Cosa c’è scritto nella condanna della Rai a un milione e mezzo di multa

Una vera e propria galleria degli orrori, un distillato di tutto quello che il servizio pubblico non dovrebbe essere.Di seguito potete trovare ritrascritti, riorganizzati in diversi paragrafi (i ...

Una vera e propria galleria degli orrori, un distillato di tutto quello che il servizio pubblico non dovrebbe essere.

Di seguito potete trovare ritrascritti, riorganizzati in diversi paragrafi (i titoli sono miei, così come le sottolineature), i passaggi più salienti della delibera 69/20/CONS del 14 febbraio 2020, con cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) ha irrogato alla Rai una multa di un milione e mezzo di euro per aver violato le norme e le disposizioni del contratto di concessione in materia di imparzialità e pluralismo informativo.

Nel leggere, ricordate che:

  • la Rai è di proprietà del Ministero del Tesoro per il 99,56% (lo 0,44% è detenuto dalla SIAE), per cui, c’è poco da fare, quella della concessione è una finzione in partenza, perché la Rai è direttamente in mano al Governo;

  • quale proprietario di Rai, il Governo formalmente nomina i 7 membri del Consiglio di amministrazione previa loro individuazione da parte del Parlamento (a cui ne spettano quattro), del Governo stesso (a cui ne spettano due) e dell’assemblea dei dipendenti della Rai (a cui ne spetta uno);

  • il Governo designa anche l’amministratore delegato, poi formalmente nominato dal Consiglio di amministrazione;

  • il Direttore generale è nominato dal Consiglio di amministrazione d’intesa con il Governo;

  • quindi, la Rai è per legge emanazione diretta della politica, che può influenzarne direttamente gli indirizzi perché da essa dipendono i vertici gestori;

  • il modello BBC, invece, è caratterizzato da un doppio livello di governance che garantisce la separazione fra indirizzo politico e linea editoriale: la Regina inglese nomina i vertici del trust della BBC, nessuno dei quali interviene direttamente nella gestione; è poi il trust che, facendo da filtro fra la concessionaria e la politica, nomina i vertici della rete televisiva;

  • il fatturato d’esercizio registrato dalla RAI nel 2018 è stato di euro 2.404.500.000,00, composto da canoni, introiti pubblicitari e altri ricavi di natura commerciale;

  • solo di ricavi da canone la Rai ha incassato nel 2018 1.758,00 milioni di Euro;

  • l’esercizio 2018 ha chiuso con una perdita netta di 33,8 milioni di Euro rispetto all’utile di 5,5 milioni di Euro realizzato nel 2017;

  • l’art. 6 del Contratto di servizio stipulato tra il Ministero dello Sviluppo Economico e la Rai prevede che la Rai debba improntare la propria offerta informativa “ai canoni di equilibrio, pluralismo, completezza, obiettività, imparzialità, indipendenza e apertura alle diverse formazioni politiche e sociali, e a garantire un rigoroso rispetto della deontologia professionale da parte dei giornalisti e degli operatori del servizio pubblico, i quali sono tenuti a coniugare il principio di libertà con quello di responsabilità, nel rispetto della dignità della persona, e ad assicurare un contraddittorio adeguato, effettivo e leale” (seguono altre belle parole su pluralismo, rappresentazione veritiera dei fatti, obiettività dei dati, promozione del senso critico e della libera formazione delle opinioni, divieto di manipolazione subdola delle informazioni, etc. etc.);

  • il deposito cauzionale costituito a garanzia degli obblighi previsti dal contratto è di solo un milione di euro;

  • l’art. 16 della Convenzione generale riferita al contratto di concessione stabilisce che in caso di gravi e reiterate inosservanze può essere disposta la decadenza dalla concessione;

  • il milione e mezzo di euro di multa lo paghiamo noi con il canone.

Quelle che seguono sono tutte parole dell’Authority. Ce n’è per molti, ma soprattutto per il Tg2.

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Lo squilibrio nella presenza delle forze politiche

Con riferimento ai notiziari e ai programmi di approfondimento emerge, considerando il periodo agosto 2019-gennaio 2020 una costante, reiterata e sistematica sotto-rappresentazione della prima forza politica presente in Parlamento, tanto con riferimento ai tempi di parola quanto con riferimento ai tempi di notizia. In particolare, con riferimento ai tempi di parola, il Movimento Cinque Stelle, risulta aver avuto in totale, su tutti i notiziari RAI, un totale di 21:45:22, pari al 19,99% del totale del tempo di parola dei soggetti politici. Ciò, nonostante la rappresentanza parlamentare di tale gruppo politico sia pari al 32,8% (Camera) e al 31,11% (Senato). Nello stesso periodo, il secondo e il terzo gruppo parlamentare, Lega e PD, hanno registrato un tempo di parola sui notiziari RAI, pari, rispettivamente, al 20,48% e al 23,15% del totale del tempo di parola dei soggetti politici.

