Torniamo ad occuparci – anche alla luce del precedente contributo dal titolo Draghi (BCE) e la strenua difesa dell’operato delle banche: “La redditività è così bassa perché le banche sono troppe” – di un tema attualissimo che sta focalizzando l’attenzione e le preoccupazioni di tutto il mondo finanziario: la redditività degli istituti bancari italiani.
Lo facciamo andando a puntualizzare ciò che tanta parte degli alti vertici delle banche sembra aver “dimenticato” (?!?) e che, invece, un interessantissimo documento dell’Ufficio Studi della CGIA (l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre) di inizio ottobre – dal significativo titolo Banche: i clienti italiani sono i più tartassati d’Europa – ci ricorda.
Ci riferiamo alla struttura dei ricavi e dei costi ovvero, in altre parole, a come la banca fa il suo mestiere, approvvigionandosi di capitali presso i finanziatori (in primis azionisti, obbligazionisti e correntisti) e dall’altra impiegando tali disponibilità nelle più svariate maniere (credito ai privati, crediti alle aziende, portafoglio titoli, etc.).
Non passa giorno che i vari Draghi (presidente BCE), Visco (Governatore Banca d’Italia), Patuelli (presidente ABI) e compagnia bella non si “straccino le vesti” dichiarando ai quattro venti la loro assoluta incolpevolezza in tutta la macelleria sociale che sta avvenendo a causa della crisi delle banche (basti pensare a Banca Popolare Vicenza, Veneto Banca, le 4 banche risolte, etc.) e nello stesso tempo addossando tutte le colpe di tale catastrofe alla scarsa redditività, derivante – a loro dire – dalla curva dei tassi d’interesse appiattita intorno allo zero e da costi operativi troppo alti (in primis il personale, cfr. il precedente contributo dal titolo Il futuro del bancario ed il bancario del futuro: la causa delle crisi bancarie risiede nei dipendenti”… ma è realmente così? .
In pratica tali eminenti personaggi vanno affermando (sapendo di mentire?!?) che i “tartassati” sono – al contrario di quello che scrive la CGIA nel suo documento – proprio gli incolpevoli istituti bancari, che, per tutta una serie di congiunture astrali sfavorevoli (ivi compresa, forse, anche la cometa di Halley!), hanno visto ridurre il proprio lucroso business a poca cosa e, quindi, sono “saltati” (le banche in risoluzione) o stanno per saltare (Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Cassa di Risparmio di Genova, solo per citarne alcune) o sono già “tecnicamente fallite” (in Toscana l’argomento è molto sensibile).
Breve parentesi sociologica: a proposito del pittoresco termine “tartassati”, immaginiamo che molti ricordino il notissimo film “I tartassati (di ieri, di oggi e di domani)” di Steno interpretato dai magistrali Totò ed Aldo Fabrizi (assieme al francese Louis de Funès) nel lontano 1959. di cui in copertina abbiamo riportato – non a caso! – una delle tante esilaranti locandine ed un fotogramma in bianco e nero.
Qui di seguito, quindi, vorremmo andare ad analizzare brevemente alcuni punti essenziali del summenzionato report di CGIA per cercare di rispondere a questa domanda:
sono davvero le banche i soggetti tartassati in questa triste vicenda, come vanno affermando i banchieri? O forse i veri tartassati sono i loro clienti (in primis obbligazionisti e correntisti)?
Nello studio dell’Associazione di Mestre sono riportate alcune tabelle, fra cui la numero 1 è molto interessante al riguardo.
Essa riporta come la voce “commissioni nette” incida, nell’anno fiscale 2015, sul “margine di intermediazione” delle banche italiane.
Ricordiamo che le commissioni nette sono costituite dalla differenza tra ricavi/entrate (commissioni attive su servizi erogati, prezzi di vendita di titoli e di valute ecc.) e costi/uscite (commissioni passive per servizi ricevuti, prezzi di acquisto di titoli e di valute ecc), laddove i servizi bancari più noti riguardano, fra le altre cose, i conti correnti, i servizi bancomat/carte di credito, i servizi di incasso/pagamento, le gestioni patrimoniali, l’intermediazione e il collocamento di titoli.
