Non aprite quelle porteA cena con lo splendido: lui, lei e il (maledetto) coupon

“Se ami qualcuno lascialo libero” è una frase conosciutissima, quasi inflazionata. Forse, però, non tutti sanno che in origine aveva un significato completamente diverso e che Richard Bach l’ha un ...

Se ami qualcuno lascialo libero” è una frase conosciutissima, quasi inflazionata. Forse, però, non tutti sanno che in origine aveva un significato completamente diverso e che Richard Bach l’ha un po’ adattata per renderla più fruibile e meno di settore.
Secondo voci di corridoio, infatti, un bel giorno lo scrittore si è svegliato, ha guardato il foglio bianco e ha esclamato allibito: «E adesso?». Fortunatamente per lui, in quel momento passava di là il gabbiano Jonathan Livingston, che, vedendolo abbacchiato, gli ha fatto un bel pat-pat sulla spalla con l’aluccia e gli ha detto: «Stai tranzollo, Richi. Ghe pensi mi. Sono appena stato in Val Camonica a vedere le incisioni rupestri e, tra una battuta di caccia e una rosa, l’occhio mi è caduto su una frasetta. Potresti sviluppare il tema».

La frasetta, ça va sans dire, era la seguente: “Se ami qualcuno lascialo libero di ordinare quello che vuole al ristorante”. Ai tempi non erano ancora tutti critici gastronomici come oggi e quindi Richard Bach l’ha trasformata in un sempreverde “Se ami qualcuno lascialo libero. Se torna da te, sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato”, ma la saggezza popolare, fin dalla preistoria, vuole così e non ci si scappa: “Se ami qualcuno lascialo libero di ordinare quello che vuole al ristorante”. Soprattutto al primo appuntamento e, soprattutto, se stiamo tentando di far colpo su questo qualcuno.

Perché, dai, il coupon sarà anche bello e utile, per carità, ma è una carta da giocare quando la relazione è ormai rodata, non quando stiamo cercando di stendere una donna o un uomo con la nostra inimitabile classe e il nostro straordinario savoir-faire. Non si chiede a una donna (ma il discorso vale da ambo i lati, come il divieto di sosta) di uscire, per poi obbligarla a prendere il menu fisso comprato su Groupon. E se lei volesse quel goloso stinco di maiale con le patate arrosto che il cameriere ha appena servito alla vicina di tavolo e non il tuo barbosissimo menu di pesce a 29 euro invece che millemila? Come si fa?
«Eh, ma sai, il pesce è il pesce».
Già, e lo stinco è lo stinco, l’erba del vicino è sempre più verde e non ci sono più le mezze stagioni. E allora? Un primo appuntamento con menu limitato e imposto mette la serata in cattiva luce; e se l’unica altra fonte di illuminazione è l’enorme scritta al neon che lampeggia a intermittenza sopra il tavolo “Clienti Groupon, Clienti Groupon”, direi che le cose potrebbero in breve volgere al peggio.

Se si vuole offrire una cena bella, la si offre e morta lì, non si cerca di fare gli splendidi con un coupon. Meglio, a quel punto, il kebbabaro all’angolo, l’importante è che sia un gesto fatto col cuore (ommioddio, ho sfondato lo schermo del pc col naso!). Ok, ok il kebab magari no, ma con 29×2 euro si può risolvere brillantemente un’uscita galante anche senza quella dannata panna cotta finale che non ti piace ma che «dai, prendila lo stesso, è compresa!».
«Ma io voglio la bomba al cioccolato della signora dello stinco, non la panna cotta. Guarda, facciamo così, ordino quella e la pago io».
«Scherzi? Per chi mi hai preso? Lascia fare a me. Ho un avanzo di Ticket Restaurant».
Sob!

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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