DialogandoGli errori di Bersani

Povero Bersani! Continua ad inanellare errore su errore. Fu già un errore partecipare, quale Segretario del partito, alle primarie: una competizione pseudo-elettorale (e, come tale, pseudo-democrat...

Povero Bersani! Continua ad inanellare errore su errore. Fu già un errore partecipare, quale Segretario del partito, alle primarie: una competizione pseudo-elettorale (e, come tale, pseudo-democratica), dall’esito scontato, che si è sviluppata all’interno delle sezioni, sotto il controllo ferreo dell’apparato di partito e caratterizzata da regole (sic!) estemporanee e tutte tese a condizionarne l’esito.

Anche il più sprovveduto degli italiani comprese che si trattava di una farsa, una autentica messa in scena, finalizzata a contrabbandare come democratiche candidature che erano invece espressive di una concezione autocratica del potere.

Esemplare, a conferma di ciò, la candidatura – in analoga competizione – di Rosy Bindi in Calabria, zona lontanissima dalla circoscrizione elettorale di originaria appartenenza, ma evidentemente strettamente controllata dalla candidata o dai suoi referenti d’occasione.
Di questo sistema chiaramente antidemocratico Renzi ha pagato le spese.

E la Bindi – puntualmente prescelta – ha costituito però una delle palle di piombo al piede del Segretario, facendogli perdere nelle successive elezioni politiche, con la sua presenza – sia pure, in questi ultimi tempi, prudentemente defilata – una significativa fetta di consenso.

In ogni caso, meraviglia il fatto che Bersani, pur così sensibile al tema, non abbia colto di essersi venuto a trovare, nella fattispecie, in evidente conflitto di interesse.

Ma il Segretario, durante tutta la campagna elettorale – ed anche dopo! – ha continuato a sbandierare le cosiddette primarie quale prova di un’investitura popolare, confondendo, così, la parte con il tutto, gli iscritti al partito con il popolo, la disuguaglianza con l’uguaglianza.
Bersani dovrebbe sapere che con la democrazia, quella vera, non si scherza!

Altro errore è stato quello di far sbiadire, progressivamente, la connotazione ideologica del partito, che, da rappresentativo di una ideologia storicamente interprete dei bisogni dei lavoratori e delle classi meno abbienti, si è, a poco a poco, trasformato in strumento di potere nelle mani di una classe dirigente sempre più elitaria e salottiera, trasudante ricchezza da tutti i pori e sempre più lontana da quell’elettorato di base che ne costituiva la linfa vitale.

Il PD, così, è stato letteralmente ingabbiato dai cosiddetti poteri forti, al punto da essere sorpreso, in qualche occasione, con le mani nel sacco, mentre era alla ricerca di acquisizione di strumenti di potere economico che rappresentavano, da sempre, l’obiettivo di lotta delle classi popolari (significativa, in tal senso, l’espressione “abbiamo una banca” frutto della nota intercettazione telefonica).

A Bersani è inoltre del tutto sfuggito che gli iscritti al partito sono in massima parte, se non in via esclusiva, vecchi lavoratori delle industrie e delle fabbriche italiane, ormai da tempo in pensione e, come tali, essendo al di fuori del mondo produttivo, non più in grado di far pervenire al vertice del partito le istanze attuali di un mondo del lavoro ormai globalizzato e lontano anni luce da quello del secolo scorso: fatto questo che ha condannato il partito ad un sostanziale isolamento dalla base reale di riferimento, facendolo attestare su posizioni di sistematico rifiuto del nuovo.

Si spiega, pertanto, come oggi siano pochi – se ancora ve ne sono – i lavoratori che votano PD.
Ulteriore grave errore di Bersani è stato quello di incentrare per anni la politica del partito nella defatigante e sterile lotta contro Berlusconi: fatto, questo, che, a lungo andare, ha fatto perdere al partito ogni capacità creativa e programmatica e, addirittura, di tempestiva interpretazione delle reali esigenze del Paese.

Impostazione, quest’ultima, che, per essere priva di un pur minimo senso della misura e delle connotazioni di umanità che fanno parte dei valori fondamentali del popolo italiano, ha finito col ritorcersi contro il PD, come gli ultimi risultati elettorali attestano.

E proprio dalla denunziata carenza di una capacità programmatica del partito sono scaturite, come corollario ineluttabile, scelte estemporanee ed impopolari, colpevoli ritardi nella prospettazione dei programmi, incapacità di attuazione delle riforme: in sintesi, un processo di involuzione della politica del partito che ha contribuito ad alimentare l’antipolitica alimentando, da un lato, il fenomeno Grillo e, dall’altro, il sorprendente recupero elettorale, in extremis, del PDL.
Ma v’è di più!

Venuto a trovarsi, a seguito del risultato elettorale ultimo, di fronte ad una situazione di difficile governabilità (avendo necessità dell’appoggio parlamentare di almeno una delle altre due forze politiche che si dividono il campo – PDL e Movimento 5 stelle) Bersani, dando prova di assoluto difetto di capacità pragmatica, piuttosto che giocare sui due fronti (il che avrebbe certamente abbassato le pretese degli interlocutori), ha pensato bene di tagliarsi uno dei due ponti alle spalle (quello del PDL), affermando, direttamente ed attraverso i portavoce, di non essere assolutamente disposto ad instaurare un rapporto di collaborazione con detto partito, così ponendo l’altra forza politica (i grillini) su posizioni sostanzialmente egemoniche: il che, nelle migliori delle ipotesi, non può non relegare il PD su posizione subalterna.

Si spiegano così, tra gli sbandierati proclami di contrapposizione permanente nei confronti del sistema dei partiti, i primi accenni di Grillo ad investiture e poltrone che investono le più alte istituzioni dello Stato.

Trattasi, come è evidente, del corollario ineluttabile, della ormai conclamata dipendenza del PD dal nuovo movimento politico.

Ma, questo, non è che il primo – sia pur significativo e nel contempo allarmante – segnale di un rapporto che può nascere e sopravvivere solo alle condizioni di chi ha fatto e fa della lotta ai partiti tradizionali la ragione e l’essenza della sua presenza in politica.

A questo punto è evidente l’errore di Bersani, che, pur di conseguire l’obbiettivo di governare – costituente meta che aveva dato per scontata nel corso della campagna elettorale – non esita ad avventurare il partito sul terreno minato dell’antipolitica.

V’è quanto basta perché Bersani passi il partito nelle mani di chi, non compromesso in questo gioco suicida fatto di arroganza e preconcetto, nonché di concezione della funzione – al di là delle espressioni di facciata – come puro potere, sia in grado di far recuperare al partito un indirizzo che lo renda autenticamente popolare e rispondente alle pressanti esigenze di una società che versa in una condizione di sofferenza così grave e persistente da mettere in pericolo le stesse basi della democrazia.

Sarebbe, questo, un segnale – non più con le parole ma con i fatti – del senso di responsabilità individuale e collettivo di cui il Paese ha bisogno.