I contratti a tempo determinato crescono ancora (e la colpa è soprattutto delle piccole imprese)

Sono considerate la spina dorsale del Paese, ma hanno sofferto la crisi più di altri e sono diventato vulnerabili. E così non riescono più a trasformare i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. A farne le spese, come sempre, le fasce più deboli: i primis, i giovani

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MARTIN BUREAU / AFP

2 Agosto Ago 2018 0740 02 agosto 2018 2 Agosto 2018 - 07:40

Il decreto Dignità in discussione nasce dalla constatazione di una verità incontrovertibile: dalla fine quasi totale della decontribuzione delle assunzioni a tempo indeterminato c’è stato un decollo di quelle a termine, e un calo delle trasformazioni da contratto a tempo determinato a permanente. L’INPS lo certifica in modo chiaro: tra il 2015 e il 2017 sono diminuite di circa 163 mila unità, più di un quarto. I dati del 2018 si riferiscono solo ai primi 3 mesi.

Il punto è che ciò non è avvenuto affatto in modo omogeneo. Lo stesso fenomeno non si è sviluppato nella stessa misura nelle piccole e nelle grandi aziende. In quelle con 15 addetti o meno il decremento è stato di 123 mila, -44,4%. In quelle tra i 16 e i 99 dipendenti le trasformazioni sono diminuite di 82 mila, -42,7%. Al contrario nelle imprese con 100 addetti o più questi passaggi sono scesi meno, del 36,1%, da 166 mila a 107 mila circa.

Si potrebbe pensare che in proporzione vi sono più trasformazioni nelle grandi imprese perchè vi sono più assunzioni a termine, ma non è così. C’è proprio una tendenza maggiore a trasferire il lavoratore da un contratto a tempo determinato a uno a tempo indeterminato. Nel 2017 le nuove assunzioni nelle imprese con centinaia di dipendenti sono state il 25,4% del totale, ma le trasformazioni sono state il 29,9%. Nei primi tre mesi del 2018 la tendenza è più evidente, il 24% dei nuovi contratti e il 30,3% delle trasformazioni. È un trend nuovo, nel 2014 e nel 2015 queste grandi aziende non trasformavano più di quanto assumevano in proporzione a quelle più piccole. Quanta era la quota di nuovi contratti, tanta quella delle trasformazioni.

Oggi si può apprezzare una differenza rilevante, invece. Se si è stati assunti a tempo determinato da una grande impresa sarà più facile passare o a tempo indeterminato. E sono le piccole imprese le responsabili principali del boom di contratti a termine. È una realtà ancora più accentuata per i 20enni (chi ha tra 20 e 30 anni). Se prendiamo in considerazione solo i giovani, nel 2017 nelle aziende più grandi sono avvenute il 29,2% delle assunzioni a termine ma il 38,2% delle trasformazioni. In quelle più piccole il panorama è opposto. Vi sono state il 42,6% della assunzioni ma solo il 33,7% delle trasformazioni.

È chiaro che il tema dimensionale, il problema del cosiddetto “nanismo aziendale”, è di nuovo attuale e impatta anche sul problema dei contratti a termine, anche se se ne parla pochissimo. La verità è che più che la volontà di sfruttare i lavoratori hanno importanza i problemi strutturali di fragilità di parte del sistema delle piccole imprese italiane. Che sono, come in modo anche molto retorico molti sottolineano, “la spina dorsale” dell’economia italiana.

Ma è una spina dorsale molto vulnerabile. Sono le imprese che più hanno sofferto la crisi, con una moria di attività senza precedenti, e la ripresa attuale ancora non è abbastanza robusta per dare quella fiducia nel futuro che consenta di assumere a tempo indeterminato, neanche dopo un periodo a termine. E probabilmente per molte piccole realtà sarà sempre così. E i recenti chiari di luna rafforzano questa sensazione, visto la volontà di aumentare l’indennità per i licenziamenti senza giusta causa fino a 36 mesi. Del resto gli stessi dati INPS lo confermano. Rispetto al 2015 le assunzioni a tempo indeterminato stesse sono crollate molto di più nelle imprese con 15 addetti o meno, 48,1%, mentre in quelle più grandi il calo è stato del 23,5%, parlando sempre del 2017, anno in cui anzi in queste ultime c’è già stato un aumento.

E come sempre questi trend sono più evidenti nei segmenti più a rischio della società, tra i più giovani. Ma vi è anche un’interessante differenza territoriale. Il gap tra piccole e grandi imprese è più forte al Centro-Nord, e al Sud anzi si rovescia. Al Nord Ovest i nuovi contratti a tempo indeterminato per i 20enni sono crollati del 61,3% tra 2015 e 2017 nelle realtà più piccole, “solo” del 33,4% in quelle più grandi.

È la macro-regione con l’area economicamente più avanzata del Paese, quella milanese, in cui vi sono le aziende più innovative e le multinazionali. È ancora più chiaro ora che soprattutto per un giovane è decisivo da chi e dove si viene assunti, molto più che la legislazione vigente.

Nessun governo, tantomeno quello attuale, ha messo in primo piano una trasformazione strutturale del panorama economico, rendendo fortissimi gli incentivi alle fusioni, favorendo la crescita delle imprese, la trasformazione di quelle micro in medie, delle medie in grandi. In realtà, cioè, che abbiano la necessaria produttività e solidità per guardare al futuro con la sicurezza che consenta assunzioni permanenti. Politiche del genere sono chiaramente molto più lente, difficili e poco spendibili politicamente. È più facile cambiare una legge, aumentare o diminuire un numero, un limite, una sanzione. È sempre stato così, e non ci sono indizi che le cose possano cambiare. A pagare saranno i soliti, i lavoratori più marginali, ma anche proprio quelle piccole imprese che a parole vengono così incensate ed elevate a simbolo dell’Italia.

Sono quelle che più dovranno rinunciare ad assunzioni, a espandersi, a cercare di raggiungere quelle dimensioni che rappresenterebbero una soglia di maggiore sicurezza. Quella sicurezza che oggi appare ancora più lontana.

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