29 Dicembre Dic 2015 0815 29 dicembre 2015

Ilva, il flop dei supermanger. E arriva un' altra procedura di infrazione

Dopo il mancato sequestro alla famiglia Riva di 1,2 miliardi naufraga il piano di Andrea Guerra, ex Luxottica e pupillo di Renzi. Lui emigra verso Eataly, ma a giugno si decide la partita sulla vendita del colosso siderurgico

Ilva Taranto
Vista dell'Ilva di Taranto - Donato Fasano/AFP/Getty Images

Doveva essere un piano da 2 miliardi di euro, ideato dall’ex manager di Luxottica Andrea Guerra, poi gran consigliere alla corte di Matteo Renzi, a riportare l’Ilva sulla strada della produttività (Guerra arriva all'Ilva dopo i commissari Enrico Bondi e Piero Gnudi). Quel piano però non è mai decollato: su 2 miliardi 1,2 sarebbero arrivati dal denaro sequestrato ai Riva (famiglia proprietario del gruppo Ilva) e fermo in Svizzera intestato a una serie di trust esteri su conti Ubs.

Ebbene, su un provvedimento giudiziario di un tribunale svizzero si era basato oltre metà del piano “Salva Ilva”: da lì le basi per la nascita di una Newco con i soldi che furono dei Riva e della sempre presente Cassa Depositi e Prestiti. Il supermanager, «consigliere strategico del presidente del Consiglio per le politiche industriali e le relazioni con la business community», non aveva messo in conto che la strada di quel sequestro era tutt’altro che in discesa e lo scorso novembre arriva la doccia fredda: il Tribunale di Bellinzona boccia lo sblocco degli 1,2 miliardi di euro sequestrati in precedenza.

Il fatto che la Procura zurighese abbia permesso alla banca, nell'ambito di una procedura rogatoriale, di trasferire i valori patrimoniali all'Italia, affinché la stessa fornisca all'Italia una prestazione rogatoriale inammissibile secondo la legge sull'assistenza giudiziaria, costituisce un aggiramento intenzionale delle regole concernenti le misure rogatoriali

Sentenza del tribunale di Bellinzona del 24 novembre 2015

Per i giudici svizzeri concedere lo svincolo di quel denaro sarebbe stata “una espropriazione senza giudizio penale”. Dunque quei soldi, che sarebbero passati prima dal Fondo Unico Giustizia e poi dirottati verso il piano Guerra, non si sono mossi dai cantoni elvetici. Così non hanno mai visto la luce né la Newco, né il piano del manager che già da maggio programmava un ritorno in azienda, già senza entusiasmo per il destino dell’Ilva. Più entusiasmante deve essere sicuramente l’incarico di direttore esecutivo di Eataly, casa dall’altro imprenditore guru del Giglio Magico di Renzi, Oscar Farinetti.

Dopo il danno la beffa: dal commissariamento della società (il decreto è dell’agosto 2013) a oggi sono finiti sotto la lente della Commissione UE anche i 300 milioni di prestito che il governo ha elargito a Ilva. Sono denari che i futuri proprietari dovranno restituire con gli interessi e necessari a portare l’Ilva alla vendita, ma che per la commissione configurano in sostanza un aiuto di Stato. In arrivo, insomma, un’altra procedura di infrazione, la seconda, dopo quella arrivata due anni fa per le violazioni ambientali.

Entro giugno tutte le carte devono essere sul tavolo per procedere alla vendita dell’Ilva

l governo da parte sua risponde che questi soldi sono proprio stanziati per la bonifica ambientale, ma la Commissione osserva oltre ai 300 milioni in questione anche altri 400 milioni di prestiti garantiti dallo stato e altri 800 milioni inseriti in finanziaria sempre come prestito garantito.

Entro giugno però tutte le carte devono essere sul tavolo per procedere alla vendita dell’Ilva. Due anni buttati e un’altra corsa contro il tempo che riapre le porte ad attori che sembravano ormai passati, come gli indiani di Arcelor Mittal, la cui proposta fu considerata irricevibile dallo stesso Guerra poco più di un anno fa. Gli indiani, capeggiati dal gruppo Marcegaglia, riporta il Fatto Quotidiano, in una lettera inviata al Governo hanno chiesto una sorta di impunità su emissioni e sicurezza per il nuovo management, con maglie ancora più larghe delle concessioni che già sta facendo il governo per decreto.

Occorre cambiare registro. E puntare sul gas per evitare che Ilva chiuda rovinosamente. I nuovi impianti avrebbero un costo accettabile e nel momento in cui entreranno in funzione nel giro di dieci anni, i vecchi altiforni diventerebbero un brutto ricordo. Per l'Eni sarebbe un affare, secondo me.

Michele Emiliano - Presidente della Regione Puglia

Arcelor Mittal non avrebbe intenzione di riconvertire gli impianti, mentre il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano in una intervista a La Repubblica ha auspicato una riconversione a gas dello stabilimento con l'ingresso di Eni ed Enel. Uno scenario che potrebbe però configurare un conflitto di interessi vista la presenza di Emma Marcegaglia, presidente di Eni e allo stesso tempo interessata all'offerta con Arcelor Mittal. Ora la palla passa a Palazzo Chigi che dovrà scoprire le carte e mostrare un piano solido entro giugno, tenendo conto del parere del Commissario Ue Margrethe Vestager, che nella lettera inviata all’esecutivo è stata fin troppo chiara: «le compagnie dell’acciaio non dovrebbero essere tenute nel mercato artificialmente a spese del contribuente se non sono economicamente autosufficienti». Il fatto di avere una azienda privata commissariata dal governo non è granché gradito a Bruxelles.

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