3 Marzo Mar 2015 1445 03 marzo 2015

L’obesità ci costa 2,5 miliardi di euro all’anno

L’obesità ci costa 2,5 miliardi di euro all’anno

Costi Obesita

Il grasso costa. Un paziente obeso ha un impatto sulle casse del sistema sanitario nazionale fino al 51% in più rispetto a uno normopeso. E in Italia, dove la percentuale di obesi supera il 20% della popolazione, i chili in eccesso hanno un costo sanitario di 2,5 miliardi di euro all’anno. In assenza di una chiara azione dei policy maker, il fenomeno è destinato a crescere, rischiando di mettere a dura prova non solo la salute degli italiani, ma anche la sostenibilità finanziaria del sistema sanitario.

I numeri dell’obesità

Fino a pochi decenni fa, il problema dell’obesità in Italia era quasi inesistente. La dieta mediterranea e le corrette abitudini nutrizionali hanno sempre contraddistinto gli italiani nel panorama internazionale. Gli ultimi decenni, però, hanno portato importanti cambiamenti negli stili di vita, sempre più sedentari, e nei cibi consumati, più calorici e trattati.

Questo ha comportato forti cambiamenti anche nel nostro Paese, con tassi di obesità che negli ultimi 20 anni hanno subito un forte aumento.

I dati citati più frequentemente sono quelli dell’indagine Multiscopo dell’Istat “Aspetti della vita quotidiana”, dai quali emerge che in Italia nel periodo 2001-2009 è aumentata sia la percentuale di chi è in sovrappeso (dal 33,9% nel 2001 al 36,1% nel 2009) sia quella degli obesi (dall’8,5% nel 2001 al 10,3% nel 2009). La prevalenza dell’eccesso di peso (Indice di massa corporea superio a 25) cresce con l’età, passando dal 19% dei giovani tra i 18 e i 24 anni e arrivando al 60% tra coloro che hanno tra i 55 e i 74 anni, per poi diminuire tra gli anziani (55,9% tra le persone con più di 75 anni). Questi dati però sono soggettivi, riportati dagli individui stessi, quindi probabilmente mal misurati (è dimostrano che le donne tendono a sottostimare il proprio peso, mentre gli uomini sovrastimano l’altezza).

Nel periodo 2005-2010 circa il 43% degli adulti italiani nella fascia di età tra i 35 e i 74 anni era in sovrappeso, mentre circa il 26% risultava obeso

Allo stesso modo, sono soggettivi anche i dati dello studio “Passi”, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità, che nel 2010 registra il 33% degli adulti in sovrappeso e il 12% obeso. Queste statistiche portano a un totale del 45% di persone con eccesso ponderale, un numero comparabile con i dati Istat.

Nell’ambito del Progetto “Cuore”, del Centro nazionale di epidemiologia Cnesps-ISS, è eseguita periodicamente la misurazione, attraverso rigorosi e accurati esami fisici, dei fattori di rischio cardiovascolari su alcuni campioni della popolazione italiana. Fra il 1998 e il 2002, la prima indagine dell’Osservatorio ha fornito stime dell’indice di massa corporea della popolazione Italiana tra i 35 e i 74 anni. I dati presentati evidenziano tassi di sovrappeso e obesità molto maggiori rispetto a quelli riportati dagli individui nelle indagini Passi e Istat: secondo i dati del progetto Cuore, tra il 1998 e il 2002 il 17% degli uomini e il 21% delle donne erano obesi, mentre il 50% degli uomini e il 34% delle donne erano in sovrappeso.

I dati provenienti dal progetto HS-CSD LPD - SiSSI, che in modo simile ai dati del progetto Cuore hanno la caratteristica di riportare le informazioni registrate direttamente dal medico, suggeriscono che i tassi di obesità tra gli italiani sono più alti di quelli presentati nelle indagini Istat e Passi. Le evidenze che emergono da questi dati mostrano che nel periodo 2005-2010 circa il 43% degli adulti italiani nella fascia di età tra i 35 e i 74 anni era in sovrappeso, mentre circa il 26% risultava obeso. Queste statistiche sono perfettamente in linea con i dati del progetto Cuore, rendendo anche plausibile l’idea che le prevalenze delle persone con eccesso ponderale in Italia sono più alte rispetto alle statistiche frequentemente citate (dati Istat).

