Avanguardie tunisine

L’arte indipendente e informale è stata un’avanguardia in Tunisia, scrive Paola Gandolfi nel suo bel Rivolte in Atto (Ed. MIMESIS, 2013), capace di promuovere l’inedito e di evocare cambiamenti e s...

L’arte indipendente e informale è stata un’avanguardia in Tunisia, scrive Paola Gandolfi nel suo bel Rivolte in Atto (Ed. MIMESIS, 2013), capace di promuovere l’inedito e di evocare cambiamenti e sollevamenti a cui la società poi ha dato forma.

Nella Tunisia di Ben Ali, segnali importanti di cambiamenti in atto sono stati l’affermarsi di giovani musicisti, film-makers, disegnatori, video artisti e graffitari, che in molti casi erano auto formati, oltre che autoprodotti. Per esempio lo street artist SK-One, che ha esposto (in forma anonima) in una personale a Tunisi dal titolo emblematico Evasioni urbane (2009). Oppure il fotografo e artista Wassim Ghozlani autore della serie intitolata “Cartoline postali” in cui l’autore rappresenta un Paese lontano dalle immagini stereotipate delle spiagge fabbricate con l’intento di vendere ai turisti Occidentali. Si tratta di un’arte che fa parte di un movimento in cui, per la società e per se stessi, è necessario essere autonomi con l’obiettivo di esplorare il possibile.

Oggi, con Paola Gandolfi* sbirciamo nella produzione artistica indipendente tunisina. Per capire – forse – dove va la Tunisia dell’islamico Rashid Ghannouchi.

Che fine ha fatto SK-One? Preferisce ancora restare anonimo?

SK-One non è più anonimo e ha ottenuto una visibilità nel 2011 quando si è unito a migliaia di giovani nell’occupazione della Kasbah di Tunisi. Altri graffitari come Meen-One e El-Seed raccontano della differenza tra il sistema repressivo di Ben Ali e il dopo Ben Ali: dopo la rivoluzione anche a loro è stato chiesto di intervenire con la loro arte in avvenimenti pubblici, in spazi prima inaccessibili. El Seed è stato chiamato a fare le sue opere di “calligraffiti” nella piazza a Kairawan, coinvolgendo i ragazzi della città. Poi è stato chiamato persino a dipingere il minareto della Moschea Jara di Gabes, nel sud della Tunisia, con versetti del Corano che invitano alla tolleranza. Se prima SK-One, racconta, aveva imparato l’arte dei graffiti tramite i video su internet ora lui stesso può coinvolgere in eventi artistici pubblici altri giovani che vogliano imparare quest’arte. Anche altri video sul sito di El Seed oggi ci mostrano la storia di alcuni suoi graffiti fatti con altri giovani e come i muri di Kairawan o Gabes siano stati all’origine di un legame comunitario. In questo senso, come afferma Houda Lassatly in Arabic Graffiti, la calligrafia può divenire anche una sorta di barometro di una relazione sociale.

 https://www.youtube.com/embed/NKNTkG5dr4A/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Hai guardato Ni Allah ni maître (Neither God, nor Master) un film di Nadia El Fani uscito nel 2011?

Ho visto il film, si tratta di un documentario sulla possibilità di essere atei in terra d’Islam e sui nessi tra Islam e laicità successivamente rinominato Laïcité In-Sha’Allah. La regista si mette in scena per discutere con la gente della strada su quale sia il ruolo della religione nella società. Il film viene condannato e in occasione della sua uscita in una sala a Tunisi nel giugno 2011 un gruppo di salafiti entra in sala durante la proiezione con violenza, urlando frasi come “La Tunisia è uno stato islamico.” “Infedeli!” L’iniziativa della proiezione del film si collocava nell’ambito di una serie di eventi promossi dal collettivo Lam Echmal (formato da un’ottantina di associazioni per la difesa della libertà di espressione) nato proprio al fine di protestare contro gli attacchi violenti agli artisti cominciati in quelle settimane. Da allora molti sono stati gli attacchi diretti e indiretti agli artisti, che siano musicisti, registi, pittori, video artisti o altro. Ma moltissime, anche le forme di resistenza e di solidarietà tra rappresentanti del mondo dell’arte, della cultura e dei movimenti sociali.

Nel 2012 un gruppo di salafiti ha attaccato la mostra Printemps des Artes Fair, a La Marsa/Tunisi. Nel 2011, invece, la polizia aveva dovuto intervenire per bloccare un altro gruppo pronto ad attaccare una sede TV per la messa in onda di Persepolis. Ed oggi?

