ParsifalE il voto conferma lo scenario italiano, quallo di una “polvere sospesa”

I ballottaggi elettorali nelle città consegnano una geografia politica frammentata e incerta: in fondo l’unica incognita risolta è il peso del “Movimento 5 Stelle”. D’altronde il successo di Parma ...

I ballottaggi elettorali nelle città consegnano una geografia politica frammentata e incerta: in fondo l’unica incognita risolta è il peso del “Movimento 5 Stelle”. D’altronde il successo di Parma (e non solo), con un’onda lunga particolarmente alta non scioglie l’enigma se si tratti di una “bolla mediatica” amplificata dai social-network e da una tendenza di moda oppure di un arcipelago multiforme che si va radicando sul territorio in lenta costruzione di una originale linea politica che sostanzi le provocazioni e le invettive del guru Beppe Grillo.

Nessuno nega dignità politica alla nuova realtà di aggregazione, pur dai confini sfumati e talvolta ambigui: eppure anche questo movimento con un forte vento in poppa sembra essere anch’esso immerso nel generale clima politico e sociale che appare contraddistinguere questa strana stagione collettiva. E cioè in tutti gli ambiti del Paese sembra di vivere in una condizione di “polvere sospesa”, in attesa cioè di una reazione chimica che faccia precipitare e consolidare il pulviscolo galleggiante che insieme rende opaco lo sguardo sull’immediato futuro e contribuisce ad aumentare il senso di disagio e di incertezza.

Vale ovviamente soprattutto per la politica: dove infatti le incursioni grilline si inseriscono in una generale fase di transizione. Sotto l’usbergo del “governo tecnico” e il peso della crisi economica, tutti i partiti vecchi e nuovi sono in uno stato di ripiegamento e di faticoso tentativo di cambiamento. E’ come se (e non soltanto il PDL berlusconiano) avessero tutti schiacciato il tasto “reset” e affrontino al proprio interno una ridefinizione completa della propria identità, del proprio radicamento e di conseguenza del proprio progetto di Paese da offrire agli elettori. E in attesa delle elezioni politiche generali (che comunque arriveranno entro un anno, anche se le tentazioni all’anticipo autunnale sono crescenti, diffuse, e “bipartisan” pur se ancora sotterranee) il conflitto e la melina sulla legge elettorale e sulla conseguente tessitura delle possibili alleanze sono tutt’ora la non commendevole immagine che l’attività delle forze politiche continua ad offrire all’opinione pubblica.

Certo non aiutano le storiacce di denari rubati o malgestiti (dal ciclone Lusi sulla Margherita fino ai vizi e agli sprechi cialtroni dei rampolli bossiani) : e comunque nel sentire comune questa politica pur nella sua funzione alta e indispensabile sembra aver abdicato remissiva a vantaggio di altri poteri, nel malinconico riconoscimento di non avere la statura e lo spessore per affrontare in piena autonomia la tempesta finanziaria, il terremoto dell’Eurozona con il groviglio della Grecia (e non solo il suo), l’incognita drammatica sulla tenuta e la sorte finale della moneta unica.

La recessione morde fino alle tragiche pulsioni suicidarie nelle piccole imprese, la pressione fiscale tocca livelli record sulla ricchezza nazionale e si spalma indifferente su tutti i ceti tra IMU e benzina. E pure l’azione del governo con la mole di sacrifici imposti sta perdendo ogni appeal perché appare concentrata non tanto sul “salva-Italia”, quanto piuttosto sul “salva-Stato” e sulla continuità di una bulimica spesa pubblica che prosegue inesorabile. Certo si salvano in extremis dalle tasse cani e gatti, ma ben poco di più. E non depone a favore della sobrietà della spesa statale l’appena varata Controriforma del pubblico impiego (che pare annullare anche gli ultimi, piccoli effetti della crociata anti-fannulloni a suo tempo promossa dal vulcanico Brunetta).

Tra il rassegnato collettivo e il rancore impotente (con le tragiche e opache vicende di sangue come a Brindisi) sembra altresì aumentare il distacco del Paese reale verso le istituzioni rappresentative: in un clima opaco e appunto polveroso dove si aspetta una svolta, si attende un a ventata di novità, si spera in maniera sempre più flebile in una ripresa e in una crescita che appare consegnata alle mani misteriose di un Olimpo lontano e straniero. Certo conta una crisi di fiducia e il dubbio (ahimè fondato) di potercela fare. Come se pure la tendenza della parte più attiva a “rimboccarsi le maniche” si sfarinasse di fronte all’ineluttabilità della macchina pubblica, al dominìo quotidiano dell’immensa burocrazia irresponsabile che fa rotolare “nel tempo del mai” le rivoluzioni e i cambiamenti promessi e pure sanciti.

La “polvere sospesa” prima o poi si poserà, anche per le leggi incontestabili della fisica e si aprirà un panorama più chiaro, magari a tutt’oggi ancora imprevedibile nei suoi contorni e nelle sue prospettive. Eppure resta ancora vincente un elemento di vischiosità tutta italiana che accompagna e rallenta, per carico giuridicistico e normativo, ogni fase storica di transizione e di trapasso.

Sembra una nemesi storica della politica: ma, anche se pochi se ne sono accorti, per ripetute sentenze della Corte di Cassazione, la Democrazia Cristiana, quella vera, non è mai stata né morta né sciolta. E riprende discreta con incontri, statuti e congressi. Non ci sarebbe da meravigliarsi che magari il luciferino Beppe Grillo, memore del suo mentore Pippo Baudo, ci facesse alla fine un robusto pensierino…

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