Il margine d’intermediazione, invece, è una voce composta dalla somma algebrica di interessi attivi e passivi (il c.d. margine d’interesse), rettifiche nette su crediti (il c.d. margine d’interesse rettificato), dividendi e altri proventi, ricavi netti per servizi, profitti e perdite da operazioni finanziarie ed altri proventi netti di gestione.
La Tabella di cui sopra evidenzia, quindi, un primo importante dato di fatto:
in Italia l’incidenza delle commissioni nette sui ricavi netti del banche è la più alta fra gli Stati Europei, essendo, ad esempio, più che doppia rispetto ai Paesi Bassi e del 40% più alta rispetto alla Germania.
In altra tabella dello studio della CGIA (la numero 2) è presentato l’andamento storico delle varie componenti reddituali del conto economico del sistema banche italiane, nel periodo che va dal 2008 al 2015.
Secondo dato di fatto incontestabile:
anche qui le banche italiane sono prime nella graduatoria, essendo riuscite ad aumentare in percentuale (1° posto) ed in valore assoluto (2° posto dietro alla Francia) l’incidenza delle commissioni nette nell’arco di 7 anni, a fronte, ad es., del Regno Unito e dell’Austria in cui addirittura sono diminuite.
Nel report dell’Associazione di Mestre si dimostra, poi, numeri alla mano (tabella numero 3), un terzo ed ultimo fatto incontestabile:
a livelli di ricavi netti – checché ne dicano i banchieri -, il “fatturato” complessivo delle banche italiane dal 2008 al 2015 è cresciuto di un significativo 3,7%, passando da 78,322 a 81,234 miliardi di euro.
Cosa ci dicono tutti questi numeri considerati nella loro globalità? In tutta semplicità rispondono alla domanda che ci eravamo posti in precedenza in merito a chi fosse il vero “tartassato” fra la banca ed il suo generico cliente:
le banche negli ultimi anni, avendo avuto problemi di incasso nella loro gestione operativa creditizia (credito alle imprese, soprattutto le più grosse (vd. le considerazioni svolte in La crisi delle banche e la soluzione di buon senso: brevi note sul Modulo 253 ), hanno cominciato a spostare la propria redditività sul trading titoli e sulle spese rimesse alla clientela, “tartassando”, quindi, l’incolpevole cliente bancario (specialmente il normale correntista) con balzelli, spese e commissioni sempre più alte.
Il caso di pochi giorni fa in cui giorni alcune banche hanno scelto di addebitare ulteriori costi ai servizi di conto corrente al fine di rientrare parzialmente dei costi legati ai salvataggi bancari imposti al sistema del credito è un’altra di quelle “prove provate” (senza possibilità d’appello) di chi siano veramente i tartassati in questa difficile epoca finanziaria.
A conclusione di questa breve analisi sembra di poter ribadire che il vero problema non è la redditività delle banche, ma semmai il modo dissennato con cui è “stata fatta banca” fino ad adesso (vd. le argomentazioni di cui a Il vaso di “Bancora”: brevi note sul credito deteriorato delle banche e sui più che legittimi dubbi circa i numeri ufficiali ).
La scarsa redditività, quindi, – diciamo una volta per tutte! – è frutto delle scelte operative sbagliate delle banche (concentrazione del rischio di credito su pochi soggetti, garanzie richieste alla clientela non sufficienti, politiche di credito ai vari “compagni di merenda” a scapito di clienti più affidabili, per non parlare di finanza “creativa”, operazioni speculative sbagliate, etc.), che la crisi economica ha semplicemente acuito e fatto venire a galla.
Riprendendo alcune argomentazioni già svolte all’interno di questo blog nel summenzionato contributo, potremmo, infine, chiosare quanto sopra dicendo (in altre parole) che:
non è la crisi economica che ha affossato molti istituti bancari italiani, bensì essa è stata semplicemente la goccia che ha fatto “traboccare il vaso” … “di Bancora”!