Leggere il mondoIl mito della sostenibilità di Ikea

 Sulla responsabilità sociale aziendale, è particolarmente indicativo il caso di Ikea, una multinazionale rappresentata quasi sempre con toni leggeri e che continua  a riscuotere la simpatia, se ...

Sulla responsabilità sociale aziendale, è particolarmente indicativo il caso di Ikea, una multinazionale rappresentata quasi sempre con toni leggeri e che continua a riscuotere la simpatia, se non l’affetto, dei consumatori, come testificato da un fatturato che ogni anno aumenta notevolmente e dall’inarrestabile espansione anche sul nostro territorio (sedi a Milano, Roma, Torino, Genova, Firenze, Bologna, Napoli, Bari, ecc.). Si tratta, ormai, di un marchio quasi immancabile in ogni casa italiana, che può stare su una asciugamano, su una lampada, su una sedia, su uno scaffale, su un mobile, e che, soprattutto, è universalmente associato ai valori della sostenibilità ambientale.

Effettivamente l’Ikea, a differenza di altre multinazionali denunciate e boicottate, non suscita rappresentazioni collettive negative. Sarà la “svedesità” che evoca pulizia, ordine e perfezione, la costruzione di un paradiso artificiale di camerette e di arredamenti perfettamente accoglienti che alimenta morbidi sogni, i prezzi contenuti, l’apertura domenicale, la possibilità di “parcheggiare” i propri figli nelle piscine di palline presenti in ogni centro commerciale.
Ma esistono le multinazionali buone o, almeno, simpatiche? Per molti critici ed osservatori, non si può trattare che di un ossimoro.

Innanzitutto, c’è molto da dire riguardo alla “maschera ambientalista”. Pure Ikea, infatti, contribuisce ad alimentare l’ideologia dell’iper-consumo, dell’ “usa e getta”: “dato che i nostri prezzi sono (i più) bassi, potete cambiare continuamente, rinnovare e rivoluzionare la vostra casa per sempre”. Il che, certo, non ha molto a che vedere con la sostenibilità ambientale, anzi è il suo esatto contrario. Il modello di sviluppo che è incoraggiato dalle pratiche di gruppo – acquistare sempre più cose ad un prezzo sempre più basso, da conservare per un tempo sempre più breve – è incoerente con un discorso sociale ed ecologico credibile.
Inoltre, pur avendo collaborato ad iniziative dei principali promotori dell’ecologismo come WWF e Greenpeace, Ikea, per essere sempre più concorrenziale, per mantenere i suoi prezzi bassi, non può permettersi di stare troppo attenta al rispetto ambientale, almeno secondo ciò che è riportato da diverse indagini giornalistiche. Anche Ikea inquina esageratamente con le sue produzioni e suoi trasporti in tutto il mondo, utilizzerebbe materiali o ha avrebbe utilizzato materiali nocivi, e, come tutte le altre multinazionali, non è stata certo attenta ad evitare di acquistare legname da foreste vergini e protette.

E’ vero che Ikea, per controllare l’eticità dei propri acquisti, si è dotata di un codice interno, ma, come succede spesso, i risultati di questi controlli non sono diffusi all’esterno.
Globalmente, chi lavora in Ikea può godere di un buon ambiente lavorativo, non si sono segnalate gravi vessazioni, anche se pare che alla parola “sindacato” venga subito il prurito ai vertici aziendali.
Ma come fanno tutte le multinazionali, principio fondante della loro accumulazione capitalistica, anche Ikea si serve, per la produzione dei suoi articoli, di terzisti in aree del Sud del mondo i cui dipendenti risultano in condizioni di totale sfruttamento. Ikea si è almeno dotata di un codice interno denominato “IWAY” che dovrebbe obbligare a dei rigidi codici di condotta i propri fornitori per evitare, in primis, lo sfruttamento minorile. Pare che per questo problema si sia riusciti effettivamente a fare qualcosa, ma per tutti gli altri diritti che spetterebbero ai lavoratori terzi non si sa molto, dato che i controlli e le ispezioni fatte per l’IWAY sono assolutamente segrete e le rilevazioni non vengono diffuse all’esterno. Stiamo parlando di fabbriche, capannoni, maquiladores famose per l’assoluto disprezzo di ogni tutela sindacale. Inoltre, l’IWAY non prevede controlli “imparziali”, effettuati, cioè, da autorità esterne; sono gli stessi organi aziendali ad incaricarsene (la solita storia della coincidenza fra “controllato” e “controllore”).
Insomma, anche Ikea appare lontana dall’utopia del “far soldi in modo etico”.

Queste considerazione sono frutto del lavoro di una O.n.G. belga, la Oxfam-Magasins du monde, che le ha raccolte nel libro “IKEA: cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?” edito qui in Italia da Anteprima, marchio della torinese Lindau s.r.l.

Altre letture:

Ikea. Mito e realtà (Egea 2010)

Il signor Ikea (Marsilio 2007)

E ora si Ikrea (Ponte alle Grazie 2011)

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