Adottiamoci tanto bene“Siamo arrivati?”

Eravamo appena partiti per un viaggio in macchina che sarebbe durato circa tre ore. Non avevamo fatto neanche cinquecento metri che la domanda preferita dei nostri figli era già stata posta: “Siam...

Eravamo appena partiti per un viaggio in macchina che sarebbe durato circa tre ore. Non avevamo fatto neanche cinquecento metri che la domanda preferita dei nostri figli era già stata posta: “Siamo quasi arrivati?”. “No amore, piuttosto siamo appena partiti” “Ah, e quanto manca?” “Tanto” “Tanto quanto?” “Tre ore” “E quante sono tre ore?” “Sono lunghe, cantiamo una canzone?”. Ma Sofia non si arrende facilmente e propone di mettersi a contare fino alla meta. Uno, due, tre, quattro… trenta, trentuno trentadue.. cinquantasei, cinquantasette, cinquantotto… “Mamma fino a quanto devo arrivare per contare tre ore?” “A diecimilaottocento, sei sicura che valga la spesa?”. Al di là degli indubbi vantaggi sull’apprendere a far di conto, bisogna a quel punto intervenire con qualche gioco alternativo, tipo “Facciamo che uno fa il verso e l’altro dice il nome dell’animale?” E allora si comincia ad andare sulla giostra dei “miao”, “bau”, “qua qua”, “grunf grunf” e via dicendo. Fino a quando, terminato il gioco per esaurimento animali, un altro dei tre ripropone il quesito: “Siamo arrivati?”.

Ripensandoci, questo stress temporale è una cosa che risale agli inizi. Durante i primi giorni trascorrevamo molto tempo a fare liste delle piccole attività quotidiane, anche se le nostre complesse giornate erano scandite in modo molto semplice: “Svegliarsi, fare colazione, lavarsi denti mani e faccia, passeggiare al parco, pranzare, disegnare, giocare un po’, fare merenda, ancora una passeggiata al parco, bagno, cena, ancora lavarsi i denti, raccontare una storia, andare a dormire”.

Dietro l’ansia di arrivare c’è in realtà una domanda più strutturata, che potrebbe tradursi in “Che cosa ci succederà adesso?”. Dopo i primi incontri in istituto, i bambini, ognuno a suo modo, avevano interiorizzato il fatto che prima o poi sarebbero venuti via con noi. Chiedevano dove saremmo andati, se avremmo preso un aereo, se a casa ci avrebbero aspettato i nonni (“Ma ci sono i nonni?”, aveva chiesto Sofia poco prima di lasciare l’istituto lasciandomi di stucco). Una volta finito il viaggio però, sono stati assaliti da qualche preoccupazione (comprensibile direi, proviamo a metterci nei loro piccoli panni) e non facevano altro che chiedere, minuto dopo minuto, cosa sarebbe accaduto. La cosa più difficile, nei primissimi giorni, era dormire. Non ho mai avuto la sensazione che si addormentassero, piuttosto che il sonno, a un certo punto, li vincesse con la forza, dopo ore estenuanti di corse, fatiche, veglie, nenie. Una passione.

Per calmarli ho copiato la zia Lilli, che ai suoi due figli, ogni volta che piangevano perché lei usciva, diceva ferma: “Tranquilli, la mamma torna sempre”. E ho inserito nel mio vocabolario quotidiano due parole che trasformano l’ansia del tempo spezzettato a segmenti in un lungo fiume tranquillo: “Sempre” (Staremo sempre con voi, andremo sempre insieme, mangeremo sempre…) e “Mai” (Non ci lasceremo mai, con noi non dovete mai avere paura, nessuno vi farà mai del male…). A forza di ripeterlo, il messaggio arriva. Quando Anna, appena partiti per la settimana bianca (nove ore di macchina, per inciso), ha chiesto quando saremmo arrivati, mi sono girata e le ho risposto con un sorriso: “Mai amore”. Si è messa a ridere anche lei, e dopo un po’ si è addormentata.

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