Sarà guerra? Si decide domani a Istanbul

Nessuno ne parla, ma domani a Istanbul si terrano i colloqui tra l'Occidente e l'Iran, per trovare una soluzione alle tensioni sulle possibilità di un attacco israeliano.  Israele nega il diritto d...

Nessuno ne parla, ma domani a Istanbul si terrano i colloqui tra l’Occidente e l’Iran, per trovare una soluzione alle tensioni sulle possibilità di un attacco israeliano.

Israele nega il diritto dell’Iran a ricorrere all’energia nucleare, sebbene per fini pacifici, per paura che un domani possa essere capace di costruire l’arma atomica. Gli Stati Uniti invece sarebbero determinati ad accettare che l’Iran arricchisca l’uranio per le proprie centrali e per gli studi scientifici, a patto che vengano effettuati importanti monitoraggi. L’Aiea da anni monitora 24 ore su 24 tutte le centrali iraniane, tanto che lo stesso Obama sostiene che possiamo fidarci delle nostre agenzie di intelligence, che asseriscono che l’Iran non sta costruendo la bomba.

Israele tuttavia non si fida e continua a minacciare un bombardamento. Purtroppo non è una decisione che può essere lasciata ad uno stato solo, viste le grandi ripercussioni su scala mondiale: l’Iran risponderebbe con forza, gli Stati Uniti dovrebbe venire in soccorso di Israele, si innescherebbe una guerra regionale di settimane se non di mesi, il prezzo del petrolio schizzerebbe a 200 dollari al barile cosicchè l’energia mondiale – già in crisi – collasserebbe.

La posizione di Israele è a priori quella di evitare una soluzione pacifica tra Stati Uniti e Iran. La forza geostrategica dello stato ebraico, infatti, si regge sulla debolezza internazionale della repubblica islamica. E’ da quasi venti anni che Israele denuncia che l’Iran ha quasi costriuto l’atomica e che il mondo deve fermarlo prima che sia troppo tardi, ma di armi non c’è traccia. Se l’Iran costruirà mai l’atomica, sarà per difendersi da uno stato bellicoso che da decenni minaccia concretamente di attaccare il proprio paese.

I colloqui di domani potrebbero chiudersi facilmente su opzioni che in passato sia l’Iran che gli Stati Uniti si sono detti favorevoli ad accettare, salvo virate degli Usa all’ultimo minuto. Nel 2003 il governo Khatamì propose all’amminstrazione Bush di chiudere tutte le centrali, ma la risposta fu secca “non trattiamo col diavolo”. Nel 2010 l’Iran accettò di sospendere l’arricchimento dell’uranio nel paese, ma di farlo arrivare dall’estero, grazie alla garanzia di Turchia e Brasile, ma la Clinton rigettò il patto dicendo che era “troppo poco, troppo tardi”. Da allora Ahmadinejad si è sempre detto favorevole a questo accordo.

Chi ha a cuore la democrazia dovrebbe comunque notare che i sondaggi internazionali ci dicono comprensibilmente che quasi tutti gli iraniani (più del 90%) sono favorevoli al nucleare pacifico nel proprio paese; specularmente la maggioranza degli israeliani (percentuale variabile tra il 50% e il 60%) è contraria a bombardare le centrali iraniane.

Ma se domani non si riuscisse a trovare un accordo, il 14 aprile segnerà l’inizio del countdown per l’aviazione israeliana. L’attacco verrebbe effettuato di certo dopo le elezioni statunitensi, probabilmente nella primavera del 2013.

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