In sostanza, il primo gruppo parlamentare, con una rappresentanza quasi doppia rispetto al secondo e al terzo gruppo parlamentare, riceve, nel complesso dei notiziari RAI, e in un lungo arco temporale di sei mesi, un tempo di parola inferiore a quello riservato al secondo e al terzo gruppo. Si tratta, come detto, di una sotto-rappresentazione reiterata, costante, sistematica che costituisce una violazione del canone di equilibrio proprio perché misurata come valore medio in un periodo lungo. In particolare, il dato medio più basso è quello registrato nel tempo di parola del TG2.

L’esclusione delle forze politiche minori

Nel periodo in esame si segnala inoltre una presenza assai ridotta, in taluni casi nulla, di minoranze politiche, tanto con riferimento a forze politiche che hanno comunque rappresentanti in Parlamento (come nel caso di +Europa), quanto con riferimento a forze politiche che, sebbene assenti in Parlamento, costituiscono voci storiche (come nel caso della Federazione dei Verdi, del Partito Radicale, dei Radicali Italiani e di altre liste minori). In altri termini, i costanti e sistematici squilibri osservati rispetto alla rappresentanza parlamentare non risultano essere compensati da una maggiore apertura a forze politiche prive di rappresentanza, ma partecipi della vista istituzionale del Paese. In ogni caso, la mancata partecipazione al dibattito pubblico di forze politiche esistenti nella società, ma non (ancora) presenti in Parlamento, appare in aperto contrasto con l’obbligo di “apertura alle diverse formazioni politiche e sociali” espressamente previsto dal citato articolo 6 del Contratto.

La mancanza di contraddittorio e confronto fra leader politici

Con riferimento al contraddittorio tra soggetti politici in generale, e tra leader politici in particolare, il bilancio è senza dubbio negativo, nonostante il dettato del Contratto sia chiaro sul punto, circostanza sulla quale l’Autorità ha più volte nei suoi provvedimenti richiamato l’attenzione. La conseguenza è che appaiono estremamente ridotti, nell’offerta della programmazione RAI, i format e le occasioni nelle quali, grazie al confronto diretto e in contraddittorio tra soggetti politici e tra leader, ivi inclusi quelli delle forze politiche minori, il cittadino-utente possa formarsi una propria opinione autonoma, anche sulle priorità dell’agenda politica.

Sono inoltre stati rilevati casi, anche nei notiziari, nei quali, oltre all’assenza di ogni forma di contraddittorio, si registra anche il venir meno dell’interazione con un giornalista. Ci si riferisce alla pratica di trasmettere, talvolta anche in diretta, gli interventi video di leader politici sulle pagine dei propri account social.

La faziosità sui referendum

Sempre in tema di contraddittorio, rilevano episodi intervenuti in occasione di appuntamenti e proposte referendarie, dunque attinenti a temi rilevanti per il dibattito pubblico e la vita democratica laddove si è assistito alla rappresentazione univoca di una sola delle due posizioni anche attraverso il ricorso alla opinione di esperti, all’interno di un notiziario. Circostanza particolarmente grave di violazione del contraddittorio ove rapportata all’importanza dello strumento referendario nella vita democratica del Paese (a titolo esemplificativo si segnala un episodio nel quale, in merito alla proposta referendaria cosiddetta “Calderoli”, è stata data la parola ad un solo esperto nel Tg2 del 30 settembre del 2019, edizione delle 13). Se all’assenza di contraddittorio si affianca una rappresentazione univoca e unilaterale di alcune tematiche, il quadro di informazione selettiva che ne risulta in danno del diritto del cittadino-utente ad essere informato appare evidente.

