Sansür: Censura

Credit photo Marco Cesario La Turchia è davvero un modello per il mondo islamico e la primavera araba? Inizia ponendosi proprio questa domanda il volume scritto da Marco Cesario dal titolo “Sansür...

Credit photo Marco Cesario

La Turchia è davvero un modello per il mondo islamico e la primavera araba? Inizia ponendosi proprio questa domanda il volume scritto da Marco Cesario dal titolo “Sansür: Censura. Giornalisti in Turchia” (BiancaeVolta Edizioni, 2012). Fino a poche settimane fa, la sua sarebbe suonata come una provocazione. Nei mesi scorsi ci sono stati diversi rimandi alla Turchia repubblicana come ad un esempio di riferimento – se non addirittura un modello – per i Paesi arabi in rivolta contro vecchi regimi. Una posizione incoraggiata dal successo del tour di Tayyip Erdoğan intrapreso a partire dal settembre 2011 nei Paesi arabi.

Sansür, un reportage appassionato scritto tra il settembre 2011 e il marzo 2012 sotto forma di mémoire, mette in dubbio proprio questa certezza. E lo ha fatto ben prima dei recenti fatti di Piazza Taksim affrontando in maniera critica la questione della libertà di stampa in Turchia. All’autore, Marco Cesario*, faccio oggi qualche domanda.

Perchè hai scelto di affrontare la questione della libertà di stampa in Turchia?

Quando giunsi in Turchia nel 2011 la maggior parte dei media occidentali si era fatta prendere nella rete dell’offensiva diplomatica di Erdoğan, forse accecati dall’idea di indicare la Turchia come paese musulmano moderato da prendere ad esempio in un Mediterraneo in pieno subbuglio e nel pieno dell’esplosione della Primavera Araba. Di fronte alle paure di svolte politico-religiose d’ordine teocratico nei paesi appena liberati da tirannie decennali quali Egitto o Tunisia s’indicava – a ragione – la Turchia e l’AKP di Erdoğan come modello di un Islam moderato da seguire. Ma se anche in teoria ciò poteva sembrare giusto, nei fatti non lo era perché, ad esempio, già il 2010 s’era chiuso in maniera disastrosa per quanto riguarda il rispetto della libertà di espressione. Secondo l’Osservatorio dei Media, 43 giornalisti si trovavano in prigione di cui dieci redattori capo; 655 persone tra scrittori, editori, politici di cui 197 giornalisti, erano stati processati nel corso dei primi nove mesi del 2010 per reati d’opinione, 12 giornali sospesi e migliaia di siti Internet censurati. Per capire di cosa stiamo parlando basta ricordare l’entità della condanna di tre ex redattori del principale quotidiano curdo di Turchia, Azadiya Welat: le loro pene sommate ammontavano a 325 anni e 9 mesi di prigione. In quell’autunno del 2011, quando iniziai a scrivere il mio reportage Sansür, secondo le stime di Reporters Sans Frontières (RSF) e del Sindacato dei Giornalisti Turchi (TGS), il numero dei giornalisti dietro le sbarre era quasi raddoppiato (76) ed i processi in corso contro giornalisti erano addirittura dell’ordine di 10.000. Dopo le paurose retate di fine Dicembre 2011, alle quali ho assistito perché mi trovavo in Turchia, il numero dei giornalisti dietro le sbarre era salito paurosamente a 105. Nell’agosto 2012 ne restavano in prigione “solo” 83 ma si trattava comunque del 50% dei giornalisti detenuti in tutto il pianeta. Numeri che facevano rabbrividire per un paese candidato ad entrare nell’Unione Europea. Occorreva che in Occidente si sapesse, dato che nessuno ne parlava. E’ per questa ragione che ho deciso di scrivere Sansür.

Come è stato recepito e strumentalizzato dal governo turco il consenso intorno al suo modello, specialmente dopo le rivolte arabe?

La chiave di questa strumentalizzazione sta nella politica estera dell’AKP. Lo stallo dei negoziati d’adesione all’UE ha provocato infatti grande frustrazione in Turchia, soprattutto per l’AKP che aveva un consenso popolare altissimo e dirigeva un paese in piena crescita economica. Basti sapere che, secondo un sondaggio dell’Università del Bosforo, se nel 2003 i cittadini turchi che avrebbero votato «sì» ad un eventuale referendum sull’ingresso della Turchia nell’Ue erano il 73%, dopo i ripetuti rimbrotti e rifiuti da parte dell’UE sul tortuoso cammino dell’adesione, sono scesi al 51% nel 2013. Questo malcontento interno è stato ben strumentalizzato da Erdoğan, la cui politica estera s’è naturalmente indirizzata verso il suo bacino naturale e storico d’influenza, ovvero il Mediterraneo e il mondo arabo-musulmano. L’occasione gliel’ha fornita proprio Israele con il lancio dell’offensiva Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza. Più tardi infatti Erdoğan veniva accolto all’areoporto d’Istanbul al grido di «Erdoğan, il Conquistatore di Davos». L’incidente della Flotilla confermava il trend turco e Erdoğan diveniva in breve il leader più popolare ed amato di tutto il mondo arabo-musulmano. Quando scoppiarono le rivolte nel mondo arabo, Erdoğan e l’establishment dell’Akp capirono immediatamente la portata di ciò che stava accadendo e non si lasciarono sfuggire l’occasione. L’ascesa di partiti musulmani moderati che s’ispiravano chiaramente al modello dell’Akp permise alla Turchia di porsi a punto di riferimento per paesi che si liberavano da lunghe dittature ed aspiravano a un equilibrio tra tradizione islamica, secolarismo ed esercizio della democrazia. La Turchia poteva offrire non solo il modello politico dell’Akp ma anche un modello economico vincente. Così iniziava la tournée di Erdoğan nei paesi della Primavera Araba con l’apogeo al Cairo dove Erdoğan e l’Akp raggiungevano il picco di popolarità. Il premir turco ha saputo sfruttare questa popolarità nel mondo arabo anche sul fronte interno smorzando le critiche dell’opposizione e nascondendo all’Occidente il bavaglio alla stampa e la spirale liberticida in cui faceva lentamente sprofondare il paese.

