Vaccini sì, vaccini no
26 Maggio Mag 2016 0818 26 maggio 2016

Niente nido senza vaccinazioni: le regioni contro gli anti-vaccinisti

In attesa del Piano nazionale vaccini, fermo al ministero della Salute ormai da cinque mesi, le regioni si muovono da sole. Emilia Romagna, Toscana e Lombardia pensano a leggi regionali che impediscano l’iscrizione ai nidi senza le vaccinazioni obbligatorie

Vaccini
(Getty Images/Jeff J Mitchell)

Se a Roma il piano nazionale delle vaccinazioni, promesso dal ministro Beatrice Lorenzin, è fermo ormai da più di cinque mesi, le regioni pensano di muoversi da sole. E davanti al calo dei vaccini e alla diffidenza crescente dei genitori, Emilia Romagna, Toscana e ora anche Lombardia stanno pensando di intervenire, vietando l’ingresso negli asili nido comunali ai bambini non vaccinati. Se non ti vaccini, sei fuori.

L’Emilia Romagna ha fatto da apripista, proponendo una legge regionale che introduce quello che la Lorenzin aveva annunciato di voler estendere a tutte le scuole: l’obbligatorietà per chi si iscrive di avere il libretto delle vaccinazioni in regola. Per la scuola dell’obbligo, gestita dal ministero dell’Istruzione, il provvedimento dovrebbe essere inserito tramite il piano nazionale vaccini e passare da una legge. Sui nidi pubblici comunali e quelli convenzionati, gestiti a livello locale, si può agire invece con una legge regionale. E così si pensa di fare da sé. L’idea è piaciuta anche alla Toscana e alla Lombardia, che ora preme il piede sull’acceleratore puntando a una legge da applicare già nel prossimo anno scolastico. «La regione Lombardia fino ad alcuni anni fa era la punta di diamante sulla copertura dei vaccini, ma oggi non è più così», dice Umberto Ambrosoli, primo firmatario della proposta di legge lombarda. «C’è un ritorno di patologie che si sperava stessero andando verso la sconfitta. Dobbiamo agire quanto più in fretta possibile per invertire questo trend».

La questione è destinata a diventare politica. Comitati anti-vaccinisti e diversi movimenti politici sono pronti a fare battaglia. Incluso il Movimento cinque stelle, che proprio in Lombardia aveva presentato una proposta di legge per rendere facoltativi i vaccini durante l’età evolutiva.

La regione Lombardia fino ad alcuni anni fa era la punta di diamante sulla copertura dei vaccini, ma oggi non è più così, dice Umberto Ambrosoli. C’è un ritorno di patologie che si sperava stessero andando verso la sconfitta. Dobbiamo agire quanto più in fretta possibile per invertire questo trend

Il problema non è di poco conto. Nel 2013 l’Italia per le vaccinazioni obbligatorie (poliomelite, difterite, tetano ed epatite B) aveva raggiunto l’obiettivo minimo stabilito dal Piano nazionale vaccini, cioè il 95% di copertura. Negli anni successivi, però, la curva ha cominciato a puntare verso il basso, rimanendo però sempre sopra il 94 per cento. Lo stesso andamento si è registrato per le vaccinazioni raccomandate (che sono nove), in questo caso le percentuali di copertura sono più basse: -1,1% per pertosse, -0,6% per Hib (Hemophilus influenzae). Con cali maggiori per morbillo, parotite, rosolia (-4%) e menginococco C coniugato (-2,5%), la cui copertura è ben sotto il 95% ottimale.

Una cifra che non è una soglia simbolica. I soggetti vaccinati riducono la circolazione di virus e batteri responsabili delle malattie e diminuiscono la possibilità che i non vaccinati possano ammalarsi. È la cosiddettà “immunità di gregge”, che si realizza quando il 95% della popolazione è vaccinata. Sotto questa percentuale, i virus ricominciano a circolare. e in Italia le coperture vaccinali hanno ormai raggiunto i livelli più bassi degli ultimi dieci anni. Per questo l’anno scorso l’Organizzazione mondiale della sanità ci ha richiamato. Il 2015 era il termine ultimo fissato dall’Oms per eliminare morbillo e rosolia dall’Europa, ma l’Italia (che non è l’unico Paese in questa situazione) è in ritardo.

In base ai dati del 2014, in Emilia Romagna solo le vaccinazioni contro il tetano raggiungono il 95 per cento. Le altre sono sotto la soglia di sicurezza. In Lombardia sono sopra il 95% solo polio e tetano. Le province dove si registra il calo maggiore di vaccinazioni sono Rimini, Pesaro e la provincia autonoma di Bolzano, dove ci sono anche i gruppi antivaccinisti più attivi in Italia. Il Comilva, il Coordinamento del movimento italiano per la libertà delle vaccinazioni, che si oppone all’obbligatorietà dei vaccini, ha sede proprio a Rimini.

(Ministero della Salute)

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La prima a proporre di rendere obbligatorie le vaccinazioni per l’iscrizione a scuola, in realtà, era stata Alice Pignatti, una giovane mamma di Cesena. La sua bambina, a meno di quaranta giorni di vita, nel 2015 si è ammalata di pertosse. La piccola è guarita, ma ha rischiato molto. «Non voglio che gli altri debbano vivere quello che ho vissuto io», dice Alice. «La libertà di scelta sulle vaccinazioni è da rivedere. Perché non vaccinando un bambino non metto solo a rischio la salute di mio figlio, ma anche quella di tutti i bambini che per ragioni d’età o per problemi di salute non possono essere vaccinati. È una questione di responsabilità sociale».