La mancanza di obiettività

La presenza di servizi simili a ‘editoriali’, recanti esclusivamente un chiaro, unico ed univoco punto di vista, possono apparire non imparziali e obiettivi, specie laddove privi di adeguati riferimenti al contesto, al dibattito esistente sul tema, all’identità della voce narrante, alle fonti informative in ciò esponendo passivamente il cittadino-utente ad un’univoca sollecitazione interpretativa circa un determinato tema, rappresentato con una netta e parziale chiave di lettura. Ciò risulta ancora più grave laddove, proprio l’apparente neutralità della comunicazione impersonale associata alla forma dell’‘editoriale’ induce il cittadino-utente ad abbassare le autodifese dell’esercizio del pensiero critico rispetto ad una posizione assunta dai responsabili del notiziario, cioè da quei soggetti cui incombe la speciale responsabilità di cui all’art. 6 del Contratto.

La propaganda sul fallimento svedese

Un servizio andato in onda il 19 e il 20 maggio 2019 all’interno del notiziario Tg2, ha avuto ad oggetto l’asserito fallimento del modello svedese di accoglienza degli immigrati e di multiculturalismo. Il tema dell’integrazione in Svezia risulta esser stato trattato, peraltro in diverse puntate, in maniera univoca, con voci esclusivamente a sostegno della mancata integrazione e dei problemi legati ad essa, dunque senza un effettivo contraddittorio con posizioni e opinioni diverse sulla materia. A seguito del servizio, l’Ambasciata di Svezia, con una comunicazione pubblicata sul suo sito, ha precisato la natura parziale e incompleta delle informazioni ivi riportate, informando, al contempo, di aver comunicato alla Rai la presenza di diverse affermazioni non corrette all’interno del servizio. In particolare, l’Ambasciata di Svezia precisava che “a seguito del servizio del TG2 andato in onda il 19 maggio 2019, l’Ambasciata di Svezia comunica di aver informato la direzione del TG2 – tramite una nota scritta inviata il 22 maggio – che nel servizio girato in Svezia ci sono diverse affermazioni errate”. In particolare, il servizio evidenziava, e generalizzava, aspetti episodici come tipici e pacifici di un tema assai più complesso, veicolando nel cittadino-utente come messaggio principale quello esclusivo dei pericoli dell’integrazione, prendendo ad esempio un paese nel quale le politiche d’integrazione sarebbero fallite con intere zone nelle quali vige esclusivamente la legge della sharia. Peraltro, il punto veniva trattato in un momento nel quale il tema dell’integrazione e delle relative politiche, nonché degli esperimenti di successo o di fallimento, costituiva uno dei principali argomenti di confronto politico nella competizione elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Il servizio stesso veniva presentato come esempio delle politiche sui flussi migratori, quando in realtà affrontava temi diversi e non in necessaria relazione causale tra di essi. Ne consegue che l’unico e univoco punto di vista veicolato al cittadino-spettatore contribuiva, inevitabilmente, non solo a formarne l’opinione in merito, attraverso informazioni incomplete e parziali, ma anche a determinarne potenzialmente l’orientamento politico rispetto ad un tema rilevante del dibattito pubblico, anche in Italia, in vista dell’imminente appuntamento elettorale europeo. La condotta peraltro rileva anche in relazione all’obiettivo sancito nel contratto di concorrere a “lo sviluppo di una società inclusiva, equa, solidale e rispettosa delle diversità”.

La propaganda nazionalista antifrancese

Un servizio ‘editoriale’ andato in onda l’8 febbraio 2019, ‘racconta’, con taglio sarcastico e irridente, di una presunta rivalità crescente tra la Francia e l’Italia, attribuita ai commenti del Presidente Macron in relazione alle forze di governo italiane dell’epoca. Il servizio viene in realtà trasmesso come commento a vicende politiche interne francesi e ai rapporti tra i governi dei due paesi, da un notiziario della Concessionaria pubblica. Il cittadino-utente è stato così esposto ad una informazione decontestualizzata nella quale non si comprende la notizia, il contesto, né la distinzione tra notizia e opinione dell’editorialista. L’episodio si inserisce nel dibattito in vista delle elezioni europee, enunciando una serie di ripetuti stereotipi circa l’asserita inimicizia tra i due popoli. Il contenuto informativo non risulta dunque coerente con il diritto e il dovere di cronaca, secondo i criteri di cui all’art. 2 del Contratto.

Considerazioni del tutto analoghe possono essere svolte in relazione ad un altro ‘editoriale’ del Tg2 del 4 marzo 2019 nel quale si commenta ironicamente l’intervista rilasciata a Fabio Fazio dal Presidente Macron su Rai Uno. Il cittadino e utente viene esposto ad un editoriale che bersaglia i due interlocutori senza alcun riferimento esplicito al senso e al contesto di riferimento e senza un chiaro ancoraggio ad una ‘notizia’, né all’esplicitazione delle ragioni che motivano l’editoriale. Appare peraltro sorprendente che un notiziario della concessionaria produca un danno di credibilità alla programmazione interna specie in relazione ad un’intervista a un Capo di Stato europeo.

