Trenta denariUnicredit fa la predica ma dà credito a imprese fallite

La migliore virtù di un banchiere, diceva quel tale, è tenere la bocca chiusa. In seconda battuta, se proprio non si può fare a meno di dire qualcosa, è bene ribadire verità banali quanto sacrosant...

La migliore virtù di un banchiere, diceva quel tale, è tenere la bocca chiusa. In seconda battuta, se proprio non si può fare a meno di dire qualcosa, è bene ribadire verità banali quanto sacrosante. Ieri è successo al capo di Unicredit, Federico Ghizzoni.

«Le aziende che non ce la fanno devono chiudere, le altre invece vanno sostenute», ha detto l’amministratore delegato di Unicredit. Ghizzoni ha anche aggiunto che bisogna «ripristinare le condizioni necessarie affinché le banche forniscano il credito, ma in maniera selettiva». 

Ora, a parte che non si capisce chi debba ripristinare il credito se non i banchieri (è chiaro che se con i soldi che ti dà la Bce compri Btp e ti ricompri le tue obbligazioni, non resta molto), il caso di Ghizzoni è interessante. Perché è lo stesso banchiere che circa un anno fa decise non di prestare ma di regalare 110 milioni di euro alla Premafin, holding con cui la famiglia Ligresti controllava Fondiaria Sai, comprando i diritti di opzione sull’aumento di capitale FonSai a un prezzo decuplicato rispetto a quello che di mercato. Già che c’era pensò bene di prestare alla Imco 120 milioni di euro. No, non è un caso di omonimia: è la stessa società della famiglia Ligresti dichiarata fallita la scorsa settimana. Secondo la Procura di Milano, “non ce la faceva” già nel 2010.

Su tutto l’aggregato Ligresti, Unicredit è esposta per circa mezzo miliardo di euro. Selettivamente esposta.

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