

Le parole di Rostowski non sono un caso isolato. A inizio anno era stato il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski a ricordare all’Europa che la via che porta Varsavia dentro l’eurozona «è ancora molto lunga e incerta». In quell’occasione Sikorski aveva ribadito che gli obiettivi di Bruxelles dovevano focalizzarsi «anche e soprattutto» sulla riforma del Trattato di Lisbona. Chiaro il riferimento all’articolo 50, che disciplina l’uscita dall’Europa, ma non dalla zona euro. «Bisogna fare di più, essere più intransigenti», aveva detto il ministro polacco.

Qualcosa si sta in effetti facendo. Il principale quotidiano ellenico in lingua inglese, Ekathimerini, ha scovato che la Banca europea per gli investimenti si sta proteggendo dal rischio di un’uscita dall’eurozona inserendo clausole specifiche nei contratti che disciplinano le erogazioni verso Grecia, Irlanda e Portogallo. In altre parole, i prestiti potranno anche essere rimborsati nelle valute nazionali, se reintrodotte. Non solo. Fonti della Bei spiegano a Ekathimerini che queste clausole saranno estese a tutta la zona euro.

Insomma, il quadro è ben poco confortante. E dire che però dalla Commissione europea continuano a ribadire che tutto è tranquillo, che la crisi sta finendo, che non c’è il rischio di un collasso della moneta unica. O almeno, questa è l’idea che stanno comunicando. Sì, perché a guardare i volti dei funzionari o a sentire le loro opinioni, il sentimento predominante è quello dello scoraggiamento. Si percepisce che qualcosa non va, che tutto quanto fatto finora non basta. E tutto, forse, si può racchiudere con le parole che mi ha appena scritto un funzionario proprio della stessa Commissione Ue: «La sfida più grande per l’euro? Sopravvivere».

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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