Dopo la brutta esperienza con la sua bambina, nell’ottobre 2015 Alice ha lanciato una petizione su Change.org in cui chiedeva di rendere i vaccini obbligatori per l’accesso alle strutture scolastiche. E poi ha cominciato a collaborare con le istituzioni per la stesura della legge regionale emiliana. L’intenzione dell’Emilia Romagna, così come della Lombardia, per il momento è quella di legare l’iscrizione al nido ai soli vaccini obbligatori. Anche se al ministero della Salute si sta discutendo su quali vaccinazioni debbano rientrare nell’elenco dell’obbligatorietà. «Il mio obiettivo però è di rendere obbligatorie anche le vaccinazioni che oggi sono solo raccomandate», spiega Alice. «Perché il morbillo non è meno importante della poliomelite. E i rischi sono comunque alti». Certo, dice, «è vero che prima le malattie infettive ce le si passava, ma le persone morte di morbillo o varicella non sono qui per raccontarcelo. E non tutti ne sono usciti illesi. C’è chi è affetto da sordità, chi è stato in coma, chi ha preso gravi infezioni. Il rischio di morte per il morbillo oggi è di un caso ogni mille, ma il tasso di mortalità è calato proprio grazie alle vaccinazioni».

Lo dice anche Roberto Burioni, professore di virologia e microbiologia dell’Università San Raffaele, la cui pagina Facebook è diventata punto di riferimento per genitori indecisi e preoccupati. «In questo momento in Italia ci sono molti bambini immunodepressi o malati che da un lato non si possono vaccinare, dall’altro possono soffrire gravissime conseguenze se vengono colpiti dai virus dell’infanzia. L’unico modo che abbiamo per proteggerli è vaccinare tutti per impedire ai virus di circolare. Siccome ritengo che lo Stato debba difendere i più deboli, questi bambini sono deboli e devono essere difesi. Per questo sono favorevole all’obbligatorietà dei vaccini». Qualche mese fa a Monza, un bambino malato di leucemia è morto dopo aver contratto il morbillo. A Bologna, lo scorso ottobre, una bambina di meno di un mese è morta all’ospedale Sant’Orsola per una pertosse. E in pericolo c’è pure la salute dei più grandi. «Per esempio», dice Burioni, «il virus della rosolia può infettare una donna che aspetta un bambino con conseguenze tragiche. Oppure un adulto, con le difese indebolite da terapie immunosoppressive, anche se vaccinato può perdere l’immunità e soffrire gravi conseguenze da un’infezione». È accaduto l’anno scorso negli Stati Uniti, dove una ragazza di 28 anni, costretta a sottoporsi a intense terapie immunosoppressive a causa di una malattia, è morta di morbillo.

È vero che prima le malattie infettive ce le si passava, ma le persone morte di morbillo o varicella non sono qui per raccontarcelo. E non tutti ne sono usciti illesi. C’è chi è affetto da sordità, chi è stato in coma, chi ha preso gravi infezioni. Il rischio di morte per il morbillo oggi è di un caso ogni mille, ma il tasso di mortalità è calato proprio grazie alle vaccinazioni

Le paure dei genitori e i problemi della sanità italiana

Alice Pignatti è anche uno dei membri più attivi di Team Vax Italia, il movimento che riunisce operatori sanitari, medici, studenti, blogger e genitori, che ha realizzato la Carta italiana per la promozione delle vaccinazioni. E con questo scopo è nata anche una pagina Facebook, “Io vaccino”, alla quale si rivolgono ogni giorno migliaia di madri e padri confusi dalle campagne antivacciniste. «Le istituzioni non sono presenti sui social network per rispondere alle preoccupazioni dei genitori, così lo facciamo noi. La Rete è un pozzo senza fondo di disinformazione», dice Alice. «In giro si trova di tutto. Dai genitori preoccupati che vogliono approfondire fino a quelli terrorizzati che vivono con la paura stessa di essere genitori. Poi ci sono gli antivaccinisti, ma anche i truffatori, spesso avvocati che cercano di insinuare la correlazione tra vaccini e autismo, convincendo le persone a intentare cause che non vinceranno mai, ma intanto loro incassano le parcelle».

Secondo Burioni, la vaccinazione più temuta dai genitori oggi è quella contro morbillo, rosolia e parotite, «a causa della falsa, ripeto falsa, correlazione con l’autismo», dice. «Correlazione che nonostante sia stata smentita da centinaia di studi rigorosissimi, viene ancora incredibilmente portata avanti dagli antivaccinisti».

Ma i problemi non sono solo gli antivaccinisti. «Il problema è che la qualità del servizio sanitario non è standardizzata in tutta Italia», dice Alice Pignatti. Ci sono forti differenze a livello regionale. A partire dal calendario delle vaccinazioni, che è diverso da regione a regione. In alcune regioni si fanno colloqui prevaccinali, in altre se li sognano. E in alcune parti d’Italia se vuoi fare a un bambino il vaccino contro la meningite, sei costretto a vivere un’odissea tra Asl e ospedali. Ma «bisogna agire anche sui pediatri perché siano più informati», dice Pignatti. «Sono loro i primissimi interlocutori dei genitori e spesso non sono adeguatamente formati. Senza dimenticare quelli che sconsigliano le vaccinazioni, ma in questo caso sono gli ordini professionali che devono intervenire».

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