10 Giugno Giu 2015 1800 10 giugno 2015

Milano, il caos profughi nella città che vuole “nutrire il pianeta”

Migranti

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I turisti che vanno e vengono si guardano intorno perplessi tra coperte stese a terra e volontari che distribuiscono tè e pasti caldi. Nelle stesse ore in cui una coda di auto blindate accompagna Vladimir Putin a Expo, il mezzanino della stazione centrale di Milano e la piazza antistante sono diventati un grande centro accoglienza all’aperto per profughi e migranti. Ne arrivano centinaia al giorno. Sono quasi tutti siriani, eritrei, somali. «Nella notte tra il 9 e il 10 giugno almeno 300 persone hanno dormito tra la stazione e la piazza», dice Gianluca Oss Pinter, un veterano tra i volontari. «Il comune non ha più posti a disposizione e così restano qui». L’assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino ha detto più volte che i centri della città sono tutti al collasso: 800 posti occupati, 200 in più del previsto.

Una volta arrivati, le famiglie con bambini hanno la priorità. Le strutture collegate al Comune sono riuscite ad accoglierne un centinaio. «La maggior parte siriani», spiega Gianluca. Per gli altri c’è il mezzanino. Milano è solo una delle tante tappe di viaggi che durano da mesi, a volte da anni. Quasi tutti sono passati dalla Libia, e da lì si sono imbarcati verso le coste italiane. Dopo qualche giorno nei centri di accoglienza del Mezzogiorno, hanno risalito l’Italia in treno o in pullman autonomamente e la maggior parte di loro senza essere identificati. Si fermano tra gli scalini di marmo della stazione per qualche giorno, e poi via con un altro treno verso Germania, Svezia, Olanda. «In Italia non vuole rimanere quasi nessuno», racconta Gianluca. «E Milano è il luogo di transito ideale perché nessuno li identifica. Solo chi vuole può chiedere asilo per restare in Italia».

“In Italia non vuole rimanere quasi nessuno. Milano è il luogo di transito ideale perché nessuno li identifica. Da qui partono verso Germania, Svezia, Olanda”

Un flusso di persone che si muove fuori dai canali ufficiali, nel caos tutto italiano dell’accoglienza ai migranti. Nel mezzanino della stazione centrale si alternano i volontari, tra quelli del Comune, della Croce Rossa e della Fondazione Progetto Arca. Non si vedono agenti o forze dell’ordine. Tutti sanno che andranno via, e nessuno li ferma. «Per via del G7 il confine tedesco resterà chiuso ancora per qualche giorno», spiega Oss Pinter. «Molti stanno aspettando che la situazione torni come prima per ripartire». Intanto i milanesi fanno la fila al mezzanino consegnando ai volontari buste cariche di cibo e vestiti. «Servono anche coperte», dice a tutti Gianluca.

Samuel, Ali e Rafou, tutti e tre ex militari eritrei, sono a Milano da due giorni. Samuel è quello che parla meglio l’inglese. «In Eritrea c’è la dittatura», spiega. «Quasi tutti siamo militari. La vita è terribile, è per questo che sono partito. Mia moglie e i miei figli invece sono scappati in Qatar». Il viaggio che Samuel racconta è cominciato quattro mesi fa lungo Eritrea, Etiopia, Sudan e poi Libia. «La Libia è un inferno», dice, «tutti girano armati». Il viaggio dalle coste libiche gli è costato «circa 2mila dollari. È stato pericolosissimo. Eravamo in tanti, ma grazie ad Allah ce l’abbiamo fatta. Siamo arrivati in Sicilia, poi in Calabria e poi abbiamo preso un treno per Milano». A restare in Italia neanche ci pensano. «Voglio arrivare in Olanda», dice speranzoso Samuel, «lì è più facile trovare un lavoro, così poi faccio arrivare anche mia moglie e i miei figli».

“A metà viaggio il motore della barca si è rotto. Siamo rimasti quattro ore fermi in mezzo al mare, finché sono arrivati i militari italiani a salvarci”

C’è chi arriva anche da più lontano. Hutraj e Buddha sono due fratelli nepalesi di 29 e 22 anni. In Nepal, dove oltre la metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, hanno lasciato tutto, e sono volati in Libia. Lì sono rimasti incastrati per molti mesi. «Vivevamo in una piccola casa con altri immigrati. Più volte abbiamo pagato per imbarcarci per l’Italia», racconta Hutraj, «ma ci hanno rubato i soldi e hanno minacciato di ucciderci quando abbiamo chiesto di restituirceli. Oggi se vai in Libia e sei bianco ti uccidono, e se non sei musulmano ti dicono che ti devi convertire». Per il viaggio verso la Sicilia Hutraj e Buddha hanno pagato circa 2mila dollari a testa. «A metà viaggio il motore della barca si è rotto. Siamo rimasti quattro ore fermi in mezzo al mare, finché sono arrivati i militari italiani a salvarci». Seduto su un muretto della stazione centrale di Milano, Hutraj indossa una maglia del Napoli. Anche se da Napoli ci è passato solo con il treno che l’ha portato a Milano. E ora? «Vogliamo andare in Portogallo», dice, «dove vive nostro zio. Ci andremo in treno». Intanto si sono ricavati uno spazio nell’angolo del mezzanino della stazione centrale, dove resteranno per qualche altra notte.

Nella piazza davanti alla stazione c’è chi chiacchiera e chi usa le cabine telefoniche per telefonare alle famiglie lontane. Dall’inizio del 2015 a Milano sono transitate e sono state assistite oltre 9.200 persone, di cui 3.500 siriani e 3.800 eritrei. E i numeri sono destinati a crescere con l’estate, nonostante Roberto Maroni dal Pirellone minacci di tagliare i fondi ai sindaci che accoglieranno altri migranti. 

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