Non aprite quelle porteAffrontare Gianluca Vacchi

Come grande attività intellettuale della pausa pranzo di oggi, apro Facebook, vedo un post di Selvaggia Lucarelli su Gianluca Vacchi, preparo al volo due popcorn e mi metto comoda a leggere un po’ ...

Come grande attività intellettuale della pausa pranzo di oggi, apro Facebook, vedo un post di Selvaggia Lucarelli su Gianluca Vacchi, preparo al volo due popcorn e mi metto comoda a leggere un po’ di commenti, perché va bene che Nietzsche è importante, però alla fine che dice? Nessuno lo sa di preciso, mentre invece, a quanto pare, tutti hanno le idee piuttosto chiare su come affrontare la questione Gianluca Vacchi.

Ricco, ricchissimo, abbronzato, abbronzatissimo, in forma, in formissima, il nostro eroe potrebbe fare strage di medaglie all’Ironman, ma – giustamente – chi glielo fa fare? Così trascorre le sue giornate a divertirsi: gioca al piccolo Baryšnikov in barca con la compagna, rimborsa una gamba del costume per far vedere meglio un muscolo che non ho saputo identificare nemmeno su Wikipedia ma che di sicuro io non ho, va a curarsi in Svizzera con il suo aereo privato, sceglie eleganti pigiami in tinta con le luci soffuse della sala relax di una delle sue ville, abbraccia benevolo la servitù che lo accoglie commossa dopo la malattia, esclama “Enjoy!” a intervalli regolari, documenta tutto su Instagram, dove, al momento, ha 4.4 milioni di follower. Insomma, fa la bella vita e fa bene; costruisce la sua immagine, come tutte le persone che vivono anche di quello. E, come tutte le persone che vivono anche di quello, è amato e odiato dal pubblico.

Questo pubblico si divide in varie categorie. Eccone alcune:

I veramente indifferenti

Loro se ne fregano davvero di Gianluca Vacchi; a volte non sanno nemmeno chi sia. Sono una specie in via di estinzione, protetta dal WWF, degna di ammirazione ma del tutto inutile per i nostri scopi. Passiamo oltre.

I finti indifferenti

Loro, invece, dicono di fregarsene, ma poi cadono in errori grossolani tipo: “Ma secondo te io sto lì a seguire Vacchi? Uno che abbina un tuxedo pastello a dei mocassini che manco mio nonno? Ma fammi il piacere, mica ho tempo da perdere, io”. Peccato, però, che quella mise il nostro imprenditore l’abbia postata solo da cinque minuti. Invitiamo la Treccani a cambiare quanto prima la definizione di indifferenza.

I #gvlifestylefan

Loro ammirano Vacchi. Punto. A volte fanno persino tenerezza nella loro adorazione senza malizia. Sono le uniche persone, tra l’altro, che sanno usare con competenza la parola resilienza.

I leccaculo

Potrebbero sembrare fan, ma non lo sono. Loro hanno – o meglio, vorrebbero – un tornaconto personale. Sperano che lodando in maniera sperticata le stesse ballerine che chiamano anti-sesso se sono ai piedi delle donne, Vacchi se le tolga, le riempia di champagne e glielo faccia bere da lì, magari allungando anche un assegno in bianco.

Gli haters

Fin troppo ovvia come categoria, racchiude una così vasta varietà di sotto-categorie che per elencarle tutte non mi basterebbe nemmeno l’inchiostro che il nostro eroe ha sul corpo. Gli haters sono vari e spesso sono arrabbiati. “Fai schifo”, “Sei una merda”, “Son tutti bravi con i soldi di famiglia”, “Ma vai a lavorare, pagliaccio”, “Perché non dici che sei in bancarotta” sono alcuni dei commenti più pacati che si trovano in giro. Ci sono quelli che fanno i superiori, i blasé; quelli che cercano il pelo nell’uovo con un’attenzione che fa sfigurare persino quella dell’estetista che ti fa la ceretta integrale; quelli che augurano maledizioni a tutta la sua stirpe; quelli che lo insultano magari accennando anche a Lapo Elkann, perché se hai una fav(ell)a, tanto vale usarla per prendere due piccioni.

Gli haters degli haters

Loro difendono Vacchi dagli insulti degli haters, ripagando questi ultimi con la stessa moneta. “Siete dei rosiconi di merda” è il loro mantra; non hanno la pacatezza dei fan e neanche il secondo fine dei leccaculo, solo tanto – ma tanto – tempo da perdere.

Gli osservatori

Sono la categoria più normale, quella dotata di buon senso. Guardano le gesta di Vacchi se ne hanno voglia, non si vergognano a dire che lo fanno, a volte ci fanno sopra una risata, altre rimangono perplessi. Sembrerebbe una categoria piuttosto noiosa, e probabilmente lo è, se non fosse per alcuni sporadici episodi che accadono quando uno meno se lo aspetta.

Milano, una sera d’estate, un ristorante elegante. Persone posate cenano senza clamore, un divertimento sincero ma sempre nelle righe. Una donna si rovescia un po’ di vino sulla maglia e va in bagno per porre rimedio. Mentre lo fa, una porta si apre piano e un’altra donna la raggiunge ai lavandini.

A passo di danza. Mentre canticchia Menea Tu Chapa e tiene sollevata una gamba dei pantaloni.

Le due donne si guardano. Scatta uno sguardo di intesa; improvvisano una breve coreografia, con tanto di finti schiaffi. Poi si ricompongono e, riguadagnata la loro modestia, tornano in sala senza parlare.

Sì, bisogna fare attenzione: c’è un po’ di Gianluca Vacchi in ognuno di noi.