#ildiscorsodelreJim Romenesko: “Il futuro delle news sarà digitale, ma…”

Secondo gli ultimi dati del rapporto World Press Trends 2014, presentato ieri a Torino durante il primo giorno dei lavori del 66° congresso mondiale dei giornali, il digitale rappresenta il futuro ...

Secondo gli ultimi dati del rapporto World Press Trends 2014, presentato ieri a Torino durante il primo giorno dei lavori del 66° congresso mondiale dei giornali, il digitale rappresenta il futuro ma non è al momento in grado di garantire un modello di business sostenibile.

“Se non risolviamo la questione dei ricavi e troviamo fondi sufficienti per garantire che i quotidiani ricoprano il loro ruolo nella società, la democrazia sarà inevitabilmente indebolita”, ha detto Larry Kilman, segretario generale di Wan-Ifra, nel presentare il rapporto. 

Ne abbiamo parlato con Jim Romenesko. Padre putativo di Gawker e tra i protagonisti di Poynter, Jim Romenesko oggi è un brand e un punto di riferimento per il mondo dei media. 

Considerato tra i migliori 10 media reporter degli Stati Uniti, abbiamo ragionato con lui sul futuro dei media e delle news. Parole chiare, dritte, veloci: quanto basta per farsi un’idea.

D: Ciao Jim. Non è che con tutto questo movimento, siamo nell’età dell’oro del giornalismo?

R: Non la chiamerei “età dell’oro” viste tutte le incertezze, le perdite di posti di lavoro e il fallimento di molti giornali. Piuttosto direi che stiamo attraversando un’interessante fase di transizione in cui tutti cercano di fare soldi spostandosi sul digitale.

D: A proposito di digitale, qualcuno ha detto che l’ultimo quotidiano di carta a essere venduto sarà un Wall Street Journal nel 2039. Ti risulta?

R: Sicuramente il Wall Street Journal terrà duro più di molti altri quotidiani, ma sono convinto che il New York Times farà meglio. Parliamo in ogni caso  di quello che diventerà sempre più un prodotto di nicchia. Secondo me già nel 2029.

D: Dopo l’ultima ricerca dell’Osservatorio europeo di giornalismo (Ejo) sul giornalismo digitale, molti si chiedono se il paywall possa risolvere la profonda crisi dell’editoria. E’ corretto?

R: Dal mio punto di vista, il paywall funziona per le pubblicazioni più grandi e famose. Tanto per fare degli esempi, il New York Times o il Wall Street Journal. I giornali di minore portata stanno invece riscontrando delle serie difficoltà. Per esempio, il San Francisco Cronichle: quando i lettori di giornali più piccoli devono pagare per informarsi, semplicemente vanno su uno dei tanti siti gratuiti.

D: Il native advertising può invece secondo te aiutare gil editori in difficoltà?

R: Sì, può farlo e in parte già lo fa.

D: Qual è oggi, secondo te, un modello di business sostenibile per il giornalismo?

R: Sarei miliardario se lo sapessi! Tutte le pubblicazioni fanno sempre meno affidamento sulle entrate pubblicitarie e sempre più sugli abbonamenti e attività come le conferenze e i prodotti di nicchia. Esistono, per esempio, degli interessanti club del vino!

D: Informare, insomma, costa..

R: Si, e non è solo una questione economica. Prendi per esempio il citizen journalism: un fenomeno che ci dice che la distanza tra giornalisti e lettori è diventata minima. Esistono tuttavia dei limiti significativi in questo modello: uno su tutti il fatto che il lettore non sia molto preoccupato dell’ accuratezza dell’informazione e dell’etica.

D: Novità all’orizzonte?

R: Trovo molto interessanti i siti “explainer” ovvero quei siti di informazione che aiutano i lettori a interpretare argomenti complessi e gli eventi di cronaca.

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