Specchi e allodoleInizia la battaglia di Draghi contro le imprese zombie

«Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche». Con queste parole pronunciate nel suo discorso sulla fiducia al Senato Mario Draghi avvia la battaglia contro le c.d. imprese zombie. La sfida vera è farlo tutelando la perdita di reddito delle maestranze.

(La Presse)

Le parole di Draghi in Senato

«Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche».

Con queste parole pronunciate nel suo discorso sulla fiducia al Senato il 17 febbraio, Mario Draghi dimostra di volersi muovere secondo le direttrici tracciate nel rapporto “Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid”, presentato nel dicembre 2020 dal think-tank “Group of 30“ da egli presieduto.

Un rapporto che ha affrontato molte questioni cruciali che attengono al nesso che esiste fra sussidi pubblici e produttività delle imprese.

Per il rapporto, i policy makers dovranno scegliere come collocare ingenti risorse e quali imprese favorire e, fra queste, non andrebbero agevolate le c.d. “imprese zombie”.

Chi sono le imprese zombie

Sono così definite le imprese non più in grado di coprire i costi da porre al servizio del debito con i profitti correnti e che, pertanto, dipendono dai creditori (privati o pubblici, a cominciare dal fisco) e dai termini ampi di pagamento che questi possano concedere.

Il termine “imprese zombie” è stato coniato per indicare le imprese sostenute dalle banche giapponesi durante il cosiddetto “Decennio perduto”, il periodo successivo al crollo della bolla dei prezzi del 2001.

Diversi studi suggeriscono che queste imprese abbiano contribuito alla stagnazione economica del Giappone, distorcendo la concorrenza sul mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti in imprese sane.

Il timore adesso è che il sovraccarico di debiti del settore aziendale sussidiato in risposta a Covid-19 possa creare una nuova ondata di imprese di questo tipo, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica del sistema nel suo complesso.

Il ruolo di sussidi e tassi di interesse

Si è appurato, infatti, che in Giappone le imprese zombie siano proliferate a causa dei numerosi prestiti effettuati dal sistema bancario in favore di soggetti fondamentalmente insolventi. Con tali prestiti veniva confermato un merito creditizio che in realtà non esisteva, ma in tal modo il sistema bancario riuscì ad evitare sia di far emergere perdite a bilancio che avrebbero fatto scendere i livelli di capitale sotto i parametri richiesti, sia il contraccolpo pubblico e politico che avrebbero incassato per aver negato credito alle imprese in difficoltà. Emblematiche di quel periodo sono rimaste le parole dell’allora Ministro delle Finanze, Takeo Hiranuma, che dichiarò che Daiei, un’azienda che impiegava 96.000 persone, fosse “troppo grande per fallire”.

Paradossalmente, le imprese avevano più probabilità di ricevere credito con bilanci deboli o all’interno del medesimo gruppo di imprese. Il calo dei tassi di interesse durante la crisi economica fece il resto, sostenendo la proliferazione delle imprese zombie con la riduzione delle tensioni finanziarie e l’allontanamento di ristrutturazioni e fallimenti.

La questione dei prestiti in sofferenza è stata esacerbata dalle autorità politiche e di regolamentazione giapponesi, perché hanno evitato che si imponesse una riforma o una ristrutturazione del sistema bancario, annunciando, al contrario, che non sarebbe stato necessario denaro pubblico per assistere le banche ed affermando addirittura che la questione “sarebbe finita nel giro di poche settimane”.

I settori con il maggior numero di imprese zombie presentavano inoltre prezzi più bassi e salari più alti, una crescita limitata delle attività più redditizie e una riduzione significativa dei profitti delle nuove imprese, creando in tal modo barriere all’ingresso.

Per il rapporto del Group of 30, finché i tassi di interesse rimarranno bassi e i governi continueranno a sostenere le imprese in difficoltà, il rischio di imprese zombie aumenta.

Il rapporto spiega inoltre che il numero di imprese zombie aumenta in corrispondenza della diminuzione delle dimensioni dell’azienda.

La sfida posta da Draghi

La sfida posta da Draghi al Senato, quindi, può dirsi tutta incentrata sulle seguenti direttrici:

– stop ai sussidi indiscriminati a tutte le imprese;
– individuazione dei settori con maggiori margini di crescita;
– sostegno ai settori così individuati;
– disincentivi per le banche agli impieghi non ben ponderati rispetto ai margini di crescita dell’azienda;
– incentivi alle aggregazioni e fusioni aziendali;
– sostegno alla perdita di reddito e non al posto di lavoro improduttivo.

Per questo al Senato Draghi ha aggiunto che «alcune imprese dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi».

Concludendo che «La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create».

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