In un altro caso, nel trattare le vicende legate alle proteste del movimento dei gilet gialli e le reazioni delle forze dell’ordine francesi, in relazione al Presidente della Repubblica Francese l’editorialista racconta “di una pagina buia della storia repubblicana francese con episodi che hanno messo a nudo il carattere reazionario e in qualche modo repressivo della sua presidenza”. Anche in questa occasione, questi giudizi netti, categorici e univoci non sono accompagnati da alcun contradditorio né da alcun riferimento a letture diverse, approfondite e plurali della situazione politica francese. L’elemento informativo e di cronaca viene così inglobato in un giudizio definitivo e politico sulla Presidenza francese, privo di alcun elemento di discussione plurale e indipendente. Il cittadino-utente viene così esposto alla comunicazione di un unico giudizio scevro da elementi di pluralismo, anziché alla ricostruzione di episodi di cronaca, senza possibilità di ricevere elementi ulteriori e utili alla formazione di una opinione autonoma e all’esercizio della propria capacità critica.

La propaganda a favore di nazionalisti e sovranisti, con un pizzico di apologia di fascismo

Considerazioni analoghe possono essere svolte in riferimento ad un episodio relativo alla cronaca dell’incontro ad Hanoi tra il Presidente Trump e Kim Jonhyun. Nell’edizione del Tg2 delle 20,30 del 28 febbraio 2019 a proposito del vertice il corrispondente afferma che “Trump è stato abile”. Eppure, appena mezz’ora prima, lo stesso corrispondente, nell’edizione del Tg1 delle 20, aveva definito il vertice “un fallimento” definito una “battuta d’arresto”. Una medesima notizia politica su un medesimo fatto assume, sulle due testate, due connotazioni opposte. Il cittadino utente dell’informazione della Concessionaria che segue un notiziario si forma una certa opinione, un altro cittadino-utente che segue un altro notiziario si forma un’opinione opposta sul medesimo fatto raccontato dal medesimo giornalista. Indipendentemente dalla circostanza che l’episodio in sé è unico nel suo genere e che quindi non va generalizzato, lo stesso solleva criticità circa la relazione tra il diritto e il dovere di cronaca, la libertà editoriale e la veridicità della notizia.

Un’altra segnalazione ha riguardato un’intervista del 25 gennaio del 2019, andata in onda nel Tg2, a Steve Bannon, presentato in studio come “teorico della destra sovranista americana”, senza specificare la ragione, il contesto o la motivazione relativa al dibattito pubblico italiano o estero. I contenuti dell’intervista, registrata negli Stati Uniti, in ogni caso, non trattavano il punto di vista della “destra sovranista americana” ma si sostanziavano, esclusivamente, in una serie di commenti sui leader delle forze di governo italiano di allora, senza fornire alcun chiarimento in ordine alle ragioni per le quali si riteneva di dare spazio a Bannon e, dunque, senza alcuna precisazione circa la sua figura e il suo ruolo.

Nell’edizione del 5 dicembre 2019 del Tg2 (ore 13) veniva trasmesso un servizio in merito alle elezioni britanniche nel quale si dava conto tuttavia soltanto del candidato Boris Johnson, senza alcun cenno agli sfidanti e alle rispettive proposte politiche, al dibattito pubblico nel Regno Unito e senza alcun riferimento alle diverse posizioni in campo. Fatta salva la libertà di linea editoriale e di espressione del giornalista – la quale ai sensi del Contratto va comunque contemperata con il principio di responsabilità – resta la circostanza che, dalla visione del servizio, emerge una incompleta rappresentazione dei fatti.

Il 28 aprile 2019 nell’edizione delle 19.30 del Tgr Emilia Romagna è andato in onda un servizio sulla manifestazione dei nostalgici a Predappio nel quale – senza contraddittorio né contestualizzazione sociale o politica – si mostrava tra tricolori, saluti romani e cimeli del regime, un gruppo di persone riunite a Predappio per la commemorazione della morte di Benito Mussolini; si raccoglievano le dichiarazioni di alcuni presenti – ivi compresa la nipote di Mussolini – dichiarazioni al limite dell’apologia del fascismo senza alcuna stigmatizzazione o commento da parte dell’intervistatore, dando al cittadino-utente una rappresentazione nostalgica del periodo fascista. Il servizio ingenera una immagine distorta dei fatti storici e trasmette messaggi contrari ai valori di identità nazionale.

