Performing the Ha! (alla V Biennale di Marrakech)

“Ha!” della marocchina Bouchra Ouizguen mette in scena, con una originale coreografia sonora, le donne dell’Aita. “Al-Aita” sono canti popolari del folclore marocchino che parlano di amore e di d...

“Ha!” della marocchina Bouchra Ouizguen mette in scena, con una originale coreografia sonora, le donne dell’Aita.

“Al-Aita” sono canti popolari del folclore marocchino che parlano di amore e di dolore. Rare registrazioni su cassetta, realizzate nel periodo d’oro dell’industria discografica marocchina,  sono difficili da trovare, anche in patria (qui un blog che parla anche di questo genere musicale e qui un articolo dal titolo Cheikh, Rattle and Roll sugli ‘60 e ‘70 dell’industria discografica marocchina).

Bouchra Ouizguen, 34 anni, originaria di Marrakech, è una coreografa molto apprezzata che ha studiato e vissuto a lungo in Francia. Le donne dell’Aita, invece, in Marocco godono di una reputazione ambigua: sono molto amate per le loro qualità vocali, ma spesso volgarmente aggredite per il tono erotico delle loro canzoni. Si esibiscono soprattutto nelle feste, durante i matrimoni … oppure nei nightclub.

Ouizguen (già autrice di una coreografia sul tema, dal titolo “Madame Plaza” messa in scena con successo a New York nel 2010 e poi nel 2012) è un nome da tenere a mente. Le sue coreografie rappresentano un punto di vista alternativo, per cui interessante. Alla V Biennale di Marrakech ha portato le donne dell’Aita davanti alla Stazione Centrale della città, per una performance. Pubblica.

Ore 20:00 del 27 febbraio. La folla imbarazzata, composta perlopiu’ di lavoratori e gente comune che in maniera disordinata bramava di rientrare a casa presto, si è fermata distrattamente a guardarle. E poi è restata. Ha sfoderato i telefonini e si è messa a scattare.

“Ha!” è il suono che producono queste donne dalle increditi doti vocali mentre oscillano il capo, ferme immobili, in piedi davanti alla stazione. Saranno una decina, di età diverse. Pronunciano fratture sonore (come uno starnuto) di diversa intensità che si ripetono all’unisono, e crescono in complessità. Fratture sonore che diventano note di una cantilena, di un rito. A volte suonano come un richiamo che risponde ad un altro. La performance è interminabile. Ti chiedi se nel frattempo queste donne siano cadute in estasi, come i maestri della spiritualità musulmana: i sufi che cantando e danzando raggiungono stati estatici. Poi qualcuno sul web scrive che si tratta di una performance ispirata alle quartine del poeta persiano e mistico sufi Djalâl ad-Dîn Rûmî.

Le foto della serata sono finite in rete.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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