Banca(rotta)Il bail-in? Roba per le banche italiane, ma non per quelle tedesche: la conferma della B.C.E.

Vorremmo oggi occuparci di un tema che, purtroppo, in questa epoca di "risoluzioni delle banche" e di aumenti di capitale è molto sentito: il bail-in.Lo faremo, peraltro, non andando a vedere il ...

Vorremmo oggi occuparci di un tema che, purtroppo, in questa epoca di “risoluzioni delle banche” e di aumenti di capitale è molto sentito: il bail-in.

Lo faremo, peraltro, non andando a vedere il meccanismo di tale previsione normativa, che d’altronde nelle sue grandi linee è già noto anche al grande pubblico, bensì concentrando l’attenzione su un aspetto che spesso ricorre nei numerosi dibattiti in materia, aspetto che si può riassumere nella seguente domanda provocatoria:

se le quattro banche anziché chiamarsi, ad es., Banca Etruria o Banca delle Marche si fossero chiamate Bank Etrurien o Bank von Marken, sarebbero state “risolte” lo stesso o – più probabilmente – sarebbe intervenuto in qualche modo lo Stato?

In parole ancora più semplici e senza girarci troppo intorno:

il meccanismo del bail-in, seppur facente parte di una direttiva che sarebbe da applicare nella stessa manieara in tutti gli Stati della Comunità Europea, è uguale per tutti o ci sono Paesi più “uguali” degli altri, ad es. (tanto per non fare nomi!) la Germania?

Detto per inciso che a Babbo Natale ed all’Isola che non c’è, come al motto “la legge è uguale per tutti“, abbia smesso di credere non da poco (ahinoi!), la certificazione di una disuguaglianza sostanziale nella applicazione delle normativa comunitaria arriva con tutti i crismi dell’autorità dalla stessa Banca Centrale Europea.

La B.C.E., infatti, nella sua ultima pubblicazione ufficiale di fine novembre, dal titolo Financial Stability Review (liberamente consultabile da chi fosse interessato al seguente link), ha dedicato un’ampia attenzione alla tematica dell’entrata in vigore dal 1° gennaio 2016 del nuovo sistema di risoluzione delle crisi bancarie in Europa, ivi compresa la ricaduta che ha avuto nel mercato finanziario delle obbligazioni l’introduzione del meccanismo del bail-in.

Scopo, infatti, di tale documento (pubblicato su base semestrale) è quello di fornire una visione complessiva di tutte le possibili fonti di rischio e vulnerabilità alla stabilità finanziaria in area euro.

Ma cosa dice in particolare la B.C.E. per farci intuire, neanche troppo velatamente, che la direttiva comunitaria B.R.R.D. (Bank Recovery and Resolution Directive) e la giustizia sociale viaggiano su due binari paralleli che mai si incontreranno? Vediamolo!

Dal momento della sua introduzione il meccanismo del bail-in ha generato degli effetti diretti (sostanziale “azzeramento” di alcuni strumenti spesso in tasca di ignari risparmiatori) ed indiretti (crisi di fiducia nel sistema bancario, cfr. il precedente post dal titolo La “Nuova” Banca Etruria (con le altre 3 banche “risolte”) fra mezze verità, trasparenza assente ed un futuro incerto: tutto sommato “nuova” banca, ma “vecchie” abitudini), che, comunque li si voglia considerare, non possono essere trascurati ed ignorati dal legislatore e dalle autorità di vigilanza, come la Banca Centrale.

In questo senso, quindi, anche in presenza di criticità nel sistema bancario oramai diffuse in tutta Europa (le banche portoghesi e spagnole, le nostre “banche risolte”, assieme a Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e M.P.S., la Deutsche Bank in Germania, solo per fermarsi ai casi più noti), si è fatta pressante la necessità di capire dove un meccanismo di risoluzione ci potrebbe portare nel caso che oggetto di bail-in fosse una banca “sistemica” o addirittura “too big to fail” (troppo grandi per fallire).

Se, infatti, la ratio della legge comunitaria potrebbe essere astrattamente giusta (evitare che il settore pubblico si faccia carico di una crisi bancaria e bloccare al nascere l’insorgere di un “contagio” ad altri soggetti finanziari), la soluzione adottata dal legislatore europeo ha ottenuto risultati addirittura opposti a quelli auspicati.

