Le cinéma autrementE’ stato il figlio

Dove non parlo della Thatcher. Non ancora.  Oggi come oggi, per campare una famiglia di cinque perzone, ci vuole... lo sai che ci vuole? Ci vuole un lavoro vero. No precario: vero, con lo stipend...

Dove non parlo della Thatcher. Non ancora.

Oggi come oggi, per campare una famiglia di cinque perzone, ci vuole… lo sai che ci vuole? Ci vuole un lavoro vero. No precario: vero, con lo stipendio a fine mese e tutto. E chi te lo dà, oggi come oggi, un lavoro vero a uno come a te? Con tutto il bene che ti voglio, anzi: che ti vogliamo…
(E’ stato il figlio, Roberto Alajmo, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2006)

Quando capita qualcosa di bello nella mia città natale, non posso fare a meno di pubblicizzarlo. Inizia stasera l’ottava edizione de Il cinema italiano. Festival a Como, gemello dell’evento omonimo organizzato dalla Cineteca Nazionale di Milano negli stessi giorni. Dieci giorni di proiezioni dei migliori film italiani della passata stagione e incontri con gli artisti che li hanno realizzati, e un concorso per premiare la migliore opera prima ad opera di un regista italiano. Qui il programma comasco, curato e gestito dalla scuola Cine Video Como The Dreamers – e qui qualche commento sulla passata edizione.

Il film di aperture per stasera è E’ stato il figlio, ultimo lavoro alla regia di Daniele Ciprì e primo dal divorzio con Maresco – il mitico duo di Cinico TV. Ho pensato così di riprendere in mano gli appunti presi al London Film Festival 2011, dove il film è circolato accompagnato da Ciprì medesimo per una sessione di Q&A con the great English public – con quell’attitudine un po’ così verso l’Italia, il paese un po’ selvatico, pieno di sole e con un cibo strepitoso in cui si può andare in vacanza due settimane l’anno, ma poi è meglio tornare a casa.

All’epoca, Ciprì introdusse la visione raccontando la genesi del film: Alessandra Acciai (già produttrice di Vincere, di cui aveva curato la fotografia) gli propose di adattare l’omonimo romanzo di Roberto Alajmo di concerto con l’autore. Dopo una serie di provini “estenuanti”, la scelta del protagonista cadde su Toni Servillo: non perché fosse “di moda” ma piuttosto per il suo straordinario e istrionico talento – il fatto che sia campano e non siciliano ha contribuito alla costruzione di un ritratto collettivo allegorico più che naturalistico, distorto dalla lente dei ricordi d’infanzia più che antropologicamente fedele alla Palermo del passato. Una scelta azzeccata, perché Servillo ha dato buona prova di sé, ricordando per molti versi il Marcello Mastroianni di Divorzio all’italiana. Ambientato a Palermo ma girato tutto in Puglia, E’ stato il figlio non ha potuto beneficiare né dei paesaggi né dei finanziamenti siciliani, perché in Sicilia non ci sono fondi né una Film Commission degna di questo nome – una crudele conferma, secondo il regista, di quanto stavamo per vedere sullo schermo.

La storia è questa: in coda alla posta, lo strambo del paese racconta la storia della famiglia Ciraulo, che viveva nel quartiere Zen e per colpa di un’auto maledetta perse per sempre la felicità. L’auto in questione è una Mercedes nuova fiammante, comprata con i soldi del risarcimento dello Stato italiano per la morte della piccola Serenella, la figlia più piccola luce degli occhi di papà Nicola (Toni Servillo), uccisa da un proiettile vagante nel cortile di casa. Detta così sembra una tragedia fatta e finita, ma nelle mani di Ciprì la storia diventa una mostruosità tragicomica, dove gli strozzini vivono in coppie che ricordano Titti e Silvestro e il saccheggio di metalli dalle carcasse di navi in abbandono diventa un numero musicale.

Al termine della proiezione, una signora inglese dal pubblico chiede a Ciprì: “How much do we have to read into it?” Vuole sapere se E’ stato il figlio si può classificare tra i film di denuncia che da Le mani sulla città in poi hanno reso celebre il cinema italiano, specie all’estero. La risposta di Ciprì è stata più o meno la seguente: “Il cinema ma soprattutto la TV italiana – penso alla seria de La Piovra – ci hanno torturato sulla mafia. Il mio film ha molte meno pretese, in fondo è quasi un pretesto per raccontare la Palermo della mia infanzia, in forma di disegno animato. Non ho né le conoscenze né le competenze per parlare di mafia, mi limito a parlare di quello che conosco secondo lo stile che mi è più congeniale, quello tragicomico.”

Se ci penso bene, la risposta di Ciprì è solo parzialmente azzeccata: fuor di metafora, o forse proprio dentro di essa, E’ stato il figlio dice qualcosa sull’Italia che stiamo vivendo senza necessariamente passare per la denuncia del malaffare o per la ricostruzione storica o antropologica degli ultimi trent’anni di vita a Palermo. Forse basta leggere l’allegoria, per quello che ci dice: E’ stato il figlio mette a confronto tre generazioni all’interno della stessa famiglia, e cosa ci resta? I figli sono degli inetti o trattati come tali, quando non muoiono prima di entrare nella vita adulta; i genitori navigano a vista, logorati da anni di lavoro inutilmente faticoso che ne ha avvilito le aspirazioni; di fronte a questo sfacelo, i nonni prendono il comando per quello che sanno e possono fare, invecchiando sempre di più e – dato non irrilevante, anche se tabù – non morendo mai. Che altro c’è da aggiungere?

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