Opportune et importuneLa rivincita del latino. E di Benedetto XVI

Se in Vaticano svolazzano i corvi e molti cardinali, attraverso trame occulte e giochi di potere, cercano di ostacolare i suoi tentativi di purificare la Chiesa, Papa Benedetto XVI può almeno conso...

Se in Vaticano svolazzano i corvi e molti cardinali, attraverso trame occulte e giochi di potere, cercano di ostacolare i suoi tentativi di purificare la Chiesa, Papa Benedetto XVI può almeno consolarsi con l’amato latino.

Sul sito (http://www.latinitas.unisal.it/) della Facoltà di Lettere cristiane e classiche dell’Università Pontificia salesiana di Roma, infatti, è stato pubblicizzato un evento che riguarda la Veterum Sapientia e la lingua latina. Si tratta di una lezione tenuta presso il Seminario nazionale “Nuestra Señora de Los Ángeles” di San José di Costa Rica per ricordare la Costituzione apostolica Veterum Sapientia, emanata nel 1962 da Papa Giovanni XXIII per promuovere lo studio e l’uso del latino nei seminari e nella liturgia e nella quale si auspicava, tra l’altro, la creazione di un “Academicum Latinitatis Institutum”. Quest’ultimo verrà poi istituito da Papa Paolo VI con la Lettera apostolica Studia Latinitatis del 22 febbraio 1964, affidando ai Salesiani il compito di «promuoverne la prosperità».

Un evento minimo solo all’apparenza, ma profondamente significativo per almeno tre motivi: anzitutto, per il fatto stesso che il sito di una facoltà Pontificia abbia pubblicizzato un’iniziativa che si è svolta Oltreoceano. Sappiamo, infatti, che la Veterum Sapientia venne accolta con diffidenza all’epoca e qualcuno, ancora oggi, non la ama particolarmente.
È significativo, inoltre, che questo tipo di riflessioni avvenga in America Latina, dove non sempre l’episcopato è stato favorevole, anche in passato, al latino liturgico e che, infine, in questa conferenza siano stati posti in evidenza i passi del Concilio Vaticano II nei quali si chiede che venga conservato la lingua di Cicerone nel rito cattolico.
Sono piccoli segni, ma importanti, perché fanno vedere che il corpo ecclesiale, dopo veri e propri boicottaggi da parte di numerose diocesi di tutto il mondo comprese anche alcune italiane, sta rispondendo alla gentile, ma decisa, operazione di virata che Benedetto XVI sta compiendo per ridare dignità all’uso del latino nella liturgia. Tutti segni che fanno inoltre sperare sul recupero dell’unità di lingua che ha sempre caratterizzato i riti in Occidente, unità che tra l’altro non fu mai vista in Oriente.

In un’intervista pubblicata sul numero di aprile del Bollettino Salesiano,don Roberto Spataro, docente di Letteratura Cristiana antica e segretario della Facoltà di Lettere dell’Università Salesiana, ha spiegato: «L’espressione “lingua morta” attribuita al latino è solo una banalità. Nessun filologo serio la considera tale perché, anche quando ha cessato di essere la lingua-madre della gente alla fine del mondo tardo-antico, il latino ha continuato ad essere una lingua scritta e parlata fino al secolo XIX da tutti gli uomini di cultura, compresi fisici e matematici». Aggiungendo, alla fine, che «è la lingua supernazionale della Santa Sede, di molti umanisti che comunicano in latino, della liturgia che, celebrata in lingua latina, attrae un numero crescente di fedeli, soprattutto giovani». Tutte riflessioni importanti, senza dubbio, ma la più sorprendente di tutte è l’ultima perché si attribuisce al latino, come lingua per eccellenza del sacro e del mistero, la capacità di avvicinare le nuove generazioni alla liturgia.

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