L’obesità infantile

Un discorso a parte merita il problema dell’obesità infantile. Secondo il ministero della Salute, dal 2008 a oggi il numero di bambini di età tra 8 e 9 anni in sovrappeso è diminuito leggermente, ma l’Italia resta ai primi posti d’Europa per l’eccesso ponderale infantile. Abitudini alimentari scorrette e comportamenti sedentari sono ancora troppo diffusi.

Nel 2012 risulta che il 22,1% dei bambini di 8-9 anni è in sovrappeso rispetto al 23,2% del 2008/09 (-1,1%) e il 10,2% in condizioni di obesità, mentre nel 2008/09 lo era il 12% (-1,8%). Complessivamente, dunque, nel 2012 l’eccesso ponderale riguarda il 32,3% dei bambini della terza elementare (-2,9% rispetto alla prima rilevazione) e le percentuali più elevate si riscontrano nelle regioni del Centro-Sud, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata.

Il 50% degli adolescenti obesi tende a diventare un adulto obeso

È necessario tenere conto del fatto che circa il 50% degli adolescenti obesi (con indici di massa corporea pari o superiore al 95° percentile) tende a diventare un adulto obeso. Inoltre, i fattori di rischio per le malattie degli adulti che sono associati con l'obesità nei bambini e negli adolescenti persistono in età adulta o aumentano in termini di prevalenza all’aumentare del peso.

Non vanno dimenticate le conseguenze sul piano emotivo e sociale dell’obesità, tra cui bassa autostima e ridotte relazioni sociali. I bambini obesi sono a rischio di stigmatizzazione ed esclusione sociale, con conseguente maggiore rischio di abbandono scolastico, più basso rendimento scolastico, ridotta stabilità occupazionale e più basso livello di retribuzione salariale (Gortmaker et al., 1993).

Istruzione e obesità

Il progresso tecnologico degli ultimi decenni ha rafforzato la sedentarietà e ha aumentato la disponibilità di cibi non salutari e altamente processati. I risvolti negativi si sono visti soprattutto per i ceti socio-economici bassi, per i quali l’urbanizzazione e il progresso tecnologico hanno diminuito la propensione alla vita salutare, riducendo gli spazi verdi, promuovendo passatempo sedentari e favorendo l’accesso al più economico ma meno salutare cibo spazzatura.

Essere informati e avere gli strumenti per valutare rischi e conseguenze dei cattivi stili di vita adottati è indispensabile oggi per opporsi a tendenze tanto facili quanto dannose per la nostra salute. L’istruzione gioca un ruolo fondamentale in questa partita: numerosi studi hanno mostrato il positivo nesso causale che l’educazione ha sulla salute individuale. Raramente però viene discusso come e attraverso quali canali l’istruzione può essere benefica per il nostro stile di vita.

Lo studio “Body Weight, Eating Patterns, and Physical Activity: The Role of Education” condotto dal CEIS Tor Vergata analizza il ruolo dell’istruzione nella determinazione del Indice di Massa Corporea (BMI) e negli stili di vita salutari, che includono dieta equilibrata e attività fisica.

Più alto è il grado d’istruzione, più si riduce l’indice di massa corporea, diminuisce il consumo calorico e aumenta il dispendio

Dall’analisi emerge che più alto è il grado d’istruzione, più si riduce l’indice di massa corporea, diminuisce il consumo calorico e aumenta il dispendio. Altro aspetto interessante riguarda la relazione di genere: il positivo effetto dell’istruzione sul BMI e sull’attività fisica è più marcato per le donne, mentre nel caso degli uomini, l’istruzione ha maggior impatto in termini di consumo calorico. Dall’analisi emerge che, a parità di fattori, alle donne con diploma di scuola superiore è associata una diminuzione di peso corporeo pari in media al 10 per cento. Nel caso degli uomini, il conseguimento del diploma di scuola superiore è associato in media a una diminuzione del consumo calorico del 20 per cento.

Un maggiore livello d’istruzione favorisce non solo la preparazione per il mercato di lavoro, ma più in generale promuove lo sviluppo cognitivo, fornendo gli strumenti necessari per avere una maggiore consapevolezza della propria salute. Lo studio mostra come l’istruzione sia più benefica per gli uomini in termini di ridotto consumo calorico, mentre per le donne in termini di attività fisica (questo risultato è in linea con le caratteristiche intrinseche di donne e uomini: le prime hanno maggiore conoscenza degli aspetti della nutrizione e dieta, mentre i secondi tendono a essere più attivi a livello fisico).

