6 Luglio Lug 2018 0805 06 luglio 2018

Morto uno dei soccorritori, ma i ragazzi bloccati nella grotta in Thailandia si possono (ancora) salvare

Da settimane, dodici ragazzini e il loro allenatore sono bloccati dall'acqua all’interno di una grotta in Thailandia. La macchina dei soccorsi internazionali è in azione, ma proprio la giovane età e la solidarietà tra di loro potranno essere gli elementi decisivi per salvare le loro vite

Grotta_Linkiesta
HANDOUT / ROYAL THAI NAVY / AFP PHOTO

La vicenda dei 12 ragazzi thailandesi intrappolati nella grotta Tham Luang tiene banco sui giornali di tutto il mondo. Purtroppo la notizia arrivata in queste ore non è positiva: uno dei Navy Seals thailandesi impegnato nelle operazioni di soccorso è morto per mancanza di ossigeno. Lo ha annunciato poco fa il portavoce delle operazioni. L'uomo, che aveva 38 anni, ha perso conoscenza sulla via del ritorno, e i tentativi di farlo rianimare sono falliti.
Riassumiamo brevemente i fatti: il 23 giugno dodici ragazzini dagli 11 ai 16 anni, appartenenti a una squadra di calcio locale, entrano nella grotta Tham Luang Nang Non per una escursione guidati dal loro allenatore di 25 anni. La grotta - sotto il monte Doi Nang Non al confine fra Thailandia e Birmania - è suborizzontale e non presenta particolari difficoltà tecniche, per questo è accessibile anche ai bambini senza alcuna attrezzatura di progressione speleologica. Si dirama per oltre 10 km ed è caratterizzata da stretti passaggi e tunnel con bruschi cambiamenti di percorso, ma è una meta abituale per i visitatori proprio per la sua semplice accessibilità.

I partecipanti sottostimano gravemente le condizioni meteo e vengono sorpresi dalle piogge torrenziali caratteristiche dell’inizio della stagione dei monsoni. Trovandosi bloccata la via del ritorno dall’allagamento della grotta, non tentano di forzare l’uscita – scelta certamente fatale – ma proseguono fino a raggiungere un’area sopraelevata dal resto della grotta indicata come Pattaya Beach, a loro ben nota grazie a precedenti escursioni.

Il mancato rientro attiva la macchina dei soccorsi, l’allarme viene diramato ai servizi di soccorso internazionale e dopo nove giorni Richard Stanton, John Volanthen e Robert Harper - speleosoccorritori subacquei del Servizio di Soccorso Speleologico del Regno Unito, componente della European Cave Rescue Association di cui fa parte anche il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico italiano – riescono a raggiungere i ragazzini 200 m più a sud di Pattaya Beach.

I tre speleosub sono la punta di diamante di una macchina di soccorso che include oltre 1000 persone fra Navy SEALs, Pacific Command degli Stati Uniti e numerosi altri volontari che, prima in modo completamente disorganizzato poi progressivamente più efficace, ha offerto l’indispensabile supporto logistico all’esterno ed all’interno della grotta fino al tratto allagato.

Ora il gruppo rimane bloccato, ma gli speleosub stanno attrezzando il percorso identificandolo con sagole. Hanno portato viveri, un cavo elettrico e uno telefonico, lampade, sussidi sanitari e medici subacquei che si alterneranno accanto ai ragazzi.

A salvarli è stata non solo la conoscenza della grotta e la presenza di spirito di non tentare di forzare il passaggio all’arrivo delle acque, ma anche la temperatura ideale di 26 C e la stessa presenza dell’acqua piovana che, seppure presumibilmente piena di detriti, ha permesso ai ragazzini di evitare la disidratazione. Non erano dotati di lampade speleo affidabili ma si saranno mantenuti fermi e in contatto fra loro potendo così mantenere accesa solo una torcia per volta e soltanto per brevi periodi.