Oggi ci troviamo in una fase delicata e complessa. Molti artisti lamentano che dopo la fase creativa e libera dell’immediato post-rivoluzione, oggi ci si trovi in condizioni difficili in quanto alla possibilità di esprimersi liberamente, condizioni aggravate da una situazione di insicurezza diffusa. In questi ultimi mesi ci sono stati alcuni episodi di estremisti che hanno manifestato contro le creazioni artistiche e che hanno talora minacciato anche fisicamente gli artisti stessi. Sappiamo bene, invece, che la religione islamica non condanna l’arte e che la maggior parte della società tunisina condanna tali forme di estremismo religioso. Oggi più che mai anche in campo artistico, come in altri ambiti, quel che è maggiormente in gioco è il mantenimento dello spazio pubblico conquistato nei processi rivoluzionari e la possibilità reale di esercitare, nel quotidiano, delle nuove pratiche di partecipazione sociale (prima che politica).

Oggi si sta affermando anche una buona produzione documentaristica. Hai potuto partecipare all’edizione di quest’anno di “Doc a Tunis” (Tunisi, 6-12 maggio 2013)?

Personalmente non ho assistito all’ultima edizione di Doc à Tunis, ma sono stata pochi giorni fa a Tunisi e diversi artisti e ricercatori mi hanno raccontato di quanto hanno visto. Credo che ci sia in effetti una produzione documentaristica importante, ma sottolineo anche che il documentario e la forma filmica sono state tra le forme artistiche che più si sono sviluppate con originalità anche ben prima del processo rivoluzionario, raccontandoci spesso punti di vista inediti e narrazioni intime di una società che stava profondamente cambiando. Poi, molti cineasti si sono confrontati nel post-rivoluzione con la realtà che li circondava e che li circonda ma, stando a quanto dicono essi stessi, ci sarà forse bisogno di tempo (e di un certo recul) prima di poter vedere dei documentari originali e significativi sui processi rivoluzionari e sulle dinamiche ad essi connesse. (Con alcune eccezioni, quale ad esempio il bellissimo documentario Babylon di Youssef Chebbi e Ala Eddine Slim sul campo di Choucha e l’accoglienza dei rifugiati provenienti dalla Libia in Tunisia).

E’ vero, Babylon è un prodotto interessante.Tra fiction e video-arte, lo hanno definito un film “al servizio dell’immagine”. Ce ne vuoi parlare?

Alla frontiera tra Libia e Tunisia nella primavera del 2011 sono arrivati dalla Libia più di un milione di rifugiati, di molte nazionalità e di molte lingue. La gente del posto, nel sud della Tunisia, si è adoperata in ogni modo per accogliere queste persone e poco dopo, con aiuti internazionali, è stato organizzato il campo profughi di Choucha. I tre giovani registi si recano sul luogo e seguono quanto succede, non con lo spirito di fare un reportage ma vivendo con le persone quanto accade e mentre accade. Si tratta di un documentario per certi versi sperimentale nelle sue scelte stilistiche e che sceglie di guardare e vivere dall’interno questo esodo di persone. Una scelta originale alla base del documentario è che non vi sono per nulla sottotitoli, non è stata realizzata nessuna traduzione, non c’è la voice-over… quasi a sottolineare la Babele che si crea e ricrea ogni giorno in questo campo che è grande cantiere e una sorta di città non-città, con tutta la fragilità del suo essere un luogo precario e l’incognita di chi la attraversa. E’ un film indipendente e che riesce a raccontare la fluidità degli eventi e la forza e l’intensità delle persone, scegliendo un linguaggio artistico originale, in cui la comprensione del linguaggio verbale non è più la priorità e lo spaesamento non è solo raccontato e immaginato, ma profondamente vissuto.

*Paola Gandolfi, arabista, è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, dove insegna “Politiche educative dei paesi arabo-islamici del Mediterraneo”. Le sue ricerche antropologiche più recenti vertono intorno alle interrelazioni tra società, cultura e pedagogia nel Maghreb e nei contesti delle migrazioni transnazionali. Attualmente si occupa del ruolo degli spazi informali di apprendimento di “culture del cambiamento” nei paesi maghrebini e della produzione artistica e culturale contemporanea in Maghreb, anche in relazione ai recenti processi rivoluzionari e alle dinamiche di cambiamento in atto.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club