Serialità ignorata“Killing Eve”, il thriller col rossetto

Due donne. Una asiatica che tutto conosce in ambito crime, e l’altra che invece i crime li commette. È sufficiente così poco per mettere in piedi una serie tv in tempo di tele-abundantia, dove la r...

Due donne. Una asiatica che tutto conosce in ambito crime, e l’altra che invece i crime li commette. È sufficiente così poco per mettere in piedi una serie tv in tempo di tele-abundantia, dove la regola è essere più eccentrici che si può per stagliarsi fra le vette di un “Game of Thrones” e “The Walking Dead”? Sì, basta, dimostra “Killing Eve”, la nuova serie di BBC America partita un mese fa. Ovviamente il vestito tematico e il cappotto attanziale sono di quelli buoni, fatti per essere sfoggiati alla festa del primetime domenicale. Il perno è la relazione che fiorisce e cresce e si avvita fra queste due donne, il modo in cui una semplice caccia, la divisione netta e sterile di ruoli che ci hanno consegnato anni di poliziesco, si scompagina per aprirsi al cromatismo caratteriale che è il timbro di questa Golden Age seriale. L’agente dell’MI5 che fa bene il suo mestiere, incastrata in un matrimonio incolore, precipita ogni puntata di più nella rete malata di macchinazioni e congetture che ribolle sotto il sorriso sghembo dell’assassina assoldata da una potente organizzazione. E ne resta affascinata. Più avanza, fra intuiti e decrittazioni, più robusto è il desiderio di scoprire i contorni della sua personalità.

Per la killer è lo stesso. Si sente una star con le luci del set a sfavillarle addosso e a investigare la sua grandiosità roboante. Il pensiero che un’agente speciale addobbata di fascino, con l’ingegno giusto per rovistarle in testa, le si avvicini delitto dopo delitto, le procura un piacere che tocca i territori dell’erotismo.

In “Killing Eve”, però, non domina il senso di predestinazione fasciato di artisticità che torreggiava in “Hannibal”. Eve (Sandra Oh) e Villanelle (Jodie Comer), a differenza di Hannibal Lecter e Will Graham, non sono anime gemelle, non c’è umbra futurorum che sappia di bacio e tocco romantico. È un gioco di ossessioni, di lesto appropinquarsi e scaltro distanziarsi, un accorciare e allungare, un guadagnare e un perdere, che in ogni puntata incede più serrato e dinamico, sperando che il punto di congiunzione, l’intersezione ultima fra le vite di queste due anime in conflitto, sia sempre più prossima.

Il morboso, il sangue, il delitto sono, poi, tutti ingredienti, in questa miscellanea minestra noir, al servizio dell’ironia. “Killing Eve” è una serie grottesca e bizzarra proprio perché lo schermo attraverso cui il macabro è ingrandito e distorto è quello della battuta al fulmicotone. Lo humour nero spezza la cupezza che il materiale narrativo offre. Indora, smussa e leviga come il velo di zucchero sulla torta. La posa sgraziata del cadavere nella foto è oggetto di tiepido ludibrio, il fanciullesco accanimento nel trucco e nella scelta di vestiti alla vigilia del delitto ci viene a pescare un sorriso.

Tutto voluto dall’autrice-attrice, Phoebe Waller Bridge, che, comica nell’anima e nello spirito (sue le comedy “Fleabag” e “Crashing”), con la penna in mano ha voluto dare la sua personale versione del thriller, scolorito e ricolorito in una bizzarria di mescolanze e contaminatio. Fra tutte le tinte, sicuramente prevale il rosso, ma non si sa se il rosso del sangue o del rossetto.

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