Gioventu’ bruciata? L’Iran in fotografia

Newsha Tavakolian è una fotografa iraniana che lavora come freelance per il New York Times e altri giornali. E’ sposata al NYT bureau chief di Teheran, Thomas Erdbrink. Ha vinto il Carmignac Gestio...

Newsha Tavakolian è una fotografa iraniana che lavora come freelance per il New York Times e altri giornali. E’ sposata al NYT bureau chief di Teheran, Thomas Erdbrink. Ha vinto il Carmignac Gestion photojournalism Award, un premio di 50mila euro che le avrebbe permesso di realizzare il nuovo progetto sull’Iran: era dedicato alla cosiddetta Burnt Generation … cioè ai figli degli iraniani che fecero la rivoluzione del 1979 e che adesso fanno i conti con le sue conseguenze. Un progetto complesso (per non dire difficile) da realizzare nel contesto delI’Iran contemporaneo. Ne sarebbe venuta fuori una mostra fotografica ed un libro.

A metà settembre è arrivato un annuncio inaspettato, con tanto di post sulla pagina Facebook della fotografa. Il premio è stato sospeso (adjourned) e Tavakolian restituirà i 25mila euro di anticipo. Il lavoro di questa fotografa e artista iraniana è apprezzato, e particolare: non c’è azione e nemmeno sensazione nei suoi scatti poetici. Silenzio assordante è l’espressione piu’ spesso usata per descrivere l’emozione di guardare le sue immagini.

Lei dichiara di aver dovuto rinunciare al premio per rispettare la sua libertà e la sua dignità di artista, secondo quanto riferisce un post su Lens (con un titolo significativo), un blog del New York Times. E punta il dito contro Mr Carmignac, il banchiere della fondazione che assegna il premio. Lo accusa di interferire troppo nel suo progetto, soprattutto perchè avrebbe insistito nel cambiarne il titolo in The Lost Generation che invece secondo la fotografa rappresenta non solo un cliche’, ma avrebbe potuto metterla nei guai con le autorità di Teheran. Ufficialmente la fondazione sostiene di aver sospeso il progetto proprio per tutelare la sicurezza della ragazza. Lei insiste che il suo lavoro avrebbe voluto invece intitolarlo “Blank Pages of an Iranian Photo Album”, un titolo che doveva rappresentare un nuovo orizzonte concettuale per il progetto e che la Tavakolian aveva concepito dopo aver sfogliato gli album di famiglia dei soggetti del suo lavoro.

Tavakolian è devota all’idea di riprodurre in maniera accurata e senza clichè la vita nell’Iran contemporaneo di cui spesso racconta le giornate di giovani e donne. Si è guadagnata una fama nel suo campo proprio per questo. Il suo lavoro è sottile – si legge ancora sul blog del NYT –  niente a che vedere con i reportage fotografici che ci si aspetta dai news media occidentali che sono spesso fissati con gli eccessi dei fanatici religiosi o di personaggi dissoluti. Importante: lei dice anche che adesso, in Iran, si è acceso un dibattito fra artisti e fotografi sul pericolo di produrre sempre la stessa tipologia di immagini perchè sono sexy agli occhi degli outsider.

Alla fine l’agenzia AFP cita le dichiarazioni di un responsabile della fondazione il quale spiega che si è trattato piuttosto di uno scontro fra un patron che interviene un po’ troppo e un’artista premiata, un po’ giovane, il cui lavoro stava diventando troppo estetico e poco reportagistico (come vorrebbe il premio). Chissa’ … .

Certo è che la riflessione degli artisti iraniani sulla rappresentazione del loro Paese dovrebbe meritare  piu’ attenzione. Specialmente in tempi di grandi e complicati cambiamenti in cui sempre piu’ artisti producono lavori con una risonanza politica e sociale (leggi anche il Financial Times sui fondi all’arte). Potrebbe essere piu’ utile a tutti pensare che questa non è una generazione perduta o bruciata. Ma in cerca di riscatto.

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