Quanto costa l’obesità al Sistema sanitario nazionale?

Oltre a essere un problema per gli individui, l’obesità impatta sulla finanza pubblica e sulla possibilità di avere sistemi sanitari finanziariamente sostenibili.

Data la sua dimensione, il fenomeno va affrontato tempestivamente e una precisa quantificazione dei costi è indispensabile per elaborare efficaci linee guida e priorità di intervento. 

Spesa sanitaria per livello di BMI e sesso (Fonte: Atella et al., 2014)

Relativamente all’Italia, uno studio da poco condotto presso il CEIS che ha visto coinvolti medici di medicina generale, nutrizionisti e economisti, mostra che la spesa sanitaria degli individui sovrappeso (al netto di quella ospedaliera) - in linea con le stime di altri studi condotti in altri Paesi (ad esempio, Tsai et al. (2011), Cawley et al. (2012), Bahia et al. (2012), Andreyeva et al. (2004) -, è circa il 4% più alta rispetto a individui normo-peso, mentre per gli “obesi”, i “gravemente obesi” e i “molto gravemente obesi” la spesa aumenta, rispettivamente, del 18%, 40% e il 51% rispetto ai normopeso. Inoltre, lo studio ha permesso di misurare quali sono le patologie legate all’obesità e in che modo queste incidono sul costo totale. I risultati mostrano che gran parte dell’aumento dei costi può essere attribuito all’insorgere di tre malattie croniche molto diffuse: ipertensione, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari.

(Differenze nella spesa sanitaria per tipo di patologia e per categoria di BMI rispetto a persone normopeso (euro per anno) – Spesa sanitaria totale/ Fonte: Atella et al., 2014)

Nel complesso, al netto della spesa ospedaliera, in Italia la sola obesità impatta per circa 2,5 miliardi di euro l’anno.

In Italia solo l’obesità impatta sulla spesa sanitaria per circa 2,5 miliardi di euro l’anno

Implicazioni di policy

Sovrappeso e obesità sono, quindi, un problema di massima importanza per i sistemi sanitari, specialmente in un paese come l’Italia che, insieme a Grecia e Stati Uniti, vince il primato dell’eccesso ponderale tra le generazioni più giovani, dove un bambino su tre è sovrappeso o obeso.

L’obesità è fortemente legata alle condizioni socio-economiche, specialmente nelle donne. Problema ancor più grande se si considera l’importanza del ruolo femminile sulle generazioni future, nell’imprinting metabolico e nella formazione delle abitudini alimentari.

La recente crisi economica ha ulteriormente pesato sulle abitudini alimentari, aumentando il consumo di cibo spazzatura e il ricorso ai prodotti discount, spesso pre-cotti, fortemente processati, abbondanti in grassi saturi, zuccheri aggiunti e sale. Numerosi studi evidenziano che durante le crisi economiche il prezzo per kilocaloria scende in relazione all’aumento della densità calorica dei cibi consumati e contemporaneamente diminuisce il consumo di frutta e verdura (secondo l’OECD dal 2008 in Italia e in altri paesi colpiti dalla crisi questo fenomeno è stato molto marcato).

In assenza di una chiara azione dei policy maker, il fenomeno dell’obesità in Italia è quindi destinato a crescere, rischiando di mettere a dura prova la sostenibilità finanziaria del sistema sanitario

In assenza di una chiara azione dei policy maker, il fenomeno dell’obesità in Italia è quindi destinato a crescere, rischiando di mettere a dura prova la sostenibilità finanziaria del sistema sanitario, che oltre a questa sfida dovrà affrontare i problemi relativi all’invecchiamento della popolazione e alla diffusione delle malattie croniche non trasmissibili.

Regolamentazione degli spot pubblicitari, tasse sulle bollicine ed etichette sulle confezioni sono solo alcune delle misure di policy, ampiamente discusse e adottate in vari Paesi, con diversi gradi di successo. Accanto a queste però è fondamentale promuovere la domanda e l’offerta di stili di vita salutari attraverso il miglioramento delle linee guida di sana alimentazione, il sostegno ai gruppi svantaggiati, la promozione di attività fisica. Ma sopratutto è necessario investire in istruzione e in formazione, i fattori più importanti per una scelta consapevole.

*Research fellow presso CEIS Tor Vergata 

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