Homo sumIl 25 aprile sta diventando un tabù. Riscopriamo i valori della Resistenza: parola allo storico

Lo storico Cesare Panizza spiega l’importanza della Resistenza nella lotta al nazifascismo e per la rinascita della democrazia

di Francesco Carini – Homo Sum 

La Resistenza italiana ha avuto un ruolo tutt’altro che insignificante per la vittoria alleata. Le bande armate che hanno fatto la Resistenza al Nord, occupando le valli e le colline, bloccando vie di comunicazione, liberando e governando per mesi interi territori, rendendo la vita difficile ai presidi tedeschi e fascisti, sono arrivate in certi momenti a tenere impegnate fino a sette divisioni tedesche. […] Il comandante di tutte le forze alleate nel Mediterraneo, il generale Alexander, disse che aveva cominciato a rispettare gli italiani, all’indomani dell’attacco di via Rasella, quando aveva scoperto che Roma – cito – era una città che ha osato sfidare in pieno centro un battaglione tedesco armato. E dunque, l’idea che la Resistenza abbia avuto poco o nessun peso in termini strettamente militari è da relegare nell’armamentario dei luoghi comuni […].
(Prof. Alessandro Barbero, Vercelli, 25/04/2019)

Queste sono le parole dello storico e prof. Barbero (Università degli studi di Torino), pronunciate lo scorso anno a Vercelli il 25 Aprile, in occasione della Festa della Liberazione. Il discorso è molto più amplio e incentrato anche sull’apporto dei partigiani meridionali, con personaggi divenuti epici, quali il siciliano Pompeo Colajanni, che identificano la Resistenza come un fenomeno nazionale.

In un periodo in cui è importante che si evitino assembramenti e tutti si impegnino a salvaguardare la salute propria e di chi ci sta intorno (aspetto sottolineato anche da iniziative virtuali promosse dall’ANPI sul proprio sito), si può studiare la Resistenza leggendo, o guardando film incentrati su questo fenomeno che coinvolse l’Italia fra il 1943 e il 1945, senza dimenticare comunque importanti attività antifasciste precedenti a questo periodo, non basate su azioni militari, bensì intellettuali, e che videro le barbare uccisioni di personalità quali Giacomo Matteotti e Piero Gobetti, o la prigionia di Antonio Gramsci, verso cui il pm fascista Isgrò, nel giorno della condanna così si espresse:

«bisogna impedire a quel cervello di funzionare almeno per vent’anni»

Anche il cinema ci ha regalato grandi emozioni, riuscendo a inquadrare il fenomeno della Resistenza piuttosto bene. Oltre ai tre capolavori di Roberto Rossellini: Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Il generale della Rovere (1959), possiamo citare Achtung! banditi! di Carlo Lizzani (1951), La lunga notte del ’43 (1960) di Florestano Vancini, Le quattro giornate di Napoli (1962) di Nanni Loy e soprattutto I sette fratelli Cervi (1968) di Gianni Puccini, che vide la partecipazione di Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, straordinari nell’interpretare rispettivamente il ruolo di Aldo e Gelindo Cervi, con i due attori nuovamente insieme dopo aver recitato in Sacco e Vanzetti a teatro nel 1960 (e lo saranno anche nel 1971 sul grande schermo, nell’omonima opera di Giuliano Montaldo).

Se c’è una storia in grado di riscoprire il valore della Resistenza è propria questa dei 7 fratelli emiliani, barbaramente torturati e giustiziati il 28 dicembre del 1943, dopo essere stati arrestati per la loro attività di partigiani, che nulla ha in comune con isolate azioni di alcuni ex combattenti che, al termine della guerra, hanno compiuto esecrabili atti di giustizia sommaria, in spirito totalmente antitetico rispetto agli ideali della Resistenza.
Ma, tralasciando a malincuore la settima arte, in cui fiction e realtà possono mescolarsi in modo inestricabile, è soprattutto la storia la disciplina che deve spiegare i tratti peculiari di ciò che è stata la Resistenza e chi sono stati i partigiani, soprattutto per evitare che le Fake News circolanti via social prendano il sopravvento sulle ricerche serie, realizzate dopo anni di studi sul tema.

Oggi, il prof. Cesare Panizza (docente a contratto di storia contemporanea presso l’Università del Piemonte Orientale), vincitore del del Premio Giacomo Matteotti nel 2019 (indetto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri) e ricercatore presso l’ISRAL di Alessandria, risponde ad alcune domande, per la rubrica Parola all’Esperto, su un argomento che, soprattutto negli ultimi tempi, sembra stia diventando un tabù, dando l’impressione che il ricordo della liberazione dell’Italia dai nazifascisti dia parecchio fastidio a una parte della popolazione, fomentata anche dalla politica.

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