21 Settembre Set 2013 1535 21 settembre 2013

Cosa insegna oggi il “giudice ragazzino”

Lottò contro le cosche agrigentine

Giudice Rosario Livatino 0

21 settembre 1990, viadotto di Gasena della statale 640 Agrigento-Caltanissetta. Rosario Livatino, un giudice della sezione di Prevenzione antimafia, sta andando al lavoro al tribunale di Agrigento. Ha 38 anni. È un giudice di quelli che, un anno dopo, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga definirà “ragazzini” freschi di scuola.
Livatino viaggia sulla una Ford Festa senza la scorta; quella mattina deve processare le famiglie di un paesino della zona, Palma di Montechiaro. Non arriverà in procura: sulla strada lo aspettano quattro sicari che lo crivelleranno di colpi per conto della Stidda, la mafia locale rivale di Cosa nostra. Prima di lui, nel settembre 1988, la stessa sorte era toccata al presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise di Palermo, Antonino Saetta, e al figlio Stefano.

L’auto del giudice dopo l’agguato

Oggi Livatino è uno dei giudici simbolo della lotta alla criminalità organizzata, protagonista di film e fiction come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma – e questo può sorprendere – per lo stesso motivo è anche un martire della Chiesa cattolica, «martire della giustizia ed indirettamente della fede» avrebbe detto Giovanni Paolo II. Dal luglio 2011 la curia di Agrigento ha quindi avviato il processo di beatificazione. Molti vi hanno letto un segno, la condanna della Chiesa alla mafia, sulla scorta di quella verbale già pronunciata da Papa Wojtyla nel ’93.  

Livatino era nato a Canicattì il 3 ottobre 1952 da padre avvocato e madre casalinga. Dopo il liceo classico si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo. A 22 anni era arrivata la laurea cum laude, poi il servizio come vicedirettore in prova all’Ufficio del Registro di Agrigento, per due anni tra il ‘77 e il ‘78. Infine l’ingresso in magistratura nel tribunale di Caltanissetta. Ad Agrigento era approdato nel ‘79, prima come sostituto procuratore e poi, dieci anni dopo, come giudice a latere o sostituto procuratore della Repubblica.
Nella sua carriera si è occupato di criminalità e ha indagato la presenza delle mafie e della corruzione nell’Agrigentino. È famoso il suo interrogatorio all’allora ministro Calogero Mannino, accusato di legami con vari boss e di aver stipulato un accordo elettorale con un esponente agrigentino di Cosa nostra, Antonio Vella, nel biennio 1980-1981. Per la cronaca, Mannino verrà poi arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa ma assolto in appello nel 2008, per mancanza di prove.

Il “giudice ragazzino”, appellativo con cui Livatino è spesso ricordato, si deve al sociologo Nando dalla Chiesa che gli ha dedicato un libro. «A 28 anni, molto giovane, Livatino si era occupato Inchiesta sui Cavalieri del Lavoro di Catania – spiega l’autore –, un gruppo di quattro imprenditori potentissimi nell’edilizia e non solo, che allora sembravano costituire il potere economico più forte nel Sud. Quando ho sentito quello che Cossiga aveva detto di quei giovani giudici siciliani, cioè che "non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre un’indagine complessa", e ho ripensato a quello che Livatino aveva avuto il coraggio di fare, ho deciso di titolare così il libro. Ho pensato che giovani così sono necessari alla magistratura, e che il capo del Csm avrebbe dovuto difenderli anziché attaccarli».

La morte del “giudice ragazzino” fu attribuita a un conflitto di mafia: la Stidda l’avrebbe ucciso per punire un magistrato severo e «per lanciare un segnale di potenza militare verso Cosa nostra». Nel 2001 una sentenza della Cassazione condanna all’ergastolo i quattro sicari –  Paolo Amico, Domenico Pace, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro –, incastrati dalla testimonianza di un uomo che passava sulla strada il giorno dell’esecuzione, Pietro Nava.
Le vere cause della sua morte, per altri, sono invece da attribuirsi alle sue indagini sui legami tra mafia e politica. Di certo la politica non l’ha aiutato: «Non ci sono stati quegli interventi che mettono la giustizia in condizioni di lavorare», dirà Borsellino a proposito della sua morte. 

Dalla Chiesa, più che ai retroscena, crede la sua morte sia dovuta all’emarginazione di Livatino nella magistratura locale: «Un giudice può esser isolato perché ha toccato fili politici ma non credo sia stato colpito per quello. Il fatto è che era solo con pochi altri colleghi a lottare contro la mafia. Mentre i suoi superiori rilasciavano dichiarazioni di ostilità nei confronti dei magistrati impegnati, e alcuni di loro erano sospetti di collusione».

Questa solitudine del magistrato antimafia fa parte di quel pezzo di storia e la coscienza civile oggi è progredita molto. La tensione attorno all’operato dei giudici, però, è rimasta alta. «La polemica sui magistrati politicizzati non vale solo per chi fa le inchieste su Berlusconi, viene ripresa molte volte anche negli altri ambiti», continua Dalla Chiesa. In tal senso la candidatura di chi ha rivestito ruoli giudiziari non ha giovato.
«Ecco, se oggi si volesse prendere qualcosa, dal giudice ragazzino, sarebbe l’equilibrio». In uno dei pochissimi discorsi pubblici, a un circolo Rotary, Livatino aveva detto che «il magistrato deve non solo essere, ma anche sembrare al di sopra delle parti», nel senso che non deve dare adito a sospetti di parzialità. Lo stesso giudice, su uno dei suoi quaderni, aveva appuntato: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».

Nel ’93, in occasione della sua visita in Sicilia, il pontefice Giovanni Paolo II ha incontrato i genitori di Livatino. Lo stesso anno il vescovo di Agrigento ha incaricato Ida Abate, l’ex insegnante del giudice, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione.  

Twitter: @Eva_Alberti

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