Non ci vuole, infatti, un genio finanziario per capire che, qualora una banca europea si trovasse in difficoltà, il meccanismo pratico del bail-in è assolutamente discriminatorio a seconda che la vocazione della banca sia regionale (come è, ad es., nella stragrande maggioranza dei casi in Italia) ovvero internazionale (il caso di grandi banche d’affari, come, ad es., la tedesca Deutsche Bank).

Per meglio capire il perché il bail-in possa essere applicato “a cuor leggero” solo con banche medio-piccole (si pensi alla risoluzione delle “quattro banchette” italiane), mentre per le grandissime banche non sia praticamente possibile applicarlo (e debba essere necessariamente usata altra modalità di risoluzione della crisi), è utile proprio richiamare un grafico contenuto nella citata pubblicazione della B.C.E. (esattamente a pag. 99), che comunque, per comodità di consultazione, si riporta qui di seguito.

Cosa si può evidenziare fin da subito da questo grafico? La evidente disparità di distribuzione di debito soggetto ad eventuale bail-in all’interno delle varie nazioni europee.

Soffermandoci soltanto su Italia e Germania (creando così un parallelo fra la situazione odierna di M.P.S. e Deutsche Bank, per riuscire a capirne gli esiti possibili), la freccia che abbiamo sovrapposto al grafico ci dice una cosa ben chiara:

l’80% (quindi la quasi totalità) di strumenti soggetti ad eventuale bail-in è detenuto, in Italia, da soggetti “domestici” (altre banche, fondi, assicurazioni, investitori e risparmiatori), mentre in Germania siamo appena al 33%, con la parte più consistente di tali strumenti (circa il 55%) in mano ad investitori addirittura non in area euro.

Sarebbe interessante, spingendo più in profondità questa tipologia di indagine, capire chi detenga, nazione per nazione, questi strumenti e potremmo trovare che, ad es., mentre in Germania il debito emesso da banche tedesche è in gran parte in pancia ad altre banche (europee e non), in Italia una gran parte del debito subordinato (quello tristemente noto ai risparmiatori “azzerati”) è in mano a piccoli risparmiatori, quelle famiglie che lo avevano considerato fino ad ora una “assicurazione sul futuro”.

Non vogliamo, comunque, complicare il modello per la qual cosa, ai fini dello scopo di questo contributo, ci basta capire quanto segue:

una larghissima parte degli strumenti finanziari soggetti a bail-in ed emessi da soggetti tedeschi (e questo vale anche per la Francia, in verità) è detenuta da soggetti europei non tedeschi (e non francesi) o addirittura non europei.
Tanto per fornire alcuni dati di massima, per la Germania ci si riferisce a strumenti finanziari per un ammontare di oltre 700 miliardi di euro complessivi, di cui solo un terzo detenuto da soggetti tedeschi: più di 380 miliardi di euro sono detenuti da soggetti extra area euro.

Se questa è la condizione dei nostri “amici teutonici”, la situazione cambia (e di molto) per il Belpaese, in quanto:

solo il 20% del debito subordinato emesso dalle banche della penisola italica è in mano a soggetti non italiani, mentre la gran parte (l’80%) è detenuto da investitori e risparmiatori italiani.

Ora, anche senza essere esperti di finanza e/o di economia, in caso di problemi per una banca importante in Germania od in Italia, dove risiederebbe il rischio maggiore di “contagio” della crisi, in caso di applicazione di bail-in sugli strumenti subordinati di tale banca?

Risposta che porta ad un’altra domanda, invero retorica al pari dell’altra:

è finalmente chiaro perché il “problema M.P.S.” è un problemuccio tutto nostro e l’eventuale bail-in sarebbe un dramma tutto italiano, mentre, qualora si dovesse mettere mano al “problema Deutsche Bank” (e prima o poi lo si dovrà fare con tutta la “finanza tossica” che tale banca ha sparso per il mondo), il problema sarebbe “collettivizzato” e la Germania ed il suo Governo, con loro grande soddisfazione, starebbero semplicemente a guardare gli altri che si affannano a trovare una soluzione per evitare il bagno di sangue del bail-in?!?

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