Apologia di SocrateL’Economist, Obama e i giornalisti italiani

Sull'ultimo numero dell' Economist, nell'editoriale di punta, il giornale ha preso una posizione netta in favore di Barack Obama. Posizione netta, non vuol dire full endorsement, poichè in realtà s...

Sull’ultimo numero dell’ Economist, nell’editoriale di punta, il giornale ha preso una posizione netta in favore di Barack Obama. Posizione netta, non vuol dire full endorsement, poichè in realtà si tratta di un risicato “meno peggio”, tuttavia ci offre lo spunto per un paio di riflessioni.

Il più lampante è che un giornale noto per il suo approccio liberista si esprime in favore del candidato che, almeno formalmente, dovrebbe essere più “socialista”. Cosa possiamo dedurne? Che l’Economist analizza la realtà USA in maniera sufficientemente indipendente e distaccata da costatare che Obama, nonostante abbia deluso sotto svariati punti di vista rimane il male minore per il paese. Nessuna lente deformante ideologica, dunque, nessuna difesa a spada tratta del candidato di bandiera.

Ma voi ce la vedete una testata italiana, per quanto indipendente, prendere le parti del candidato della opposta fazione politica?
Per dire, ce lo vedete il fatto quotidiano (cito un giornale che non riceve finanziamenti e non considero Linkiesta perché ospita il mio blog) scrivere che il candidato del centrodestra è meno peggio di quello del centrosinistra?

Sappiamo tutti che l’imparzialità assoluta non esiste e che ogni testata giornalistica, per quanto possa anche ospitare opinioni diverse, in genere ha una linea editoriale e dei principi guida.

Ma dove finisce la linea editoriale e comincia la propaganda?In che modo si rende il sevizio migliore ai propri lettori?

Io credo che la risposta risieda nella capacità di restare fedeli al proprio nucleo di valori di riferimento e di redarguire anche “quelli della propria squadra” quando se ne discostano. In merito ad alcuni aspetti inerenti le libertà civili e l’immigrazione ad esempio possiamo leggere:

This newspaper yearns for the more tolerant conservatism of Ronald Reagan, where “small government” meant keeping the state out of people’s bedrooms as well as out of their businesses. Mr Romney shows no sign of wanting to revive it.

così come in merito alla politica fiscale il giudizio su Romney è inequivoco

Backing business is important, but getting the macroeconomics right matters far more.

Insomma, senza incensare oltre la rivista britannica potremmo dire che qualche domandina molti dei giornalisti nostrani dovrebbero porsela e forse anche noi lettori.

Tra le righe c’è tuttavia un altro spunto: molti dei difensori di Romney sostengono di non prestar fede ad alcune posizioni da campagna elettorale, che avrebbero l’unica funzione di blandire l’elettorato più estremista. Il giornale risponde che

When politicians get elected they tend to do quite a lot of the things they promised during their campaigns. François Hollande, France’s famously pliable new president, was supposed to be too pragmatic to introduce a 75% top tax rate, yet he is steaming ahead with his plan. We weren’t fooled by the French left; we see no reason why the American right will be more flexible. Mr Romney, like Mr Hollande, will have his party at his back—and a long record of pandering to them.

Insomma: l’argomento è credere alle promesse dei politici, perché poi è molto probabile che le mantengano.Vi viene in mente niente?
I nostri politici le mantengono le promesse?
Se non le mantengono come dovremmo comportarci?

Potrei trarre delle conclusioni, ma preferisco chiudere con qualche domanda:

Quanto è tollerabile che siano di parte i nostri giornali e giornalisti?
A che punto l’inclinazione ideologica scantona nella cattiva informazione?

Quali effetti produce la cattiva informazione?

C’entra qual cosa col fatto che eleggiamo da decenni le stesse facce che, generalmente, non fanno quel che promettono?


@massimofamularo

Disclaimer:

In questo post mi astengo dal fare considerazioni su Linkiesta, che mi offre la possibilità di avere un blog e dalle testate del gruppo l’Espresso, poiché lavoro per una società che appartiene allo stesso azionista di riferimento. Cionondimeno, le opinioni espresse in questo blog rimangono a titolo strettamente personale e in nessun modo esprimono il punto di vista della società per cui lavoro o del movimento, fermareildeclino.it a cui ho aderito lo scorso luglio e per il quale sono attualmente tra i coordinatori regionali Lombardia.

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