La propaganda per Salvini

In una serie di segnalazioni pervenute all’Autorità, relative alle edizioni del Tg2 del 6 novembre 2019, del 13/14/15/17 gennaio 2020 e poi ancora del 6 febbraio 2020, oltre agli aspetti tipici del rispetto della par condicio, trattati dall’Autorità in altro ambito, si lamenta la diffusione di servizi dai toni enfatici e propagandistici in merito alle visite ad Ostia, a Tor Pignattara e in Emilia Romagna del leader della Lega. I servizi richiamati puntano in realtà a intervistare il leader politico sui temi di cronaca politica del momento ma, finiscono inesorabilmente per riprendere parte degli eventi cui partecipa l’esponente politico, incluse le immagini di consenso ricevuto e anche le voci dirette dei sostenitori. Qui il tema che rileva non è l’unicità o l’univocità dell’informazione veicolata al pubblico, quanto la rappresentazione equilibrata e imparziale delle posizioni delle diverse forze politiche in relazione ai temi della cronaca politica, in un momento caratterizzato dall’impegno dei leader politici nella campagna elettorale regionale. Tale ultima circostanza comporta, inevitabilmente, che i leader siano ripresi in immagini di campagna elettorale e intervistati in contesti verosimilmente ‘di parte’, circondati dall’entusiasmo dei sostenitori in un clima ‘partisan’.

Persone qualunque per temi complessi

Altri casi, per i quali valgono le stesse considerazioni sopra svolte, hanno riguardato il rischio di una informazione sommaria, incompleta e parziale in relazione all’approfondimento di tematiche e temi complessi, quali per esempio i risparmi degli italiani, affrontati senza la presenza di esperti o in ogni caso senza contraddittorio o ancora senza adeguato approfondimento. A tal proposito si può, ad esempio, menzionare una puntata di Carta Bianca del 3 dicembre 2019, in cui il commentatore fisso Mauro Corona – interpellato sul tema del Fondo Salva Stati – si rivolge ai telespettatori dicendo “vorrei dire ai risparmiatori Italiani, tiriamo fuori tutti i nostri risparmi e li mettiamo sotto il materasso“. Pur avendo la conduttrice stigmatizzato questa affermazione, l’informazione fornita al cittadino-utente su un tema complesso risulta del tutto sommaria. Anche in questo caso, è stato trattato in maniera non corretta ed adeguata un argomento di significativa importanza sul piano politico nazionale, con evidenti implicazioni di forte interesse per i cittadini, rimettendo al commento di un opinionista la valutazione sulle scelte del Governo senza alcuna contestualizzazione o rappresentazione di posizione diversa.

La propaganda No Euro

Nella trasmissione del 5 giugno 2019 di Tg2 Post è stato trattato, tra l’altro, il tema dei minibot: in particolare, nell’editoriale “Il punto” di Francesco Paolo Cozza e nel successivo intervento di Claudio Borghi Aquilini è stata fornita una spiegazione dello strumento dei minibot e del loro funzionamento. La rappresentazione di tale tematica, tuttavia, è risultata univoca nella misura in cui non sono state illustrate in maniera corretta le diverse opzioni e posizioni al riguardo.

Nordafricani ovunque

Nell’edizione delle ore 13 del Tg2 del 26 luglio, segnalato a vari organismi dall’associazione Carta di Roma, si riporta la notizia dell’assassinio del vice-brigadiere Mario Cerciello Rega. Il notiziario è l’unico dei notiziari RAI ad attribuire nei titoli e nel lancio da studio e nel servizio, con una assoluta certezza, che i responsabili dell’omicidio sono indicati come “due nordafricani”. Come è noto, con il successivo sviluppo delle indagini, sono invece stati individuati quali presunti responsabili dell’omicidio due cittadini statunitensi. Dalla ricostruzione effettuata dall’associazione Carta di Roma, disponibile nel sito della stessa, appare pacifico che, al momento del servizio del Tg2, non vi era stata alcuna comunicazione ufficiale da parte degli organi inquirenti che desse indicazioni certe in merito alla nazionalità degli autori del reato. Nel servizio, peraltro, veniva in chiusura intervistato un abitante del quartiere il quale affermava “…la situazione è così, è pieno di questa gente che si mettono per strada”. A ciò di aggiunga che la clip on-line del servizio ha avuto un’ampia diffusione sui social con il titolo “carabiniere ucciso a coltellate da un nordafricano in pieno centro”. Tale clip, peraltro, è ancora disponibile con il medesimo titolo nell’archivio on-line del sito RAI.