Infatti, l’assenza di una preparazione specifica, la scarsa conoscenza della grotta e della sua idrografia, la bassa temperatura, l’umidità e il buio totale sono spesso fatali agli speleologi improvvisati.

Ma l’asso nella manica dei dodici “cinghiali selvaggi” – così si chiama la loro squadra - potrebbe essere proprio la loro giovane età. Un mix di tono fisico depauperabile più lentamente che negli adulti, incoscienza tipica di ragazzini che non si attardano a riflettere sul fatto che in ogni stante rischiano la loro vita più quella dei soccorritori e soprattutto lo spirito di squadra che l’allenatore ha trasmesso e mantiene vivo in ogni momento, potrebbero rappresentare l’elemento decisivo per il successo di questa disperata operazione di soccorso

Per questo in Italia il Club Alpino Italiano offre in tutte le sue sezioni corsi di introduzione alla speleologia adatti anche ai principianti di tutte le età. Questi corsi sono prerequisito indispensabile per visitare l’affascinante mondo sotterraneo in condizioni di totale sicurezza. Gli speleo delle associazioni locali, sparse in tutto il territorio italiano, offrono un servizio che risulta decisivo in caso di emergenza effettuando precisi rilievi delle grotte che scoprono. Purtroppo, esistono solo rilievi molto approssimativi della grotta Luang Nang e oggi non è chiara nemmeno la distanza esatta che è necessario percorrere in immersione per collegare l’esterno con i ragazzini.

Ora la direzione delle operazioni thailandese sta valutando le possibili opzioni per il salvataggio. La perforazione di un tunnel diretto che intercetti la squadra di calcio è resa problematica dal fatto che la superficie della montagna si trova a più di un km al di sopra del livello della grotta e – soprattutto – l’imprecisione del rilievo rende estremamente difficile localizzare il punto esatto.

Non sembra quindi possibile adottare la soluzione che nel 2010 ha permesso di salvare 33 minatori bloccati per 70 giorni da un terremoto nella grotta di San José in Cile. In quel caso, la fibra di uomini abituati a lavorare in profondità e in condizioni massacranti era unita ad una notevole precisione del rilievo della cavità artificiale che ha permesso di scavare un tunnel verticale esattamente fino al loro rifugio.

In Thailandia lo svuotamento con pompe idrauliche è stato tentato fin dall’inizio, ma le continue piogge continuano a vanificare ogni sforzo. È stata sperimentata anche la trivellazione dal basso per cercare di svuotare i sifoni allagati grazie a condotte di deflusso artificiali, ma con scarsi risultati.

La strategia più praticabile a disposizione della Direzione Operazioni sembra essere quella di recuperare i ragazzi lungo la stessa via che ora stanno attrezzando i sub. Ma questo percorso richiede da 4 a 6 ore agli speleosub più esperti in condizioni di scarsa visibilità e attraverso numerose strettoie che rendono difficile l’accompagnamento, mentre nessuno dei ragazzini pare saper nuotare.

Il coordinamento dei soccorsi sta allenando i ragazzi all’uso di autorespiratori e alle elementari tecniche di progressione subacquea, confidando che, nel frattempo, la situazione idrologica migliori.

I medici che seguono i ragazzi non dovranno sottovalutare la progressiva atrofizzazione dei muscoli e la decalcificazione ossea tipici di chi è costretto a una forzata immobilità.

Ma l’asso nella manica dei dodici “cinghiali selvaggi” – così si chiama la loro squadra - potrebbe essere proprio la loro giovane età. Un mix di tono fisico depauperabile più lentamente che negli adulti, incoscienza tipica di ragazzini che non si attardano a riflettere sul fatto che in ogni stante rischiano la loro vita più quella dei soccorritori e soprattutto lo spirito di squadra che l’allenatore ha trasmesso e mantiene vivo in ogni momento, potrebbero rappresentare l’elemento decisivo per il successo di questa disperata operazione di soccorso.

In bocca al lupo a tutti.

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