AnamorfosiFacebook e dintorni: sulla vita che è altrove

Il trionfo dei social network, dei contatti via chat, degli amorazzi telematici è un sintomo che dice del disagio dell’uomo contemporaneo nel costruire relazioni per frequentazione diretta. Occorre...

Il trionfo dei social network, dei contatti via chat, degli amorazzi telematici è un sintomo che dice del disagio dell’uomo contemporaneo nel costruire relazioni per frequentazione diretta. Occorre una barriera protettiva per sentirsi con un piede dentro ed uno fuori da rapporti umani la cui attrattiva è direttamente proporzionale alla loro reversibilità. Ci sono equilibri da preservare fondati su criteri di alto funzionamento, o su una perversione del concetto di libertà, che si traduce in totale assenza di vincoli (perché questo diventano i legami: manette scomode da portare) e nell’affermazione dell’“io voglio” ad ogni costo.
L’altro reale, a differenza di quello virtuale, diventa una presenza insostenibile perché introduce una perturbazione all’interno di un sistema di vita che non può essere modificato. Il rischio della relazione in quanto tale, e dunque non solo di quella d’amore, non può essere sostenuto, è troppo angosciante: il desiderio scatena una reazione immunitaria, è un agente patogeno contro il quale il sistema si ribella, attaccandolo, distruggendolo. Il punto è non perdere nulla, o non sentire la minaccia della perdita; la mancanza è un fastidio che ci si può anche risparmiare, basta riempirla con l’ennesimo altro da agganciare con un click, in fondo nessuno è insostituibile. La logica è quella della catena di montaggio, gli amici facebookiani sono uno, più uno, più un oggetto da contare e l’uno vale l’altro. Meno uno più uno fa zero, e il sistema resta in equilibrio.
E poi c’è il comfort della falsificazione, la creazione di un microcosmo parallelo in cui raccontare e raccontarsi bugie per occultare la persona dietro al personaggio – e si sa, con i personaggi si producono film. Il risultato è patetico perché passioni e sentimenti che non ci sono vengono fatti esistere in un esercizio di finzione. Si tratta appunto di schermare, e a questo serve il computer.
Rinunciarci, allora? No. Purché se ne faccia un uso finalizzato al puro divertimento, cioè ad una momentanea divergenza da una vita che, fortunatamente, è altrove.

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