Non si puo’ negare che l’attrattiva turca è stata, prima di tutto, di tipo economico.

In effetti è così. Occorre ricordare che l’Akp non ha fatto tutto da sé ma ha già ereditato un paese che era già sulla via della crescita. Ad ogni modo, con la punta di diamante delle sue ‘tigri anatoliche’ (e dell’enorme bacino di voti e consenso di questi piccoli centri portati alla ribalta proprio dalla politica dell’AKP) e con una politica di riforme Erdoğan è riuscito a proiettare la Turchia sulla scena internazionale, forte d’una crescita economica degna dei BRICS. Basti pensare che il prodotto interno lordo della Turchia dal 1990 al 2009 è quadriplicato ed il volume delle esportazioni si è addirittura moltiplicato per cinque. Per capire la natura di questa crescita però basta citare un dato emblematico: nel corso del primo trimestre del 2011 il Pil della Turchia è aumentato dell’11% (più di Cina e Argentina dunque) trasformando il paese di Atatürk, almeno per un periodo, nell’economia con la crescita economica più veloce al mondo.
Oggi la Turchia è la sedicesima potenza economica al mondo e aspira ad ascendere al rango di decima entro il 2023, anno del centenario della fondazione della Repubblica Turca. Lo scorso anno il tasso di disoccupazione della Turchia paragonato a quello dei Paesi della zona Ue è stato inferiore rispetto a 10 membri su 17. Questo grazie al sistema di incentivi governativi che attirano in continuazione investimenti nel paese. Ma la sua crescita, occorre dirlo, è stata abnorme, quasi artificiale perchè non ha livellato le enormi differenze tra ceti sociali e lo scarto tra regioni ricche e regioni più povere.

Credi che cio’ che sta accadendo in questi giorni in Turchia possa essere definito un segno dei tempi?

Più che un segno dei tempi lo definirei un’evoluzione naturale delle cose, almeno per chi, come me, segue e studia la Turchia da tempo e non soltanto attraverso il prisma di queste rivolte. Malgrado i successi economici ed una politica estera aggressiva nel Mediterraneo (che molti specialisti hanno definito, a torto o a ragione, come ‘neo-ottomanesimo’), la Turchia non poteva nascondere a lungo le sue contraddizioni interne. La Turchia, malgrado venga considerata in Occidente una democrazia (anche se incompiuta) è un paese che resta caratterizzato da retate a tappeto ai danni di giornalisti, scrittori, accademici, deputati e sindaci curdi. Basti pensare che tra l’Aprile del 2009 e l’Ottobre 2011, almeno 7.748 membri del BDP, il partito pro-curdo, sono stati messi in stato di fermo ed oltre 3.000 sono stati arrestati nel corso delle operazioni anti-KCK (l’Unione delle Comunità del Kurdistan). Altro dato che fa riflettere, l’arresto di studenti. Nel Luglio del 2012 oltre 700 studenti si trovavano in prigione per aver partecipato a cortei in difesa delle minoranze curde o perché accusati di diffondere propaganda terrorista in favore del PKK. Insomma un paese che vive dietro le sbarre come può considerarsi democratico? Ed inoltre, un paese che ‘filtra’ Internet, che costringe alle dimissioni caporedattori non appena muovono la minima critica al premier e all’establishment, un paese in cui vige la regola “chiunque è colpevole fino a dimostrazione del contrario” e che abusa delle detenzioni preventive, un paese la cui cultura giuridica è tortuosa, kafkiana (i processi durano anni, le condanne superano spesso il centinaio d’anni di detenzione per accumulo di infrazioni al codice penale), un paese che nonostante la sua costituzione laica ha la densità più alta al mondo di moschee, che in questi ultimi anni ha moltiplicato le İmam Hatip (scuole per imam che sotto Erdoğan si possono frequentare anche all’età di nove anni, prima il limite era 14), un paese il cui governo, col pretesto di spazzare via il retaggio militare ha tagliato la testa ai vertici militari ed ha infiltrato polizia e magistratura ed ha privatizzato le università, un paese che ridiscute l’aborto e che reintroduce codici morali di comportamento degni di teocrazie islamiche può ancora considerasi ancora democratico? Ecco perché queste rivolte possono colpire lo spettatore occidentale che aveva una visione edulcorata ed esotica della Turchia ma non chi la conosce profondamente dal di dentro.

*Marco Cesario è giornalista professionista. Ha lavorato all’ANSA, al desk di ANSAmed, ramo dell’agenzia specializzato sul Mediterraneo ed il Medio Oriente arabo-musulmano. Da Parigi – dove attualmente svolge un dottorato in filosofia presso l’Ecole Doctorale dell’Università di Parigi VIII – ha collaborato per diverse riviste (ResetDoc diretta da Giancarlo Bosetti, Micromegam,diretta da Paolo Flores d’Arcais). Scrive su Linkiesta, sulla rivista per il Mediterraneo BabelMed e su Globalist. Presenterà il suo volume all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale (Palazzo Giusso) venerdì 14 Giugno alle 18h (Sala Matteo Ripa).

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