Ce n’è pure per Gad Lerner

Il contenuto della trasmissione “L’approdo”, condotta da Gad Lerner e andata in onda su Rai Tre a mezzanotte circa il 5 luglio 2019, fornisce una apprezzabile rappresentazione della questione delle torture nelle carceri libiche, concorrendo alla illustrazione non stereotipata del fenomeno migratorio e alla valorizzazione della dignità della persona migrante. Al tempo stesso, tuttavia, per contribuire efficacemente al dibattito pubblico sulle politiche migratorie e sulla gestione dei flussi, nella parte della puntata relativa alla definizione delle politiche pubbliche – in cui compaiono dichiarazioni di intervistati contro il Ministro dell’Interno dell’epoca e contro la politica del governo – avrebbe dovuto prevedere e garantire la possibilità di replica e di contraddittorio da parte dei diretti interessati o di loro rappresentanti al fine di assicurare la completa rappresentazione delle diverse posizioni in campo.

Le conclusioni dell’Authority

L’Autorità ha più volte richiamato l’attenzione della RAI alla necessità di rimediare a tali situazioni, assai gravi allorché interessino l’offerta informativa della Concessionaria pubblica sulla quale gravano precisi e stringenti obblighi. Anche recentemente l’Autorità ha prima richiamato (dicembre 2019) e poi ordinato (gennaio 2020) alle emittenti RAI di equilibrare la presenza dei soggetti politici nei notiziari. Si tratta, infatti, di un caso eccezionale di squilibrio, rispetto a quanto osservato in passato, nella verifica trimestrale nei periodi non elettorali.

L’insieme degli episodi descritti evidenzia una condotta non rispettosa degli obblighi pluralismo, dell’imparzialità e dell’obiettività. Il ricorso a editoriali, interviste, servizi nei quali si riporta univocamente il giudizio di una sola parte politica, omettendo informazioni di contesto, anche in relazione al dibattito pubblico sui temi trattati, non appare idoneo a fornire al cittadino-utente adeguati strumenti per la formazione di un’opinione autonoma e, in ultima analisi, per l’esercizio del diritto ad essere correttamente informati, ai sensi dell’art. 6 del contratto.

La natura ripetuta degli episodi richiamati impedisce di derubricare a meri incidenti di percorso o casi isolati approcci alla modalità di presentazione di fatti di cronaca politica o degli elementi del dibattito pubblico esposti al cittadino-utente che appaiono avere natura, se non sistemica, certamente non occasionale. Al contrario, tanto dall’analisi dei singoli episodi, quanto, soprattutto, dalla loro analisi congiunta sembra emergere un chiaro e predefinito approccio editoriale che non si limita alla scelta delle priorità, alle modalità di presentazione dei fatti e degli avvenimenti, alla costruzione della scaletta, all’organizzazione editoriale ovvero a tutti quegli elementi che caratterizzano la libertà editoriale del notiziario e dei giornalisti che lo compongono.

Se ne deve concludere che la caratterizzazione, all’interno dei programmi della Concessionaria del servizio pubblico, di informazioni parziali, incomplete, non obiettive o deficitarie del requisito di pluralismo, contrasta apertamente con gli obiettivi e con la missione del servizio pubblico radio-televisivo, nonché con gli impegni assunti dalla Concessionaria al momento della sottoscrizione del Contratto.

La ripetitività degli episodi segnalati, anche a distanza di tempo, la costante presenza di taluni elementi narrativi e di spettacolarizzazione nella presentazione di determinati leader e non di altri, sono tutti elementi che tradiscono un favor incompatibile con i canoni dell’obiettività, dell’equilibrio, del pluralismo, della correttezza e dell’imparzialità dell’informazione.

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Ce ne sarebbe a sufficienza per imporre la decadenza della concessione ai sensi dell’art. 16 della Convenzione generale.

Soluzioni? Nell’immediato, cedere il controllo della Rai all’AGCOM o ad una fondazione culturale sul modello del trust della BBC e assegnare le nomine dei vertici all’Authority. Poi, se si vuole essere ambiziosi, privatizzare, cedere, fare cassa, mettere sul mercato le reti e riassegnare a gara la gestione del servizio pubblico al soggetto che risulterà il migliore. E due canali in concessione bastano.

Per quello che c’è oggi, invece: bleah.

Piero Cecchinato

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