20 Settembre Set 2018 0600 20 settembre 2018

Ecco come riutilizzare i 2 miliardi risparmiati con il calo degli sbarchi

Il documento presentato da Cesvi e Ispi sostiene che vadano investiti in integrazione, in modo da ridurre i costi futuri legati al welfare e aumentare i benefici per tutti, migranti e non

Migration Linkiesta
(Giovanni ISOLINO / AFP)

Sono 1,9 miliardi di euro i soldi pubblici che l’Italia risparmierà in soli due anni se gli sbarchi dei migranti sulle nostre coste continueranno a restare bassi: in un anno sono calati dell’80%, pari a 140mila arrivi in meno. Cosa fare di questi risparmi? Se investiti in «adeguate politiche di integrazione», dall’istruzione al lavoro, porterebbero «notevoli benefici non solo per i migranti presenti, ma per l’intera popolazione italiana». A dirlo, nero su bianco, è un documento presentato da Cesvi e Ispi, che punta a capitalizzare nei prossimi anni quanto già speso dalla collettività per l’accoglienza, evitando la spesa di ulteriori sussidi destinati ai migranti, oltre che gli eventuali costi (economici e sociali) legati al contrasto della criminalità.

È “il patto dell’integrazione”, si legge nel documento. Tutt’altro che un ragionamento “buonista”, come lo definirebbero alcuni. Ma un calcolo costo-benefici. In base ai dati della Corte dei conti, il costo medio giornaliero pro capite dell’accoglienza è di 27,1 euro, ai quali è necessario aggiungere 8,8 euro per servizi sanitari e istruzione. La spesa ammonta quindi a 35,9 euro al giorno per migrante. A questa cifra si sommano i 204 euro per la valutazione della domanda d’asilo. Il risultato è pari a 13.308 euro all’anno. Basandoci sulla riduzione degli sbarchi dopo l’accordo fato dall’ex ministro Marco Minniti in Libia, la spesa pubblica per i migranti si è ridotta di 1 miliardo di euro in un anno. In due anni, si sfioreranno i 2 miliardi. Questo sul fronte dei risparmi.

Poi ci sono i costi della mancata integrazione, vera piaga italiana. Uno straniero non comunitario oggi in Italia ha un reddito netto medio di oltre un terzo inferiore rispetto a un italiano e oltre la metà della popolazione di stranieri è a rischio povertà o esclusione sociale, con problemi di precarietà lavorativa e abitativa. Basta che un componente familiare non sia italiano perché il reddito medio del nucleo scenda da 30.901 euro all’anno a 21.410 euro. Nel 2015 quasi il 14% degli immigrati non-Ue ha dovuto rinunciare a visite mediche perché troppo costose. Situazioni di disagio che rischiano di perdurare a lungo, gravando sui costi del welfare.

Mantenere l’attuale sistema di accoglienza senza investimenti in integrazione è un costo per l’intera società. La mobilità umana è un diritto inalienabile di ciascun individuo al quale si affianca il diritto di ciascuno Stato a regolare i flussi migratori. La sfida è trovare un equilibrio tra questi diritti a beneficio dell’intera comunità

Daniela Bernacchi, direttore generale Cesvi

Ecco perché reinvestire i soldi risparmiati in integrazione sembra un’idea vincente, per i migranti e per gli italiani. «L’investimento oggi in spese per l’integrazione genera infatti minori costi futuri (meno assegni di disoccupazione, minor livello di criminalità) e maggiori benefici (un reddito più alto, maggiori consumi che alzano il Pil del Paese, maggiori entrate fiscali per lo Stato)», si legge nello studio di Cesvi e Ispi. «Le politiche per l’integrazione ben finanziate sin da subito sono le uniche in grado di evitare che rifugiati e richiedenti asilo siano un peso di lungo periodo sulle casse dello Stato». Basti pensare solo all’istruzione: l’83% dei minori iscritti a scuola ha beneficiato di un miglior inserimento socio-culturale nella vita di tutti i giorni, con ricadute future positive nell’inserimento lavorativo. Considerando che irregolarità e criminalità spesso vanno di pari passo, essere istruiti e avere un lavoro si rivelano due fattori vincenti.

«Mantenere l’attuale sistema di accoglienza senza investimenti in integrazione è un costo per l’intera società», ha spiegato Daniela Bernacchi, direttore generale Cesvi. «La mobilità umana è un diritto inalienabile di ciascun individuo al quale si affianca il diritto di ciascuno Stato a regolare i flussi migratori. La sfida è trovare un equilibrio tra questi diritti a beneficio dell’intera comunità».

E i dati lo confermano. Una recente simulazione dell’impatto sulle finanze pubbliche di un cambiamento nella spesa per l’integrazione degli stranieri in Europa calcola che, in caso di investimenti in integrazione quasi doppi rispetto a quelli attuali, il Pil dell’Ue sarebbe superiore di un valore tra lo 0,6% e l’1,5% rispetto ad oggi. Insomma, conviene a tutti.

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